Sì, uscirne vivi

di Walter Nardon

Non fosse venuto a sapere che, al termine della riunione, con ogni probabilità si sarebbe fatto vivo anche il responsabile amministrativo – il formidabile Elias, alla cui volontà da tre mesi era aggrappata la sua speranza – il nostro Carlo se ne sarebbe rimasto a preparare la relazione pensando alla cena di venerdì e al cane da sconsigliare a sua sorella, ormai decisa al grande passo.

Ma le cose erano andate diversamente. Aveva chiamato Karin, Ufficio acquisti: «Ti dico che sono sicura», aveva insistito. Così ora sedeva in anticamera sfogliando inserzioni sul telefono e gettando un’occhiata alle ultime brochure aziendali, col desiderio di fuggire non appena possibile, anche solo per fare la coda all’ufficio postale e spedire la raccomandata che aveva in tasca. Comunque niente labrador, pensava, benché siano i cani che in versione peluche riescono meglio; niente pastori tedeschi, maremmani, bernesi, border collie; niente cani aggressivi, dobermann o rottweiler, e ovviamente niente alani alti un metro e mezzo e tali da suscitare nei passanti, alla vista di Laura, esecrabili fantasie di compensazione. D’altra parte, era ora di intervenire: martedì sera lei gli aveva telefonato per dirgli che aveva finito la testa di un lama, il suo primo vero ricamo (foto condivisa con gli amici su WhatsApp). A due mesi dalla separazione da Enrico, per quanto sostenesse di sentirsi bene, aveva cominciato a mostrare segni di cedimento.

Gli altri, i dipendenti dell’agenzia, se ne stavano alla larga. Rispettavano la sua competenza, ma da lontano; a parte Sergio e Mark, dell’ufficio contabilità, che erano passati a salutarlo, e appunto Karin che, da una guardiola che in altri contesti sarebbe stata adibita a portineria, aveva preso a ben volerlo perché portava sempre le stesse scarpe nere e aveva quell’aspetto composto che – diceva lei – lo qualificava subito come inoffensivo. In piedi davanti alla vetrata che scendeva fra le pareti di cemento armato lasciato a grezzo sentiva crescere in sé un’impressione preoccupante. Per quanto si sforzasse, avvertiva che il meccanismo interno a cui doveva la sua speranza e, più in dettaglio, le stesse ruote dentate del dovere, si muovevano malamente. Qualcosa doveva essersi spostato fuori sede.

Ma perché un cane? Per distogliere lo sguardo da se stessa dedicandosi a un nuovo animale? A una vita innocente, l’unica degna di essere vissuta, lontana dalle menzogne umane? No, niente cani-mignon, chihuahua, maltese, pechinese, o carlino. Neanche un terrier poteva andar bene. E niente chow-chow: a quel punto meglio un cane di pezza. No, proprio niente cane.

«Ecco, ho trovato la persona giusta» disse una voce alle sue spalle. Era Francesca, dei Servizi alle imprese. Bionda, magra, con l’eleganza autoimposta di chi lavora nelle grandi aziende: «Ho proprio bisogno di una mano». Zigomi sporgenti, occhi grigi, stava cercando di risistemare un orecchino al lobo sinistro, un pendente con perla, ma non sembrava quello il problema.

Carlo esitava fra la caccia a Elias e la necessità di rispondere a una richiesta di aiuto che, espressa così, senza preamboli, doveva essere piuttosto semplice da soddisfare. Lei lo guardò con impazienza: raccolse lo zaino e la seguì.

Un mese prima aveva dovuto sostituirla in una lezione di tre ore e l’aveva fatto senza avere la possibilità di contattarla per chiederle il permesso di usare i suoi appunti, che gli erano stati forniti all’ultimo. Aveva agito su ordine del capoprogetto, ma per quanto nella lezione avesse messo del suo – ci metteva sempre molto del suo –, l’aveva comunque fatto usando le slide di Francesca. E aveva fatturato la prestazione. Poi, non trovando l’occasione giusta per scusarsi, un po’ per timidezza e altrettanto per una conoscenza non proprio familiare, aveva lasciato correre; ma non ne era uscito: in quel momento il suo senso di colpa occupava circa metà piano terra del suo edificio interiore.

«Non ti fai mai vedere da queste parti, vero?» chiese Francesca, senza voltarsi.

«Dipende dai punti di vista. Non sono mai mancato a una riunione».

Lei sorrise, girandosi oltre la porta a vetri.

Pur avendo una bellezza un po’ spigolosa, era una donna solare; benché fosse abituata alla discrezione, si intuiva in lei un’elasticità pronta, scattante. Quanto a lui, nonostante si sentisse in forma, si considerava fin troppo a rischio: l’essere entrato nell’impresa solo con un piede lo squalificava anche sotto quel profilo. Meglio essere prudenti, meglio reprimere.

L’Aula 1 era deserta: «Ecco, dovresti darmi una mano a predisporre tutto per il corso. Queste sono le teche. Poi sposteremo anche quei due tavoli». Si muoveva rapidamente. Davvero lo aveva chiamato solo per un’operazione che avrebbe richiesto al massimo cinque minuti?

«Il corso lo tieni tu?», chiese.

«Oh no,» fece lei, cominciando a passare fra i banchi, «Niente lezioni, io metto solo in ordine».

«Ero convinto che fossi coinvolta», disse Carlo.

«In effetti, per due anni ho fatto di tutto, ma ora i miei compiti sono più limitati. Insegno solo in casi eccezionali».

Era un rimprovero per la faccenda dell’intervento? No, la messinscena era troppo elaborata per riferirsi solo a quell’episodio.

Spostarono i tavoli verso il centro della stanza. Si trattava dell’accoglienza dei corsisti. Elias se ne era sicuramente andato.

«Scusa, dobbiamo disporre anche le piante».

Presero quelli che sembravano due cipressi in miniatura, appoggiati in un angolo, e li deposero davanti alla cattedra, uno per parte. Ecco, pensò Carlo, ora in mezzo dovremo appendere anche il manifesto.

«Vedi,», disse lei «lo so che sei in scadenza, come so che tempo fa mi hai sostituita». Si sedette su uno dei banchi, «Lasciati dire una cosa. Al di là del contratto che ti lega a un lavoro più o meno lungo, come saprai nella vita professionale ci sono dei momenti che si rivelano decisivi», continuò, invitando Carlo a sedersi in prima fila, cosa che lui fece docilmente.

«Il mio è capitato tre anni fa, a settembre. All’epoca ero assistente del Direttore generale in un’altra azienda, avevo quel che si poteva dire una buona prospettiva di carriera; anzi, dico la verità, mi ero anche un po’ illusa che sarei stata promossa. Il direttore era giusto rientrato da un suo viaggio d’affari a Berlino. Ci dovevamo vedere due giorni dopo. Eccoci, dunque, seduti uno per parte alla scrivania dello stesso ufficio. Dopo un rapido scambio sui risultati non eccellenti della missione, ci mettemmo entrambi a scrivere, lui al computer da tavolo, io sul mio, che tenevo sulle ginocchia. D’improvviso, proprio mentre eravamo concentrati ciascuno sul proprio documento, sentii farsi strada un’impressione di estraneità, come se ciò che avevamo condiviso – il lavoro dei due anni precedenti – non avesse più possibilità di sviluppo, e come se tutto ciò che avevamo da dirci in termini lavorativi ce lo fossimo già detto. Scrivevamo in silenzio. Nel modo in cui, d’un tratto, si voltò verso di me con uno sguardo inespressivo mi sembrò di comprendere non solo che il nostro rapporto professionale non sarebbe durato, ma che il fatto stesso che potesse durare sarebbe stato per lui un fastidio, se non proprio un ostacolo. Si era stancato di avere una testimone della sua difficoltà di andare avanti: era stanco di inseguire risultati che continuavano a mancare. Così, ovviamente, conservare qualcuno come me nella posizione che allora occupavo poteva rivelarsi un errore. Certo non poteva buttarmi a mare, e non dico che l’avrebbe fatto, ma non poteva offrirmi ancora fiducia senza mostrare troppo evidentemente i propri limiti. Perciò, senza dir nulla, in pochi mesi mi ha messo da parte e me ne sono dovuta andare. È questa la ragione per cui sono arrivata qui. Sulle prime ho tenuto tante lezioni, sostituendo tutti; ora invece, che l’agenzia si è ingrandita con l’ingresso di quattro nuovi soci, devo disporre le piante davanti alla cattedra».

Davvero non mancava di un tono persuasivo. E il suo corpo era una miniera. Dal corridoio si sentì suonare un campanello, quasi quello di un istituto scolastico; forse lo stavano sistemando.

«E adesso?» fece Carlo che, trovandosi in una situazione incerta, non poteva fare previsioni.

Lei scese dal banco: «Non lo so» disse, «In otto anni di lavoro in varie ditte non sono mai arrivata a una posizione sicura tanto da pensare di mettermi in proprio. La mia rete non è solida. Non lo so ancora». Aveva chinato la testa, rimettendosi a posto il ciuffo con le dita. Sulla fronte si era formata una ruga verticale.

«Insomma,» riprese, «lo sai meglio di me: ci tocca ripartire».

Sulle prime Carlo si era leggermente indispettito per quella che sembrava una lezione, più che una confidenza. Poi, invece, aveva compreso. A vederla così, appoggiata al banco, aveva una sua dignità. E due gambe magnifiche. La sua delusione era più che comprensibile, del resto l’aveva provata anche lui; anzi, paradossalmente lui ci si era abituato più in fretta. Una segretaria custodisce i segreti di un’azienda e così forse anche un funzionario come Francesca, ma a differenza della segretaria, il cui ruolo è dichiaratamente fondato sulla fiducia e sulla discrezione, in apparenza Francesca veniva valutata proprio sulla base dei risultati dei progetti di cui era responsabile. In apparenza, appunto. Per un po’ aveva pensato di chiederle per quale ragione avesse voluto raccontarle l’episodio, ma procedendo la cosa si era fatta più chiara.

Francesca aveva allineato la punta delle scarpe blu.

«Forse per te la cosa migliore sarebbe trovare una sistemazione come questa,» fece Carlo, «anche accontentandoti di un posto di minore importanza».

Ne aveva già viste tre, forse quattro, che in tre settimane avevano abbandonato il tailleur per i tessuti andini e i sandali birkenstock. Dopo sei mesi trascorsi ai mercatini dell’usato, cercando invano di vendere i lavori a maglia ai quali anche Laura ora si era appassionata, erano ripartite facendo ciascuna la cameriera in un bar. No, benché le situazioni andassero valutate caso per caso, una cosa era indiscutibile: l’alternativa implica sempre un’esperienza di conversione. Non è per tutti.

«Già,» disse lei, sistemando una teca, «si fa fatica a cambiare».

Sì, si fa fatica. Per lo più non si cambia, come il fronte di una cava abbandonata che continua a erodersi, a sgretolarsi.

Avrebbe voluto chiudere il discorso, ma avvertiva in lei una convinzione, una pressione interna esercitata dalla speranza a cui non era abituato e che non riusciva a liquidare in due parole. Guardò di nuovo le sue unghie, lo smalto verde scuro:

«Non credo ci sia una soluzione rapida» riprese lui, «Del resto, pensa a come sono messo. Non riesco a farmi pagare, da una settimana sono costretto a pedinare inutilmente Elias: davvero credi che potrei darti un parere decisivo? Non credi che sarebbe meglio farti dire qualcosa da chi ce l’ha fatta sul serio?». Appoggiò il cellulare sul tavolo.

Lei sorrise in maniera composta, ma spontanea. Quando rialzò la testa lui notò un riflesso nei suoi occhi grigi:

«Dopo il mio allontanamento il momento peggiore è stato quando mi sono accorta che il compito di interpretare la faccenda era stato lasciato interamente a me, sia in privato – ovviamente – che in pubblico, perché qualsiasi cosa avessi detto sarebbe sempre stata considerata insufficiente. Sapevo come funzionavano i rapporti gerarchici, ma non lo avevo mai provato fino in fondo. Certo non arrivò al mobbing: fu un lavoro pulito. Così, mentre la mia presenza nei corridoi della ditta diventava sempre più evanescente, i miei colleghi si riempivano di imbarazzo. Un imbarazzo colpevole, sia chiaro. E ora, stando a quello che vedo, sono costretta a imparare un’altra lezione». Si allontanò un po’ da Carlo, e il suo tono si fece più incerto: «D’accordo, penserai che dopo queste due batoste…, sul piano umano possa dirmi attrezzata, eppure non lo so…, non riesco ad accontentarmi. Non mi basta». Lui ebbe quasi un sussulto: Francesca non poteva credere che anche lui le fosse ostile.

«Non venirmi a dire che è tutto qui, che sono io a illudermi, perché questo argomento lo conosco anche troppo bene» proseguì lei con maggior sicurezza, «sono sempre stata molto concreta: direi però che almeno il coraggio di pensare che non sia tutto qui lo dobbiamo conservare».

Carlo aveva ripreso fiducia:

«Ma certo che non è tutto qui. Nessuno contesta la tua competenza. Che la faccenda non si riduca a capire come va il mondo mi sembra non solo di saperlo, ma di averlo perfino dimostrato. Sai bene che lavoro anche in altri campi, e che questo incarico mi serve in primo luogo per campare».

Lei, girandosi, annuì. Stava piangendo.

Come capita in persone abituate a tenere a bada la loro emotività, quell’espressione vulnerabile ne rivelava un aspetto inatteso, mostrandola più forte. Il suo viso, il modo in cui i capelli biondo cenere si erano piegati sul collo mentre si girava, sembravano avere il carattere di una scoperta, che Carlo trovò memorabile. Le si avvicinò e la abbracciò. Comprensione umana, attrazione e volontà di proporsi si fusero, come normalmente accade, in un unico istante. Poi, non volendo forzare la mano, per quanto la situazione potesse indurre a credere il contrario, lasciò parlare lei, come se avesse scorto nitidamente un profilo in una macchia sul muro e glielo avesse indicato: voleva capire cosa ne avrebbe detto.

Lei non disse nulla e si risistemò il vestito. Vedendolo fermo in un’espressione di stupore, si mise a ridere. Poi, allo squillare di una nota, controllò un messaggio sul cellulare.

Carlo era incredibile nella sua vecchia giacca di velluto nero. Aveva qualcosa di segretamente familiare, che lei non riusciva a cogliere. Anzi, ecco: era un po’ come il vicino di casa che molti anni prima avrebbe voluto invitare alla sua festa (poi non aveva trovato il coraggio di farlo). Aveva esagerato? No, era stata sincera. Ed era elegante. Il vestito era ancora un po’ fuori posto. Una spallina le dava fastidio. No, non era tutto lì, come era stato invece nei primi tre anni di lavoro trascorsi sulla scrivania di vetro in quella piccola azienda di servizi contabili poco lontana dalla casa dei suoi genitori a Trento; c’era qualcosa che si alzava sopra quella prospettiva. E, per la centesima volta, una contingenza difficile a volte condiziona i risultati quanto una scelta sbagliata, ma è meglio andare avanti che cedere alla tentazione di rifugiarsi nelle lodi di chi vede i risultati anche quando non ci sono. In termini logici sembra ovvio, ma in pratica, poi, non lo è mica tanto. Si è visto come sono andate le cose, cosa ha combinato l’azienda. D’accordo, anche a lei non era andata benissimo, chiusa in Aula 1 a mettere a posto le piante, ma chi si perde su quella strada non sa più riconoscersi. Si soffiò il naso, poi tirò fuori uno specchietto dalla tasca del vestito, controllò il trucco (per fortuna tutto a posto) e si risistemò i capelli.

Carlo era ancora lì, due passi dietro di lei, a braccia conserte.

Nonostante tutto sperava di avere una chance, anzi, sentiva di averla, simile a una piccola luce di cortesia sepolta sotto un mare di biglie di vetro. E l’avrebbe presa in mano, sicuro, anche se questo avesse comportato non vedere Elias e non riuscire a spedire la raccomandata all’azienda telefonica.

«E così andiamo avanti», fece lei, girandosi ancora una volta.

«Facciamo quello che possiamo», replicò Carlo, «ma lo facciamo al meglio».

Lei sorridendo diede un’occhiata all’aula. Tutto a posto.

«Perché non ti fai vedere da queste parti ad esempio venerdì, dopo la chiusura?» chiese lei, buttandola lì per caso.

«Dopo la chiusura, certo», fece Carlo. Si sarebbe accontentato anche di meno, per quanto sapesse che quel suo atteggiamento era nocivo, da abbandonare.

Il campanello suonò di nuovo un paio di volte: sì, lo stavano sistemando.

Francesca da dietro la cattedra prese un flacone di deodorante per ambiente e lo spruzzò un paio di volte nell’aula, a destra e a sinistra.

Suonò il cellulare di Carlo. Era un messaggio. Come avrebbe avuto modo di verificare poco dopo, sua sorella si era decisa per un esemplare di golden retriever.

Si avvicinarono alla porta.

«Con Elias ci provo io, ma non ti garantisco nulla», disse lei.

Carlo sorrise, poi la lasciò andare per prima.

 

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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