Galateo per un abisso

di Mario Fresa

Testi inediti tratti dalla raccolta in lavorazione “Il mantello di Goya”.

*
Salta la corda; a volte ha il corpo
fulminato da un sottile
colpo di grazia.
E si accontenta anche di meno:
alle spalle ha un orario che spinge lontanissimo;
anzi apre le unghie, quasi a farla finita, quando stanno a guardarlo
dritto in fronte. Né digerisce il suo cervello né
questa sorda faccenda di verità.

*
Vivendo, ci si rovescia per terra. Angiola
sta legata per terra – ha detto; è pronta almeno
quanto una testa impazzita a causa
dei ricordi. Di nuovo, poi, l’azzurro esortativo.
Diventiamo una balbuzie mondiale.

Che fare allora, di questi verbi? Il nome c’è,
così allarmato da venirgli addosso. Ma credo proprio
che sia di un altro.

Uno straccio, le ripeto,
dipinto per sventura. Il salto dal balcone.

*
Wurzel

E allora. Nessuno lascia la classe dei dementi
o i biscotti a tempo pieno. Lo dice Wurzel,
con tutto l’acetone che gli assale
la testa. Arriva dalle scale fino a lui,
messo così insieme
in isteriche polpe: e non scherziamo.

Lo si chiama raccomandato come un ladro;
grida, – la bocca allegra, nella fine cottura
del Provveditorato. Io l’ascolto mentre
dice di licenziarsi. Ma Wurzel vince le sue gambe
e non si lascia fregare! Ha un mantello di malattie
(come te) e se lo tiene stretto, fino ad esaurimento
scorte. Se fa lezione, muove parole fino
allo smog; s’intasa nelle sue stesse
macerie, in quell’essere bestia
che non perdona. Poi si vedrà.

*
Se cammini, poi gli cresce
una voglia di artiglieria nella mia testa,
ridà i suoi occhi pronti a bruciare tutto: riconoscenza, chilometriche
bugie, casa d’archivio: ti rendo l’amore di capire presto.
Perché crollare come un vento
sugli spiriti affettivi.
Sicché le mani nude; e tuttavia le carte incalcolabili,
da oggi, mettersi in proprio finché gli lucidi il pelo,
dicendo zitto e mosca; e lei, volando, evapora con tanto di cappello.
Né ciò lo fa passare a miglior vita: ma una gardenia in bocca,
oppure l’aspra coscienza su dal collo che
schiaccerà sete e fortuna,

quando sviene la capitale mente
e fa la figlia che ancora guarda, ma non sente.
Respira una valanga. Quei pensieri.

*
Si sentiva mortale; un territorio da difesa.
Che dipinto di cucina, capire quello scandalo di niente:
eppure in tempo dolce di carestia
non sa perché.

Sì, pioveva sul bigliardo fumato, poniamo:
come un’algebra da sera. Tutte scomparse, prese così
d’assalto al dito; che diventò per gioco
un cane di violenza.

Accanto mi cadde allora sulla bocca,
sparandomi il cervello come un’atomica
risposta.

*
Subito, i primi acciacchi mentre impariamo con lentezza
(come piace a me). Si dice che ancora respiravano un poco,
Wurzel, quasi spezzato in due, e il sogno di cercare
un po’ di gloria. La mosca molesta dell’emozione.
Pochi istanti per trasformarmi in lui,
in una nuova stazione, ricca di confort, di trucchi del mestiere
perché dopo, sarebbe troppo tardi! Si congedò con una certa
sinistra felicità.

Il che vuol dire: la notte ruppero il corpo intero
del paese, lasciando le ragazze bene in veste da
sorpresa: entrambi ne furono così
contenti che: da un lato c’erano le sue camicie
immacolate, mentre fuggirono dalla sala
dei concerti (con il solito Kurt, muso di cane, in testa);
dall’altro, il resto della gente e la sua innata perfidia.
La stanza, poi, così bucata dalla pioggia,
accolse per tutti, il caffè nero pronto a posarsi
sulle anime perdute; e gli occhi avvolti
da uno stadio nervoso, formicolante.
Il giorno del giudizio, quando è tardi.

*******
Appena arrivato, vai pure avanti, mostra ferite col flash
della fredda pubblicità del mondo; una manna
dal cielo per tutti quei bambini
che si battono le cosce per ottenere
qualche razione ospedaliera
in più. Apre la mente concreta, prigioniera:

“Papà si brucia il gozzo di fischi, di parole troppo magre per essere
nascoste così a lungo e, poi, dimenticate…
Le sdraia a faccia in giù, straccia gli errori e va sulla strada giusta; quindi

“Ogni mattina, mangia argomenti
minuscoli, feroci…

*
Lo spettacolo, come d’accordo, ustiona
i fidanzati che sognano insieme di marciare
come i popoli vinti; si amano, infine, come docili cani,
anche se a ben guardare, la guerra è già finita
da un pezzo. Il titolo è davvero una mostruosità;
e il suo ragazzo ricorda che non gli piace fare l’amore
se almeno lei non è viva.

Sicché teneva le parole
premute sulla bocca. Nessuno vide
l’aprirsi della ferita vuota, perfetta;

come saremo forti e generosi
nel descrivere il pasticcio combinato.

Fiorivano disastri dalle bianche
narici traforate.

**
Luigi, mentre fa la verónica

Perché devi fare di tutto un gioco? Si sistema
la giacca ma, in fondo, gli sfigura il carattere:
più brutto è, più sente stretto intorno,
quel serrare di insetti. Subito dopo,
in bocca sta un ricordo come cera.
Se brucia, che cantilena. Se brucia ancora, pensa
storto nell’ombra e ha la testa muffita
dal caffè. E per risponderti su come siamo
diventati amici: muoveva il piatto rovente
del collo e faceva più pena quando restava
fisso per fare il tritacarne delle parole:
lo rividi catrame più compagna di strada.

Però gli dissi. Se ora facciamo la provetta,
ci nascerà un bambino con la sua brava
solitudine crescente, sempre finora zitta.
Faceva sul serio, credo, da un bel pezzo,
stendendo la notte su
per le finestre; e infine corse, con varie note,
a dire: Io non lo avrei mai
preso; né mai ballato. Ed è così, ricorda lui,
che noi siamo diventati quasi amici:
Meglio peccare di indulgenza che di bontà.

*
Tiene dei cani per non farmi ascoltare
e sistemare tutto. Se potessimo ancora.
Poi cerca di capire chi vincerà, con la paura
di cominciarla e di gridare nel sogno:
non che lui ripartisse, certo, ma è diventata
quasi buona: gli imperlano la fronte
ed è braccato da sé stesso.
………..
E questo, quanto vale? È il mondo di coloro
che vedono tutto. Se fosse allora diffidenza
o un dio a rovescio.

“È troppo orgogliosa, si dispera.
Amatevi l’un l’altro. Come il cane e il sistema
delle ricompense. E che fatica se ci riescono
insieme! Oppure trasformarsi in ogni altro
animale vivente.

Divorarsi a perfezione, quando sarà possibile.

*
1.
La vecchia si lascia fare tutto. Le sue merci
diventano feriti gravi; ma che felicità sarebbe.
Non posso credere che vi butti sé stesso,
col respiro attivo dentro; e ignora se lo abbiamo
noi davvero; o dove diavolo
lo abbiamo messo.

************

2.
L’inverno passa in barca; ti sta dentro,
misto lana e paura. Afferra schiena
e vento e fa la vista glaciale di un avverbio.
Cammina, mangia il terreno. Legge.

Là dove arrivo, faccio soltanto
mosca e muro; la morte punge
la testa al primo piano.

***

Mario Fresa. È nato a Salerno il 10 luglio 1973. Sue poesie sono state pubblicate sulle principali riviste culturali italiane (da «Paragone» a «Caffè Michelangiolo» a «Nuovi Argomenti») e sono state tradotte in Francia («Recours au Poème»), in Spagna («Zibaldone. Estudios italianos»), negli Stati Uniti («Gradiva. International Journal of Italian Poetry») e in Venezuela («Centro Cultural Tina Modotti»). È presente in varie antologie, pubblicate sia in Italia sia all’estero, da Nuovissima poesia italiana (a cura di M. Cucchi e A. Riccardi, Mondadori, 2004) a Lluvia de poemas (a cura di J. Carrasco, Colectivo Casagrande di Santiago del Cile, 2016). Nel 2002 pubblica il prosimetro Liaison, con la prefazione di Maurizio Cucchi (edizioni Plectica; Premio Giuseppe Giusti Opera Prima, Terna Premio Internazionale Gatto); seguono, tra le altre pubblicazioni di poesia, il trittico Costellazione urbana (Mondadori, «Almanacco dello Specchio», n. 4, 2008); il poemetto Luci provvisorie (Mondadori, «Nuovi Argomenti», n. 45, 2009); Uno stupore quieto (Stampa2009, a cura di Maurizio Cucchi, 2012; menzione speciale al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como; Premio Leandro Polverini); La tortura per mezzo delle rose (nel sedicesimo volume di «Smerilliana», 2014, con un’analisi critica di Valeria Di Felice); Teoria della seduzione (Accademia di Belle Arti di Urbino, con disegni di Mattia Caruso, 2015); Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018; introduzione di Eugenio Lucrezi). Ha curato l’edizione critica del poema Il Tempo, ovvero Dio e l’Uomo di Gabriele Rossetti (nella collana «I Classici» di Rocco Carabba, 2010) e la traduzione e il commento dell’Epistola De cura rei familiaris dello Pseudo-Bernardo di Chiaravalle (Società Editrice Dante Alighieri, 2012). Ha tradotto da Catullo, Marziale, Sarandaris, Baudelaire, Musset, Apollinaire, Desnos, Frénaud, Cendrars, Char, Duprey, Queneau.

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6 Commenti

  1. “Azzurro esortativo” il colore di questi versi che attingono da una realtà frammentata fatta di scosse e interferenze, gesti e parole che appaiono “spogli di superficialità”, andando a fondo mortalmente. Avverto in questi versi una lotta contro il Logos, come se esso fosse considerato finito. Il risultato è un’atmosfera da post-deflagrazione, uno scenario postumo, dove l’umano riesce ad esprimersi soltanto in una dimensione onirica o comunque immaginaria. Gli stessi personaggi sembrano esprimersi “mentre non sono”. Forse non sono neanche stati.

  2. La frenesia delle significazioni e della parola, che scorre rapidamente tra i versi e che bisogna rincorrere per determinarne le metafore o le vertigini, è per Mario Fresa il pabulum della pagina poetica. La voce diventa estrema contaminazione della trasparenza del pensiero, in alcuni abbrivi emotivi che sono evidente desiderio di confessare una cromatica pienezza di azzardi. Quindi una poesia educata all’iperbolico, che raggiunge punte di sonorità personali, che riesce a dare volume all’immaginazione e al sogno. Antonio Spagnuolo

  3. Esiste un netto confine tra il linguaggio e chi lo usa?
    Il poeta sceglie le parole e tuttavia, in qualche modo, è anche a sua volta scelto?
    Questi chiari, intensi, versi mi pare richiamino, in maniera artistica e feconda, simili quesiti.
    Complimenti!
    Marco Furia

  4. La poesia relazionale di Mario Fresa

    La poesia di Fresa nasce da una spinta relazionale. Mi spiego: parte dall’intenzione lucida dell’autore e si realizza nell’invenzione di cui sempre il lettore ha bisogno per leggerla. Perché, mi sembra, che il Nostro, cerchi scientemente di sottrarsi alla lettura agevole ponendo come punto focale la distonia tra il lemma e la sua designazione, tra il verso ed il suo movimento compiuto.

    In “Svenimenti a distanza” ad esempio, Mario Fresa presenta le sue storie in un ambiente che in fisica si chiama “sistema di forze isolato”: un non luogo, dove queste galleggiano in assenza di gravità. Per misurare questi non luoghi, Fresa ha da inventarsi uno stato di vivibilità, perciò gli svenimenti. Questo delirio indotto rende vivi quei luoghi nel vaneggiamento ad occhi aperti tipico dell’ubriaco e ne misura il senso e ne distanzia le storie e ne figura lo stato di precarietà. Il dentro e il fuori vive su due piani sovrapposti : l’equilibrio è instabile e si struttura sempre nella spasticità del verso e nella cantabilità strozzata. Anche in questi inediti Mario Fresa percorre la stessa via. Hanno per titolo “Galateo per un abisso”. La sola vera chiave di lettura.

    Il poeta Fresa fa l’atleta, che dico, la farfalla, posandosi e spostandosi sull’orlo dell’abisso, in empatia con i suoi versi. Li mette di diritto e di rovescio per tentarne la misura, e , così, stemperarne la delirante drammaticità. Cos’altro può essere un galateo se non un piccolo libriccino con poche regole di bon ton? Qui il galateo deve però essere per un abisso. Cos’è l’abisso per Mario Fresa? Prendiamo il primo testo, ma a sceglierne un altro non cambia molto, vediamo:

    Salta la corda; a volte ha il corpo
    fulminato da un sottile
    colpo di grazia.

    Il primo verso ha per soggetto la corda (l’indeterminativo dei determinativi); questa si presenta, direbbero i francesi con nonchalance; solo alla fine del verso compare e, dopo a volte, il corpo. È chiaramente una storia di impiccagione, per suicidio o esecuzione poco importa. Il tragico non traspare, o almeno è dietro il sipario se a saltare è il soggetto corda. Il corpo, come già detto, appare solo alla fine del verso, anch’esso indeterminato, senza indicazioni precise, può essere qualsiasi cosa; si sa solo che a volte è fulminato. Anche nel verbo fulminare c’è un’azione di breve durata, minimale ma anche la grazia e la sottigliezza del colpo.
    Ed allora? Sono solo piccole tracce che invitano il lettore ad immaginare il tumulto, ma in lontananza, a distanza siderale, l’abisso sia pure profondo come deve essere un abisso. Questo è il Galateo e permette di sopravvivere!

    Ho accennato solo ai primi tre versi, ma si può andare avanti così, lungo tutti questi inediti.

    Salvatore Violante

  5. In questi versi si è come di fronte a una metaforizzazione distintiva di un collasso, il collasso dei dati reali e della logica cognitiva che per tradizione o prassi li sostiene. Il linguaggio si distacca da chi lo ha scritto e galleggia come sul nulla del silenzio e dell’onirico. C’è qualcosa di abissale che sostiene questo processo, a priori dello spazio poetico, della stessa espressione poetica, e questo abisso è il linguaggio stesso, chiamato a sostenere se stesso sull’orlo del buio della ragione, in perenne minacciata. Complimenti a Mario per questo estratto del suo nuovo lavoro che seguo con interesse da sempre, e una volta in più ora, dato che il processo che ho descritto sembra essere arrivato al massimo della complessità e – lasciatemelo dire – del coraggio di emetterlo e dargli forma e luce.

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