L’archivio scomparso di Luigi Maria Personè

di Dino Baldi

Questa è una storia di disastri bancari, di archivi scomparsi, di eminenze da prima Repubblica e di silenzi. Non credo in molti ricordino Luigi Maria Personè. Era nato nel 1902 a Nardò, in Puglia: la famiglia di antica nobiltà, e in particolare il monaldiano padre, vengono descritti nel racconto autobiografico Rosso di mattina (1982). Studiò a Bologna e poi a Firenze, dove si laureò nel 1923 all’Istituto di Studi Superiori (ancora non era università); e da Firenze, l’“Atene d’Italia” come era chiamata al tempo in cui contava qualcosa, non se ne andò più: per trent’anni insegnò al conservatorio Cherubini, e prima ancora al liceo Dante e al Cicognini di Prato. Fu un conferenziere apprezzato, anche all’estero, e poi un critico letterario (Lo spirito di Antonio Fogazzaro, 1961; Scrittori italiani moderni e contemporanei, 1968), d’arte (Pittori toscani del Novecento, 1952), di teatro (Il teatro italiano della Belle Epoque, 1972), nonché narratore nel genere di quella che oggi viene chiamata non-fiction (Il demonio muto, 1993). Ma soprattutto fu un prolifico ed eclettico giornalista da terza pagina. Non c’è quasi quotidiano su cui non abbia scritto: il “Popolo d’Italia”, “La Stampa”, il “Corriere della Sera”, “La Nazione”, “Il Resto del Carlino”, il “Mattino”, il “Piccolo”, e fino a pochi giorni prima di morire, a ben 102 anni, “L’Osservatore Romano” (perché fu cattolico osservante, e vicino ai potenti). La sua vena migliore è quella del memorialista. Aveva una vera e propria frenesia di conoscere (“collezionare”, è stato detto) i personaggi più notevoli della sua epoca, scrittori, politici, uomini e donne di teatro, senza fare troppo conto delle qualità assolute e delle idee relative, ma badando solo a che fossero famosi e che avessero, come diceva, una “scintilla”: riusciva immancabilmente a farsi accogliere nei loro salotti o a incontrarli in qualche modo, e da queste frequentazioni distillava elzeviri brillanti, in una lingua che in cent’anni sembra non cambi mai, piacevole perché nitida e leggera, con poca retorica, soprattutto per la media degli anni in cui si era formato. Gli piaceva l’aneddoto signorile, mai volgare, raccontato con la sprezzatura e il disincanto di chi osserva e descrive fatti e vicende umane un po’ dall’alto, ma con simpatia umana, senza giudicare. Il suo sguardo è quello del mondano aristocratico: amante del teatro, considerava, si può dire, la vita stessa uno spettacolo al quale voleva assistere dalle prime file, accontentandosi della superficie, come se alla fine contasse solo quella (ed era del resto equanime: anche di sé stesso, alla pari degli altri, faceva un oggetto di osservazione curiosa e distaccata). La sua produzione è tutta nel segno della frammentarietà; però alla fine, da questa messe di articoli (vantava di averne scritti cinquemila) si ricompone una fenomenologia della borghesia intellettuale specialmente italiana non disprezzabile, e qualcosa rimane. Iniziò la sua frequentazione di grandi uomini fin da ragazzo, con Benedetto Croce, che scambiava lettere con questo giovane quattordicenne da pari a pari, ignorandone l’età. Matilde Serao, della quale lascia un ritratto strepitoso, da Anna Magnani della letteratura (ne I signori del quarto potere, 1973), lo volle come collaboratore del “Giorno”; poi vennero Arnaldo Mussolini, Malaparte, Prezzolini, Missiroli, Borelli, Ojetti, Montanelli, Scalfari: nella sua lunga carriera incrociò oltre sessanta direttori. Ebbe la simpatia del Papini post-conversione, e lo frequentò regolarmente: il primo articolo, nel 1926, lo scrisse proprio sulla sua scrivania. Conobbe Proust tre mesi prima che morisse (attraverso Lucio D’Ambra), e poi Kafka, Bernard Shaw, Mann, France, Camus, Rilke, Churchill, De Gaulle, Isadora Duncan. Degli italiani non manca praticamente nessuno: D’Annunzio, Deledda, Pirandello, Montale, Palazzeschi, Bontempelli, Soffici, Cecchi, Buzzati, Bassani, Marino Moretti, ma anche i più bei nomi del fascismo, da Mussolini in giù, e Marconi, Salvemini, Nello Rosselli, Enrico Malatesta, Eleonora Duse, il futuro papa Luciani e tanti altri dalla fama ormai spenta o ridotta a un lumicino.

In casi simili, per uomini cioè con questa indole e queste qualità, le carte private sono spesso più notevoli dei prodotti editoriali veri e propri: si capisce allora bene quale interesse potrebbe avere, per chi si occupa della storia culturale e sociale più recente, esplorare il laboratorio di un uomo che ha attraversato, da una posizione tanto privilegiata, tutto il Novecento. La gran fortuna è che queste carte esistono, o perlomeno c’è chi può testimoniare di averle viste. L’Archivio storico diocesano di Prato conserva, ben catalogati, 13.000 volumi di Personè (un migliaio dei più preziosi andarono in eredità al suo fedelissimo segretario); ma ancora più notevole è un fondo che, oltre ai materiali di lavoro e a molte fotografie, contiene circa 7.000 lettere: quasi un secolo di corrispondenze, scambi e relazioni, molte delle quali rispecchiate da carteggi di notevole consistenza. Anche queste carte secondo la Soprintendenza archivistica della Toscana si trovano all’Archivio pratese (cf. https://bit.ly/2Pf1aaj); ma se si telefona per saperne di più, la risposta è schietta e desolante: il fondo era lì, è vero, ma adesso non c’è più, non si sa dove sia, né se tornerà. Il fondo Personè è di fatto disperso (non per colpa della Diocesi, va detto subito), e qui il racconto, se non s’interrompe, deve prendere un’altra direzione.

I fatti pressappoco si possono raccontare in questo modo. Nel 1986 Personè decise di vendere il suo patrimonio di libri e scritture private, che non senza ragione reputava di qualche interesse. Si rivolse a un potente amico romano, Giulio Andreotti, il quale non ebbe difficoltà a trovare un acquirente: la Cassa di Risparmio di Prato, allora guidata da due suoi fedelissimi, Silvano Bambagioni e Arturo Prospero, che comprarono (per una cifra consistente) la biblioteca e le carte, insieme a qualche mobile e quadro, con l’impegno di affidarli in custodia perpetua all’Archivio diocesano (non solo le carte fino all’86, ma anche quelle che sarebbero state prodotte in seguito). Poco dopo, nel 1988, la “mamma” di Prato, che ne aveva sostenuto fin dal 1830 lo sviluppo economico, collassò sotto il peso di 1.500 miliardi di debiti, e il tandem andreottiano fu costretto a cedere la mano. La banca fu acquisita dal Monte dei Paschi di Siena, e dopo alterne vicende passò nel 2002 alla Banca Popolare di Vicenza. Il suo presidente Gianni Zonin si distinse ben presto per ambizioni e maniere da Napoleone: la quadreria di Palazzo degli Alberti, storica e antichissima sede della banca, venne trasferita senza troppe cerimonie a Vicenza: una sessantina di opere fra cui Caravaggio, Bellini, Filippo Lippi, Santi di Tito, Lorenzo Bartolini. Con meno rumore presero la via del Veneto anche le carte Personè. Al principio del 2014 Zonin incaricò un monsignore che aveva già inventariato il fondo della banca vicentina e delle banche aggregate di prelevare le 63 casse che contenevano tutte le carte private di Personè. Era, si disse all’epoca, un trasferimento temporaneo, e anzi un “regalo ai Pratesi”: si sarebbe provveduto a riordinare l’archivio, due o tre mesi di lavoro al massimo, per poi restituirlo insieme all’inventario. Pare che nei diversi passaggi di mano queste banche si siano scambiate tra loro anche la vocazione al dissesto finanziario: nel 2017 il governo Gentiloni sottopone il Banco Popolare di Vicenza e Veneto banca, tecnicamente fallite, a liquidazione coatta amministrativa, e Zonin viene rinviato a giudizio. Le due banche, compresa la CariPrato, vengono acquisite da Intesa Sanpaolo a un prezzo simbolico (mentre per il Monte dei Paschi arriva il salvataggio dello Stato, che ne rileva le quote di maggioranza). Delle carte di Personè, sepolte nel gran crollo, si erano intanto perse le tracce: l’ultimo avvistamento risale al 2015, dentro un caveau di una delle sedi della banca vicentina, in viale Battaglione Framarin.

Nella situazione attuale, qualcosa di buono forse c’è. Banca Intesa con la sua fondazione ha mostrato negli ultimi mesi una sensibilità maggiore rispetto a chi l’ha preceduta nei confronti del patrimonio della CariPrato: undici opere della collezione d’arte sono già tornate nella sede originaria, e Banca Intesa ha promesso che entro il 2019 aprirà al pubblico la Galleria degli Alberti. L’archivio Personè invece rimane ancora in un limbo dal quale non trapela luce. È vero che nel 2016 la Soprintendenza, su istanza di don Renzo Fantappiè, direttore della biblioteca dell’Archivio diocesano, lo ha protetto con un vincolo pertinenziale che lo lega alla prima sede e che dovrebbe scongiurare vendite per “fare cassa”. Ma è comunque singolare e preoccupante che non se ne sappia nulla, e che le numerose sollecitazioni di don Fantappiè, formali e informali, siano fino a oggi cadute nel più assoluto silenzio. È lecito augurarsi che Intesa Sanpaolo dimostri, per queste carte, lo stesso interesse e la stessa buona volontà di cui sta dando prova per la collezione d’arte. Le tolga quanto prima da quel caveau (sperando che siano ancora lì), e le restituisca al luogo nel quale lo stesso Personè voleva che fossero conservate insieme alla sua biblioteca, e dove, finalmente, potranno essere messe a disposizione di chi le voglia studiare. Si tratta, ripetiamolo ancora una volta, di uno degli archivi privati più interessanti, per consistenza e completezza, del Novecento italiano.

 

Per le vicende del fondo (eccettuati gli eventuali errori e imprecisioni) sono debitore alla cortesia e disponibilità di don Renzo Fantappiè. Un ringraziamento particolare va inoltre a Irene Sanesi e a Silvia Bacci.

Nell’immagine: Ritratto di Luigi Maria Personè, di Primo Conti (1953, collezione CariPrato)

 

  1 comment for “L’archivio scomparso di Luigi Maria Personè

  1. FEDERICO LA SALA
    19 Maggio 2019 at 13:11

    A onore del lavoro di “Nazione Indiana” e dell’Autore, ho segnlato l’articolo sulla figura di Luigi Maria Personè alla redazione della Fondazione “Terra d’Otranto” che, nell’ultimo bumero della sua Rivista, se ne è occupata (cfr.: http://www.fondazioneterradotranto.it/2019/05/10/97801/#comment-230637).

    Federico La Sala

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