Il lavoro negli scritti di Gadda

di Alba Coppola

Il tema del lavoro è nodale nell’opera di Gadda, sì che, anche quando non sia l’argomento specifico, ma resti laterale o sottotraccia, il linguaggio che ad esso rimanda è pervasivo in tutti i suoi scritti, e si tratta di lavoro operaio, meccanico o artigianale, di lavoro contadino, di lavoro intellettuale, fin almeno dalla Meditazione milanese, del 1928, nata intorno al tema della gnoseologia di Leibniz, in cui si afferma che, come il lavoro, anche il vivere è costruzione, giacché anche la vita è un macchinario, sia pure organico, e la natura umana è «ingegneristica».

In Azoto, uno fra i suoi numerosi articoli di argomento tecnico-scientifico usciti su rivista fra il 1921 e il 1956, e raccolti in volume postumi nel 1986, troviamo la contestazione a Rousseau circa la superiorità della natura primitiva non ancora depravata dall’uomo, e la convinzione che la disposizione a rendere il mondo artificiale è, ossimoricamente, il naturale dell’umanità e il più alto livello morale cui essa pervenga. Ogni sapere è insieme tecnico e creativo, frutto di disciplina e libertà, con l’auspicio, pertanto, con l’inevitabilità potrebbe dirsi, della confluenza nella letteratura dell’elemento scientifico-tecnologico e di quello umanistico, peraltro rarissima nella cultura italiana, e che consente pure a Gadda di superare il suo primo malessere per gli studi di ingegneria, intrapresi, ci racconta, per compiacere la madre, ma che trovano, così, definitiva e pacificata dimora nella sua coscienza come linguaggio e come sistema metaforico.

Tale sintesi fra scienza e saperi umanistici, già invocata da Galileo, è condivisa, fra i contemporanei italiani di Gadda, solo da Primo Levi e da Calvino. Per Gadda, in particolare, l’operaio, il contadino, lo scrittore costituiscono la loro opera secondo una legge che tuttavia ingloba la creatività, perché essi hanno di fronte e intorno innumerevoli strade possibili. Coerentemente, Gadda si presenta come “ingegner fantasia, con penisole e promontori nelle lettere, scienze, arti, varietà, con tumori politici ed annichilimenti dopo i pasti …”, nell’associazione fra razionalità e creatività, come si è detto, ma anche, va notato, con l’inserimento dell’elemento politico come malattia e di quello naturale come annientamento, sia pur temporaneo (“dopo i pasti”).

Artificiale come propriamente umano e costruzione dell’artificiale come caratteristica nobilitante dell’umanità al massimo grado, rimandano, per una suggestione che non mi pare di superficie, al Leopardi dell’Elogio degli uccelli, in cui gli abitanti dell’aria sono considerati gli esseri più vicini alla sensibilità umana “dacché è notevole come quel che appare ameno e leggiadro a noi sembra tale anche a loro; laddove gli altri animali, tranne forse quelli addomesticati e usi a vivere cogli uomini, nessuno o pochi valutano come noi l’amenità e la bellezza dei luoghi. E non c’è da maravigliarsi: perché non sono dilettati che dal naturale. Ora in queste cose, una grandissima parte di quel che noi chiamiamo naturale non lo è, anzi, è invece artificiale: come i campi lavorati, gli alberi e le altre piante coltivate e disposte in ordine, i fiumi, stretti fra certi argini […] e cose simili, che non hanno lo stato […] che avrebbero naturalmente. Cosicché l’immagine di ogni ambiente strutturato da qualunque civiltà, […] è artificiale e molto diversa da come sarebbe per natura. Dicono alcuni […] che la voce degli uccelli è più gentile e più dolce, e il canto più modulato, nelle parti nostre che in quelle dove gli uomini sono selvaggi e rozzi; e concludono che gli uccelli […] assorbono qualcosa della civiltà degli uomini […]”.

Con Primo Levi, poi, Gadda è il solo scrittore del Novecento italiano a non ritenere il lavoro alienazione e sofferenza, ma liberazione e scoperta, conduzione a razionalità di sé e del mondo, seppure per il solo Levi esso arrivi a offrire la possibilità di qualcosa che nella vita umana, e nella forma più certa, costante, duratura, possa dirsi felicità.

Ma seguiamo l’ulteriore speculazione sul lavoro dello scrittore milanese, ne Le belle lettere e i contributi espressivi delle tecniche, quinto dei saggi, scritti tra il ’27 e il ’57 e apparsi nel 1958 in un volume col titolo complessivo I viaggi la morte. Qui la letteratura è indicata quale eredità delle generazioni precedenti, che pertanto “travalica i confini della personalità e ci dà modo di pensare a una storia della poesia in senso collettivo”. Che non significa banalmente avere dietro di sé una tradizione, ma essere consustanzialmente dentro un patrimonio ideologico, metaforico e linguistico costituito nelle generazioni, l’unico che abbia valore, fino al punto che Gadda intende annullare i tratti individuali, separati, isolati, che gli appaiono ripugnanti, lo schifoso io, e forse privi di senso, in definitiva inesistenti. E perciò con la menzogna dell’io Gadda respinge anche il linguaggio consunto e retorico, per assumere non soltanto il vocabolario veritiero delle tecniche, ma anche quello dei dialetti, altro prodotto delle generazioni, e dunque contro l’imposizione fascista di una lingua unitaria, omologante, negatrice delle differenze, cioè del radicamento nella storia. In tal modo, la letteratura diviene un ambito di verità.

Come questo si traduce nella scrittura gaddiana è ben noto: nelle descrizioni numerose e accuratissime, scientifiche e iperrealistiche, nel linguaggio mescolato, nel pastichernello sguardo di Argo che il narratore pone sugli uomini, sull’ambiente, sugli oggetti, sugli eventi; nell’ambiguità, nel polimorfismo psicologico dei personaggi, nei misteri sempre irrisolti, nei bandoli di matasse cento volte in via di scioglimento, ma che continuano a mostrare nell’esistenza sempre nuovi garbugli. Lo scrittore è scienziato, ma anche filosofo. In lui si manifesta eminentemente un altro tratto costitutivo della natura umana, quello indagatore, come, metaforicamente, quello di un commissario, Ingravallo, cui nel suo ambiente, magari con qualche ironia dettata dall’inferiorità morale e intellettuale, è attribuito appunto un tratto da filosofo. E da indagatore e filosofo egli cerca, in un’opera mai finita, ma sempre stoicamente ripresa e portata avanti, di scomporre, analizzare e comprendere la combinazione degli elementi che costituiscono il pasticciaccio brutto del mondo. Certo, malgrado intuizioni corrette ed illuminazioni, malgrado lo scavo accurato, la cura, l’attenzione alla materia, la lunga esperienza, l’abilità, la passione, la dedizione inesausta, ne La cognizione del dolore, steso fra il 1938 e il 1941, come nel Pasticciaccio, concluso nel 1946, l’ultima mossa per lo scioglimento manca, fallisce. Ma il dovere era e resta lo stesso: per dirla, in qualche modo, con Galileo, ‘provare e riprovare’.

(Questo articolo è in debito con Susanna Barsella, per la questione del lavoro e della lingua in Gadda e, per lo sguardo filosofico e indagatore di lui, con Mario Porro, che incrocia poi sul tema della coniugazione fra letteratura e scienza auspicata e attuata sia dal Gran Lombardo che da Primo Levi. Letto al “Festival internazionale di Filosofia, La Filosofia, il Castello e la Torre”, Ischia, settembre 2018).

Immagini tratte dall’Archivio storico Cgil nazionale

  2 comments for “Il lavoro negli scritti di Gadda

  1. 11 Febbraio 2019 at 22:46

    Bellissima analisi, che non ignora anche gli scritti cosiddetti minori del Gran Lombardo. La mia passione sfrenata per lui risale ad anni lontani assai. Trovo l’Adalgisa tra le sue cose più “complete” e coinvolgenti. Grazie di questo pezzo.

  2. Alba Coppola
    12 Febbraio 2019 at 14:53

    Grazie a te, Sparz, per il commento gentile verso il mio piccolo lavoro. Gli scritti di Gadda ancora in parte di nicchia, come Azoto, sono una miniera vasta e preziosissima

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