Il libro e il cammino

Di Silva Cascone

 

La poesia ci divertisce da molti delitti.

Torquato Tasso

 

Del vocabolo italiano divertire udiamo pure fioco – per lungo silenzio, solitudine claustrale della parola – il sussurro. «Distogliere, allontanare», assiste il dizionario De Mauro, «volgere altrove». E il Gabrielli, che registra l’uso raro e i pigmenti letterari nel preciso contenuto semantico, aggiunge: «far prendere un’altra direzione». Divertirsi (e sia: divĕrtĕre) vuol dire cambiare strada, affrontare un altro percorso, sperimentare un nuovo cammino: qui – Stefano Jossa lo indica (è il senso profondo di quei poemi) – versiamo, per agio di «fantasticazione», la luce su l’Inamoramento de Orlando di Boiardo e l’Orlando furioso di Ariosto che, nel fatato intreccio delle storie e dei personaggi, sono inviti «a percorrere tutte le strade, possibili e impossibili, per spostarsi, assumere una prospettiva diversa, cambiare sguardo». Ora, vorremmo dire, in leggerezza di cuore: divertirsi. Perciò senza troppa fatica comprendiamo la sorridente pertinacia con cui Celati marca e rimarca l’oralità di questi testi – aligera meraviglia di tessuti, tappeti di intrichi e capricciosi arabeschi –, la malia dell’ascolto, lo splendore vago della lettura ad alta voce.

Poemi cavallereschi, dunque, ingenerati per recite pubbliche; così di Boiardo torna all’orecchio la straordinaria sonorità linguistica, quasi d’orlo dialettale, libera da remore scolastiche, e immaginiamo quale doveva essere il felice e silvestre rigoglio dell’Inamoramento al sottile udito di dame e uomini di corte. Così lo slancio errante della poesia ariostesca scioglie il suo canto nell’ottava, miracolo vero di ariosa disinvoltura, e tra oceani, palazzi, deserti, sino allo sfavillante arcano della Terra vista dalla Luna. La comune lettura – pieno porgimento di suono – doveva essere lenta, affinché fantasia e memoria si mescolassero, lievi, non più atterrate dai logori calzari dell’opinione greve, e tutto restasse fluttuante nella vaghezza, ben oltre ogni puntuto e spaurito pregiudizio. Oggi è nella distensione assoluta della parola poetante che, d’improvviso, «volteggiando in su le carte», prestiamo fede alla geografia, al cozzare fanciullo e contingente di luoghi e poeta, alla cifra della nebbia, l’impronta propria della rorida terra, di quello sconcertante, immenso cammino in pianura.

Celati ancora, come in chiosa dell’anima sua e altrui, c’illumina quei campi tanto dritti e piatti: «Se penso ai grandi autori delle nostre parti, Ariosto, Boiardo, Folengo, fino a Zavattini, Delfini, Fellini o anche a Giorgio Manganelli (cresciuto nei dintorni di Parma), mi viene in mente una forma immaginativa che li accomuna, una stravaganza fantastica che non trovo in autori di altre regioni. Non so spiegare questa tendenza, ma so che tradizionalmente si parlava di varie forme di pazzia locale, e c’era la famosa pazzia di Reggio Emilia, la melanconia cupa dei ferraresi, la pazzia ombrosa dei romagnoli». Commovente, in questa sembianza nuova, più ricca, la definizione celatiana di poema cavalleresco: «piccola patria per la mente» che fa compagnia e dà contentezza, a patto che sia mantenuta intatta una primigenia ingenuità danzante – tra le parole – e obliata ogni superbia intellettuale. Sicché, se la lettura è l’«inseguimento di un’immagine che si sottrae, lasciando una traccia vuota da riempire con l’immaginazione, grazie a una proiezione di idee fisse nella mente» e ancor più l’«impresa del perdersi in un errore, l’incantato errare dietro a un’immagine fuggitiva, presi da un ardore insensato», del libro e del cammino è tempo di recuperare il divertimento e la grazia di follia. E del verso ritrovare la voce, la misura, lo Spazio.

 

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