Vista dalla luna

di Giorgio Morale

Un canto all’infanzia sterminata. Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani

Con una copertina rosso fiammante Vista dalla luna di Chandra Livia Candiani (Salani, marzo 2019) è un libro terribile: comprende due raccolte, “Vista dalla luna”, composta tra il gennaio 1999 e l’aprile 2000, e “La porta”, composta tra il dicembre 2005 e il gennaio 2006, accomunate dal tema dell’infanzia . “Puttana vestita di nero”, “Ti ammazzo di botte”, “Ti spezzo in due / te ne dò tante da levarti il fiato” sono alcune delle imprecazioni che ci colpiscono nelle prime pagine. Ciò è inusuale in un libro di poesia, e in particolare in un libro di poesia in cui si parla di infanzia, e per questo determina quella “esplosione di senso” tipica della scrittura poetica.

Non è la prima volta che la poesia dà voce ai dolori dell’infanzia, che convivono con la sua
mitizzazione. Sin dalle origini della concezione moderna di infanzia, nella temperie romantica, Novalis dice nei “Frammenti”, che “Dove ci sono bambini c’è un’età dell’oro” ma pressappoco negli stessi anni Hölderlin scrive: “Quando un pargolo io era, sovente dal frastuono / dalla sferza
degli uomini / in salvo un dio mi trasse”, facendoci intendere molto con quella reticenza: “sferza
degli uomini”. Ma non ricordo un componimento poetico in cui la sofferenza dell’infanzia sia
espressa così nudamente, con una chiarezza disarmante, senza nulla di semplice e fanciullesco,
nulla di grazioso, senza mediazioni culturali, senza teorizzazioni o artifici; ma esaltata dalle
caratteristiche del dettato di Chandra Livia Candiani: necessità del dire, espressa dal presente
atemporale in cui si colloca la voce poetica; concretezza delle situazioni, delle dramatis personae,
delle voci; attenzione al dettaglio e vocazione alla “precisione” che infondono energia alle parole e
fanno sentire la palpabile violenza che può crescere nell’ambiente familiare; estrema naturalezza
che va alle cose stesse liberandosi di scorie ideologiche e di poetiche sovrapposte al vissuto, che
dopo aver dominato il Novecento ancora oggi da molti vengono anteposte ai testi; il nitore del
verso, non edulcorato, non allusivo, non estetizzante, sostenuto dal coraggio di chi nella poesia
scommette la propria vita, “arrischiante”, come dice Heidegger dei poeti, i quali “osano spingere
l’esperienza umana fino al suo limite”. E anche in questo come negli altri libri di Chandra Livia
Candiani c’è un “io leggero” ottenuto tramite una forma di distanziamento e di alleggerimento della
soggettività: in questo caso protagonista delle due sezioni del libro, “Vista dalla luna” e “La
porta”, sono prima un “Io” di cui si parla in terza persona e poi “la bambina”.

Le parole di Io dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto”.
Leopardi scrive che, poiché “la vita è sventura”, una volta nato il bambino, “La madre e il genitore /
il prende a consolar dell’esser nato”. In “Vista dalla luna” le violenze e le angosce terribili sofferte
dalla bambina che si chiama “Io” sono provocate da una “normale” situazione familiare tra le mura
di una “normale” casa borghese, l’inferno che la psicanalisi dice da un secolo. L’immobilità di
tempo e spazio in una situazione coercitiva e compressa diventano nella poesia concentrazione della
parola: “Forchetta sedia tavolo / sedia tavolo forchetta”. Intanto “i grandi si sbranano”. Il padre “è
l’orco”. La madre non è “angelo della casa” e della casa non è “se non l’uragano”, semmai degli
angeli ha “l’indifferenza”. Essa “ha un cancello / nero e acuminato ferisce / le dita dei bambini
imprevisti”, essa non vede nemmeno la bambina mentre l’accompagna a scuola, la esclude dalla
“reggia / della sua visuale”, la bambina per la madre è “il numero sfuggito all’ultima / delle sue
somme, la cifra / che non torna”. La bambina è “quel buco bianco” che “fa sbattere il quaderno contro il muro / e urlare”. Ha solo “le carezze di farina della luna / madre imprestata”: la luna – la natura – come l’equivalente del dio che trasse in salvo Hölderlin pargolo.

È terribile la preghiera della bambina all’“uomo della polverina del sonno” perché l’aiuti a superare
la paura della notte: “non mandarmi prego la mamma / non mandarmi ti imploro il papà”. Invoca
invece: “mandami il lupo / che mi insegni ad attraversare / il corridoio di casa / che mi trasporti / in
cima al mattino / senza la vertigine delle ore, / mandami prego / l’orco che mi inghiotta / in un
boccone e non mi imbocchi / ferendo la forchetta di rossa / rugiada”. Invoca “un ripostiglio di sogni
caldi”. Questa infanzia è “una lunga ripetuta / ferita”, sottolineata dal commento dei familiari:
questa bambina “Non vuole essere capita”. D’altra parte “da sole non si tossisce / e non si piange,
ma si ricama / con le mani nell’aria / lievi trine / di paesi sognati, / laghi di ghiaccio e cioccolato, /
pareti innamorate, / silenziose sciocchezze”. A completare il quadro di questa infanzia viene ciò che
è fuori dalla casa e che ha la stessa indifferenza e la stessa insignificanza: c’è il “niente è accaduto /
dell’asfalto”, “la Messa in cui sgozzano i cerbiatti”, la scuola in cui “si imparano / le case dove non
abita nessuno / gli alberi in fila come soldati”. Dappertutto “nessuno arde, mentre “le parole di Io
dentro il petto” sono “un fuoco d’alfabeto / senza lingua senza / senso”.

“Un minuscolo poema lungo una notte”
Allo stesso modo ne “La porta” incombe nella vita domestica “l’assassino, / Senza nome. / Dal
nome troppo conosciuto”, che sta dietro la porta. “Ogni anno una nuova cicatrice”. Ma anche qui “il
buio / … diventa un nido”. E come dice Rilke nella quarta Elegia, nell’infanzia si vive “cosí,
nell’intervallo ch’è tra il balocco e il mondo”. Per sopravvivere la bambina “mette in fila sul banco /
giovani / animali di zucchero”, “disegna un puma” e “attraverso il puma / la bambina / consente al
cuore. / La velocità”. Finché

Dorme.
La parola.
La bambina
la prende.
Sulla lingua.
Come un fiocco
di neve.
Un alfabeto.
Gelido.
Si scioglie.

E la bambina “Conserva le parole in un sacco / buio / apre le parole al vento. /…/ parla con l’aria”,
scrive “un minuscolo poema / lungo una notte”. Un vascello leggero che arriva fino a noi.

Ha ragione una scrittrice colta e raffinata come Cristina Campo quando ne “Gli imperdonabili” dice
che l’infanzia è l’età a cui si torna sempre, e lo conferma Chandra Livia Candiani nella introduzione
a Vista dalla luna: “L’infanzia è un luogo assoluto, senza tempo, luogo di transito, in cui non si può
sostare, ma tornare sempre”. Ha ragione Cristina Campo quando dice che “la vecchiezza, spesso
dimentica di tanta parte della vita trascorsa, ricorda con limpidità sempre maggiore l’infanzia”, che
l’infanzia è “non già il proprio passato, ma… il futuro”. Il futuro di “Io” è “un fuoco d’alfabeto”,
“le parole… dentro il petto”, le “silenziose sciocchezze”. Così si invera anche che l’infanzia è “la
storia delle proprie verità” come dice Marina Cvetaeva, ed è l’età delle vocazioni: da Esiodo che
racconta che da fanciullo si vide affidare l’investitura poetica dalle Muse, a Leopardi che scrive:
“fanciullo io venni / A pormi con le Muse in disciplina”. Non sempre è vero però ciò che scrive
Cristina Campo, che l’infanzia è una condizione estatica, e non sempre chi racconta la propria
infanzia “sembra dotato… di potere augurale” e provoca un rapimento che sospende “il moto delle
sfere”, da cui ci si ridesta “con una desolazione più feroce del rapimento”, al punto che la
vecchiezza “può chiamarsi anche esilio”. All’infanzia si ritorna sempre, ma non sempre essa è “uno
stato di felice natura” come la definisce Garcia Lorca.

“Sterminata… significa sia smisurata che annientata”

Va nominata infatti, per completare il quadro del libro e dell’infanzia che è in esso contemplata,
l’introduzione della stessa Chandra Livia Candiani che ricorda “l’infanzia sterminata” di oggi.
“Sterminata è un aggettivo a doppio taglio” leggiamo nell’introduzione. “Significa sia smisurata che
annientata”: annientata dalle guerre, dalle migrazioni, dagli abusi, dai crimini familiari. In un tempo
in cui “nelle scuole si insegna… a non sentire” e in cui “le bambine e i bambini guardano nel vuoto
mentre i grandi affondano nel cellulare”. Anche con questo Chandra Livia Candiani ci dona un libro
necessario, che tocca un elemento decisivo della nostra umanità.

“Vista dalla luna” è la genealogia de “La bambina pugile” (Einaudi 2014) e di “Fatti vivo”
(Einaudi 2017) e rappresenta una parte di quegli inediti che nel 2005 Vivian Lamarque lamentava
non vedessero la luce. Il lettore di Chandra Livia Candiani può capire da “Vista dalla luna” perché
la bambina pugile “Ha lottato tutta la notte / contro la notte” e trovare la ragione del “sonno della casa” di
“Fatti vivo”. Può comprendere da quale ferita viene quella apertura al mondo che ha ispirato la
dedica de “La bambina pugile”: “… ai vivi, ai morti, e ai mai nati, ai sopravvissuti, a tutti gli
oggetti del lavoro umano, tavoli, sedie e letti, e pane e vino, e orti, e a tutti i cari, furiosi o delicati,
animali,… agli alberi vecchi e giovani, solitari e socievoli, al fondo del mare, alle onde una a una, ai
granelli di sabbia, alle nuvole, alle montagne, ai sassi, alle conchiglie, ai fiumi, alla terra terra,…
alla notte, alla luce, all’universo che non finisce…”.

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