Riflessioni (parziali) sull’uso dell’AI nel campo dell’arte
di Daniele Barbieri

Ho posto la seguente domanda a ChatGPT: “Descrivi analogie e differenze tra il rifiuto della tecnologia della stampa nei suoi primi decenni e il rifiuto dell’AI oggi”
Ecco la risposta:
Il rifiuto della stampa nel XV-XVI secolo e il rifiuto dell’AI oggi nascono da paure simili: perdita di controllo, trasformazione del lavoro, diffusione incontrollata delle idee e cambiamento degli equilibri sociali. Però le due tecnologie agiscono su livelli diversi e producono effetti molto differenti.
Analogie
- Paura della perdita di autorità
La stampa ridusse il monopolio degli amanuensi, delle università e delle autorità religiose sulla produzione del sapere. Libri e pamphlet potevano circolare senza il controllo diretto delle istituzioni.
L’AI oggi mette in discussione l’autorità di professioni fondate sull’expertise: insegnanti, giornalisti, programmatori, avvocati, designer, medici in parte. Molti temono che il valore dell’esperto venga sostituito o svalutato.
In entrambi i casi:
- la tecnologia democratizza l’accesso;
- il potere culturale si decentralizza;
- le élite reagiscono con sospetto.
- Timore della diffusione di contenuti falsi o pericolosi
Con la stampa si diffuse rapidamente propaganda religiosa, testi eretici, fake news ante litteram, accuse infondate e panico morale. Le autorità temevano che “troppi libri” confondessero la popolazione.
Con l’AI:
- deepfake,
- testi automatici,
- disinformazione su larga scala,
- manipolazione algoritmica
alimentano una paura molto simile: la perdita di fiducia nella verità pubblica.
La differenza è che la scala e la velocità dell’AI sono immensamente superiori.
- Ansia per il lavoro
Gli scribi e i miniatori vedevano la stampa come una minaccia economica diretta.
Oggi l’AI genera la stessa ansia:
- automazione di lavori cognitivi;
- riduzione di alcune professioni;
- trasformazione delle competenze richieste.
In entrambi i casi emerge l’idea:
“La macchina sostituirà l’uomo”.
Ma storicamente la stampa non eliminò il lavoro culturale: lo trasformò. Probabilmente l’AI farà qualcosa di analogo, anche se con impatti più rapidi.
- Paura del degrado culturale
Molti intellettuali del Rinascimento ritenevano che la stampa producesse testi mediocri e lettori superficiali. Il libro stampato appariva “meccanico” rispetto al manoscritto.
Oggi si teme che l’AI:
- produca contenuti standardizzati,
- riduca il pensiero critico,
- incentivi pigrizia cognitiva,
- renda la creatività artificiale.
La critica è sorprendentemente simile:
- allora: “troppi libri”;
- oggi: “troppi contenuti generati”.
Differenze
- La stampa moltiplicava testi umani; l’AI produce contenuti
La stampa era uno strumento di replica:
- accelerava la diffusione del sapere umano.
L’AI invece:
- genera testo,
- immagini,
- codice,
- decisioni,
- simulazioni linguistiche.
Questa è una differenza radicale: la stampa amplificava la voce umana, l’AI in parte la imita.
- L’AI agisce anche sul pensiero, non solo sulla comunicazione
La stampa cambiò:
- accesso all’informazione,
- alfabetizzazione,
- diffusione delle idee.
L’AI entra direttamente nei processi cognitivi:
- scrittura,
- sintesi,
- ricerca,
- pianificazione,
- creatività.
Per questo il rifiuto dell’AI tocca anche il tema dell’identità umana:
“Che cosa resta specificamente umano?”
Questa domanda non era centrale nel dibattito sulla stampa.
- Velocità del cambiamento
La stampa si diffuse lentamente:
- decenni per consolidarsi;
- secoli per trasformare davvero la società europea.
L’AI evolve in mesi:
- nuovi modelli ogni anno;
- adozione globale immediata;
- impatti simultanei in molti settori.
Questo rende il rifiuto contemporaneo più intenso e instabile.
- Centralizzazione tecnologica
La stampa, dopo una fase iniziale, divenne relativamente distribuita: molte tipografie, molti editori.
L’AI oggi richiede:
- enormi infrastrutture computazionali,
- dati,
- capitale,
- energia.
Il potere è concentrato in poche OpenAI, Google, Microsoft, Anthropic e altri grandi attori. Questo alimenta paure politiche ed economiche che nel caso della stampa erano meno marcate.
Una differenza psicologica importante
Chi criticava la stampa spesso apparteneva a una minoranza alfabetizzata. La maggioranza della popolazione non era coinvolta direttamente.
L’AI invece tocca quasi tutti immediatamente:
- studenti,
- impiegati,
- artisti,
- aziende,
- utenti comuni.
Il rifiuto quindi non è solo elitario o istituzionale: è diffuso socialmente.
Conclusione
La stampa e l’AI sono entrambe “tecnologie cognitive”: modificano il modo in cui gli esseri umani producono e trasmettono conoscenza.
Le reazioni di rifiuto condividono elementi ricorrenti:
- paura della perdita di controllo,
- ansia economica,
- timore di manipolazione,
- nostalgia per forme precedenti di cultura.
Ma l’AI rappresenta una rottura più profonda perché non si limita a diffondere il pensiero umano: interviene direttamente nella sua produzione simulata. È questo che rende il dibattito contemporaneo più radicale di quello sulla stampa.
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Ho posto a GEMINI la medesima domanda. Ecco la risposta:
Il parallelismo tra la nascita della stampa a caratteri mobili di Gutenberg (metà del XV secolo) e l’avvento dell’Intelligenza Artificiale generativa oggi è straordinariamente calzante. In entrambi i casi, l’umanità si è trovata di fronte a una tecnologia “disrompente” capace di democratizzare la produzione di contenuti, scatenando reazioni che spaziano dal panico morale alla resistenza economica.
Ecco un’analisi dettagliata delle analogie e delle differenze storiche e culturali tra questi due momenti di svolta.
Analogie: I Corsi e Ricorsi della Storia
- La paura della perdita del “tocco umano” e dell’autenticità
I detrattori di entrambe le epoche hanno espresso il timore che la nuova tecnologia deumanizzasse la cultura.
- Stampa: Gli amanuensi e gli aristocratici del Quattrocento consideravano i libri stampati “volgari” e privi di anima rispetto ai manoscritti miniati. Filippo de Strata, un frate domenicano di Venezia, scriveva che la stampa “corrompeva i testi” e che la facilità di riproduzione toglieva valore alla conoscenza.
- AI: Oggi assistiamo a una critica speculare. Molti sostengono che l’arte, i testi e la musica generati dall’AI siano privi di “anima”, empatia o vero genio creativo, riducendo l’espressione umana a un mero calcolo statistico di token.
- La minaccia economica ai professionisti del settore
Entrambe le tecnologie hanno ridefinito il concetto di “lavoro intellettuale”, minacciando intere categorie professionali.
- Stampa: Gli scribi, i copisti e i miniaturisti videro il loro monopolio economico e culturale polverizzato in pochi decenni.
- AI: Scrittori, grafici, programmatori, traduttori e doppiatori vivono oggi la stessa ansia da sostituzione, vedendo algoritmi capaci di replicare in pochi secondi compiti che prima richiedevano ore di lavoro specializzato.
- Il panico per la disinformazione e la perdita di controllo
La democratizzazione dell’accesso alla produzione di informazioni spaventa sempre le autorità costituite.
- Stampa: La Chiesa e i regnanti temevano la diffusione di eresie, idee sovversive e traduzioni non autorizzate della Bibbia (paura che si concretizzò con la Riforma Protestante). La risposta fu la censura e l’istituzione dell’Indice dei libri proibiti.
- AI: Oggi il timore principale riguarda i deepfake, la generazione di fake news su larga scala e la manipolazione dei processi democratici. La risposta odierna si traduce in normative come l’AI Act dell’Unione Europea.
Differenze: La Velocità e la Natura della Minaccia
Se le dinamiche psicologiche e sociali si ripetono, cambiano radicalmente la scala, la velocità e l’essenza intrinseca delle due tecnologie.
| Caratteristica | Il Rifiuto della Stampa (XV-XVI Secolo) | Il Rifiuto dell’AI (Oggi) |
| Velocità di adozione | Lenta e geografica (ha impiegato decenni a diffondersi in Europa). | Istantanea e globale (ChatGPT ha raggiunto 100 milioni di utenti in due mesi). |
| Natura del “Creatore” | La stampa era uno strumento di riproduzione; l’autore restava un essere umano. | L’AI è uno strumento di generazione; l’algoritmo agisce come co-autore o sostituto del creatore. |
| Il problema del Diritto d’Autore | Inesistente all’inizio (il concetto di copyright nacque proprio come conseguenza della stampa). | Centrale e preventivo (l’AI si “addestra” su miliardi di dati protetti da copyright senza consenso). |
| Impatto sul Pensiero | Ha potenziato la memoria storica e la stabilità del testo scritto. | Rischia di frammentare la verità (allucinazioni dell’AI) e rendere effimero il contenuto. |
- Chi è l’autore? (Riproduzione vs. Generazione)
Il rifiuto della stampa era rivolto al mezzo: si accettava il testo, ma si disprezzava il modo in che veniva impresso sulla carta. Il torchio di Gutenberg non inventava nulla, si limitava a copiare.
L’AI, invece, viene rifiutata per la sua capacità di creare ex-novo. La resistenza odierna non è contro il supporto (digitale), ma contro l’entità non-umana che genera l’output, toccando corde più profonde legate all’identità e all’intelletto umano.
- Il nodo del Copyright e del “Furto”
La stampa non rubava il lavoro intellettuale per funzionare; semmai, permetteva di diffonderlo (anche se spesso senza pagare l’autore, problema regolato solo secoli dopo). L’AI generativa, per sua stessa natura, ha bisogno di fagocitare il lavoro umano pregresso per poter esistere. Il rifiuto attuale di molti artisti e scrittori si basa su una rivendicazione legale ed etica ben precisa: l’AI viene percepita come un sistema di plagio automatizzato su scala industriale.
- La velocità dell’evoluzione
Nel Quattrocento, un amanuense aveva il tempo di riconvertirsi in tipografo o correttore di bozze nel corso di una vita. Oggi, l’evoluzione dei modelli linguistici e generativi avviene a una velocità tale da non lasciare il tempo biologico e sociale ai lavoratori di riqualificarsi, amplificando il senso di rifiuto e impotenza.
In sintesi:
Il rifiuto della stampa fu il tentativo di un’élite (clero e amanuensi) di difendere il monopolio della cultura e della fede. Il rifiuto dell’AI oggi è un fenomeno più trasversale e democratico, guidato dalla paura che la tecnologia non si limiti a diffondere il pensiero umano, ma finisca per sostituirlo e svalutarlo economicamente.
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Ho posto questa domanda a due diverse AI sollecitato da un video visto di passaggio su Facebook (visto troppo di passaggio e non lo saprei ritrovare, né ricordo che fonte avesse) dove si citava la resistenza che la stampa incontrò nei suoi primi decenni di diffusione, allo scopo di dimostrare che anche la resistenza che oggi incontra l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale sarebbe malmotivata e destinata a scomparire. Al di là dell’evidente pretestuosità dell’argomentazione, il paragone ha alcuni elementi di tenuta, ma anche mette in evidenza differenze che possono renderlo argomentativamente inefficace. Per questo mi sono divertito a vedere come vedono la cosa due diverse AI.
I risultati sono interessanti, ma ChatGPT dimentica un aspetto che invece Gemini sottolinea, ovvero il problema del diritto d’autore e della proprietà originaria delle idee utilizzate. Il problema del diritto d’autore nacque proprio dall’introduzione della stampa, perché la stampa permetteva di riprodurre facilmente idee e testi di altri. Fu risolto, nel tempo, con l’introduzione delle leggi sul copyright e sul diritto stesso d’autore – quel medesimo diritto che oggi ci permette di porre il problema nei confronti dell’AI. Tanto più che mentre gli stampatori erano piccoli e tanti, i gestori delle AI sono pochi e grossi, con un’enorme conseguente concentrazione del potere.
Non è chiaro se potrebbe essere sufficiente una semplice estensione del diritto d’autore a tenere il problema sotto controllo, o se sia piuttosto necessaria una linea giuridica differente, ancora da inventare. In ogni caso, la questione non è marginale, e va tenuta comunque sullo sfondo delle riflessioni che mi accingo a fare.
Anche il problema della sottrazione del lavoro intellettuale agli autori umani va tenuto presente, ma qui il paragone con la stampa resta interessante. Indubbiamente la nuova tecnologia tolse il lavoro agli amanuensi, e questo produsse per un certo periodo degli scompensi economico-sociali; tuttavia, alla lunga, non ridusse il mercato del lavoro. Anzi probabilmente nel complesso lo aumentò, pur cancellando la vecchia professione. Per analogia possiamo pensare, anche se la quantità di lavoratori coinvolta è molto maggiore, che si potrà arrivare a un’analoga soluzione di redistribuzione delle attività; e che il bilancio complessivo, alla lunga, possa essere positivo. Teniamo comunque presente, sullo sfondo, anche questa seconda questione.
Ci sono diversi campi rispetto a ciascuno dei quali la valutazione dell’impatto dell’AI si differenzia molto.
Per la ricerca scientifica il bilancio è evidentemente positivo. L’AI è in grado di analizzare i dati e produrre risultati che a un umano richiederebbero tempi molto più lunghi, e sarebbero in qualche caso impossibili – proponendo a sua volta esperimenti che condurranno a nuovi dati. Va comunque precisato che a monte e a valle di tutto questo resta la decisione e la valutazione di un attore umano, anzi di più attori umani, ovvero la comunità scientifica – né più né meno che per i risultati tradizionali. Lo stesso, più o meno, si potrebbe dire per la progettazione tecnica.
Per la ricerca e l’analisi di informazioni sul Web (o su testi forniti), la capacità di sintesi delle AI permette di ottenere molto più rapidamente quello che cerchiamo – anche se, pure qui, i risultati andrebbero controllati umanamente, cosa tanto più importante e necessaria quanto più importanti sono i dati. Questo rimane altrettanto vero per tutti i compiti di gestione, rispetto ai quali l’AI non è che una forma più raffinata della automazioni preesistenti.
Sul fronte della pubblica informazione (news), viceversa, sappiamo tutti quanto negativo sia l’impatto dell’AI. La sua capacità di creare documenti credibili permette di diffondere falsi indistinguibili dal vero – cosa che mette in crisi il concetto stesso di pubblica informazione. Questo è un piano su cui la concentrazione del potere sull’AI getta ombre sinistre sulla gestione dell’opinione pubblica.
Il caso più controverso (e quello che più ci interessa qui) è quello della creazione artistica, che non si riduce a nessuno dei precedenti. In questo campo sia le modalità dell’efficacia (che giustificano la valutazione positiva nei primi due casi) sia quelle della verità (che giustifica la valutazione negativa nel terzo caso) sono complesse e forse oscillanti. In generale, si potrebbe forse dire che la complessità di una decisione in questo campo è legata alla complessità della nozione, basilare, di bello artistico.
Prima di entrare nel vivo del problema, va fatta un’ulteriore distinzione, separando i testi specificamente artistici da quelli più genericamente di carattere estetico. Un testo pubblicitario, per esempio, è indubbiamente un testo estetico, perché la sua efficacia dipende dalla sua capacità di muovere qualcosa nel proprio pubblico; ma non è un testo artistico (di solito) perché la misura della sua efficacia è piuttosto semplice. Per questo, nessuno si scandalizza (a parte i pubblicitari cui viene sottratto il lavoro) se una pubblicità efficace è stata creata da un’AI: in una logica commerciale di investimenti e guadagni, si risparmia nella produzione e i risultati possono essere ugualmente buoni.
Tuttavia, questo ci impone di tenere presente il fatto che tantissima arte dei secoli scorsi è stata prodotta a scopo persuasivo, proprio come le pubblicità. Basta pensare a tanta pittura della Controriforma, prodotta sostanzialmente come forma di propaganda cattolica, e valutata, all’epoca, per la propria efficacia persuasiva. Non importa che noi, oggi, la valutiamo con criteri più strettamente artistici: se all’epoca ci fosse stata l’AI, non è difficile pensare che anche la Chiesa ne avrebbe approfittato, senza scandalo per nessuno, fatta salva l’efficacia persuasiva.
Questi “criteri più strettamente artistici” che guidano il nostro più complesso giudicare sono un’invenzione moderna, che arriva a sufficiente chiarezza solo nel Settecento, cioè quando arriva addirittura a nascere un’apposita branca della filosofia: l’estetica, appunto. Il problema è filosofico perché è complesso, e permette soluzioni molto diverse tra loro.
Certo, se uno pensa l’arte – come fanno i Romantici – come espressione dell’emotività del soggetto, nessuna produzione di un’AI potrà mai essere arte, perché evidentemente non c’è in gioco nessun soggetto. Eppure ben poche tra le innumerevoli autentiche espressioni dell’emotività di un soggetto arrivano a essere arte, nemmeno tra quelle che ci provano – e questo prova che il criterio è del tutto insufficiente, e probabilmente sbagliato. Tanto più che ci sono produzioni AI più interessanti di tante produzioni umane.
Io credo che il pregiudizio romantico continui a essere il principale motore della diffidenza nei confronti dell’AI in campo artistico. Se spacciate un Monet autentico per un prodotto di AI, otterrete probabilmente un sacco di valutazioni negative – come ha pure provato a fare qualcuno. In queste valutazioni, la qualità effettiva dell’opera diviene irrilevante, perché il fruitore smette di domandarsi quale sia stato il percorso inventivo dell’autore, visto che l’autore viene dato per inesistente.
Eppure, anche il prodotto di un’AI non si presenta da solo. C’è inevitabilmente qualcuno, umano, che glielo ha fatto fare, e c’è qualcuno che ha selezionato quello specifico risultato tra tutti quelli eventualmente prodotti. C’è insomma un autore, cioè qualcuno che ha usato l’AI come strumento per produrre un oggetto artistico, e il risultato rispecchierà inevitabilmente i suoi gusti e le sue posizioni, visto che lo ha scelto. Certo, l’AI è uno strumento molto più potente della penna o del pennello, tuttavia, attraverso le istruzioni fornite e la scelta conclusiva, il requisito romantico si trova paradossalmente soddisfatto, perché l’opera esprime il suo autore. Mimmo Rotella si limitava a staccare i manifesti pubblicitari strappati, riproponendoli come opere proprie; ma era proprio la qualità della sua scelta a rendere memorabili tante sue produzioni.
E ci ritroviamo al punto di prima, perché l’autorialità non è in nessun modo una garanzia di qualità artistica, e il pessimo autore si caratterizzerà comunque (che usi l’AI o no) per la banalità delle proprie istruzioni e delle proprie scelte. La ricchezza evocativa dell’opera d’arte riuscita può mancare qualunque siano gli strumenti utilizzati per produrla, se chi conduce il gioco non è all’altezza della situazione.
È proprio questa ricchezza evocativa, che essa nasca dall’emotività dell’autore o che nasca in altro modo, a far sì che la modernità associ all’opera d’arte un valore di carattere sacrale. Non si tratta propriamente di un sacro, e non c’è nessun rapporto necessario con Dio o con la religione, ma c’è comunque un elemento di mistero, che mette in gioco un qualche tipo di trascendenza: dall’arte ci aspettiamo, insomma, valori superiori – tanto che siamo credenti tanto che non lo siamo.
Saremo disposti a riconoscere la medesima sacralità al prodotto di una macchina? Al prodotto cioè di qualcosa cui non possiamo attribuire una relazione profonda con il mondo o con la natura, così come possiamo fare con l’uomo? Anche questo fa risultare scandalosa la possibilità che un’AI produca arte; e i commenti di tanti alle opere prodotte per mezzo dell’AI manifestano proprio un senso di procurato sacrilegio. Ci dimentichiamo, così facendo, che l’AI non fa che rielaborare (in barba al diritto di autore, certo) il prodotto di innumerevoli soggetti umani, e che dunque la dovremmo considerare non inumana, bensì iperumana, transumana. Una sorta di divinità, insomma…
Mi accorgo che, personalmente, io di solito non faccio uso dell’AI perché a me piace scrivere. Il flusso delle idee e delle parole che esce da me anche in questo stesso istante mi dà piacere, un piacere che mi sarebbe sottratto se demandassi l’operazione a un avatar artificiale, per quanto bravo e per quanto da me istruito. Se non mi potessi permettere i tempi rilassati che mi permetto, tuttavia, questa considerazione sul piacere finirebbe in secondo piano: in una logica di grande produzione l’AI è facilmente vincente. Ma anche questo muove la considerazione dell’AI in direzione del campo della produttività industriale e quindi sempre più lontano da quello dell’attività umana caratterizzata dal piacere, con il connesso mistero del rapporto tra il piacere della produzione e quello (quando c’è) della fruizione.
Mi domando se i critici quattrocenteschi della stampa, a parte quelli mossi dalla paura di perdere il lavoro, non percepissero un analogo senso di sacrilegio, e che proprio stampando come suo primo libro la Bibbia, Gutenberg non avesse dato corpo a tale sacrilegio. In fin dei conti fino a quel momento la Bibbia era sempre stata trascritta a mano da persone che nel farlo stavano al cospetto della parola di Dio. E adesso la trascrizione diventava un processo meccanico, senza cuore, senza fatica, senza piacere, senza adorazione.
Certo, il piacere che potevano avere in mente i critici del Quattrocento era quello della scrittura a mano. Non pensavano che ci potesse essere un piacere della progettazione e composizione tipografica. I critici di oggi non pensano al piacere di condurre e interagire con un’AI. Per quanto mi riguarda, semplicemente, per ora, non è il mio.
