Datità: tutto quello che è non rimane nell’essere

 

[Ospito qui una partitura poetica tratta da Datità di Giovanna Frene, dal titolo Per l’operazione subita, insieme ad una nota critica sul libro scritta da Elisa Vignali ]

 

 

Per l’operazione subita

  siamo per noi stessi

  la stessa immagine per gli altri

  sia da vivi che da morti

 

tutto questo anche la fruttificazione dei miei tagli

ricuciti è una preparazione all’inutile

un esercizio per il balsamo ad azione oggettuale

(virtuale) è un segno che forse l’essere abbracciante è

anche i nolenti i dolenti incalliti allibiti

 

tutto questo mi fa eclissare prima nel sonno

dell’ipotesi temporale stabilita come una foglia

ingiallita rinvigorisce alla roteante visione

dell’allontanarsi del ramo e non vede la terra

dell’attesa dove non appena stesa sarà putrefazione

 

così dormo ogni momento un’anticipazione

affatto vera verso l’occasione dei miei forni

crematori a involucro mi sento fluttuante       corporale

oscillante nella notte interiore a forma   |di corpo mentale|

scivolosa illucidita  dentro  un antro  di beato sfondamento

 

tutto quello che viene verso la mia immagine

azione pura di uno sguardo senza paragone

non sussiste come me in diversa maniera esistente

e dunque non mi differisce la visione viva del vivo      mentale

nell’esito di illusione dal percepire morta una     |mente corporale|

tutto quello che è non rimane nell’essere

non esce dall’essere non entra in niente non sta

stesa con me la mia assenza operante lontano

un giorno finirà la tensione di ostacolare il progetto

con l’apertura dal basso della soppressione

del sonno

 

___

 

[1997, agosto. A distanza di quattordici giorni dalla scrittura di questa poesia, accadde il suicidio di mio zio.]

 

 

Datità, libro uscito per la prima volta nel 2001 per Manni e recentemente ristampato con alcune piccole varianti grazie alle cure di Arcipelago Itaca, si colloca quasi all’inizio del percorso poetico di Giovanna Frene, ma ne contiene già le principali costanti tematiche formali, e pertanto conserva intatta la sua carica innovativa originaria. Insieme al libro è ripubblicata anche la preziosa e lungimirante postfazione di Andrea Zanzotto, maestro (e amico) di Frene, sia dal punto di vista del lavoro sulla lingua che dal punto di vista della riflessione storico-filosofica. Tuttavia la ricerca dell’autrice, se qui ancora in parte debitrice della lezione del poeta di Pieve di Soligo, ha saputo poi conquistarsi una sua voce riconoscibile nel panorama poetico contemporaneo.

Il dialogo pure fittissimo con la tradizione, italiana ed europea (vi rientrano i poeti provenzali, Petrarca, Dante ma anche autori coevi) guarda, infatti, in una direzione diversa, ovvero allo smontaggio dei materiali e alla costruzione di un progetto ben più articolato, basato sull’ibridazione dei codici espressivi e sul superamento dei consueti schemi lirici. Per esempio, il motivo del tempo divoratore e della caducità dell’esistenza, per quanto di ascendenza antica, viene calato nella temporalità avvinghiata di ricordi e pensieri che assediano la psiche nella vita quotidiana, producendo cortocircuiti efficaci di immagini e parole. È poi fin da subito evidente la profonda matrice conoscitiva di questa ricerca: la riflessione sul problema ontologico del male e del bene, che nei libri più recenti (a partire dal libro Sara Laughs) si arricchisce di ulteriori sondaggi, emerge con forza dai versi della raccolta, animati dal tentativo di nominare gli elementi della realtà con la maggiore precisione possibile, per coglierne più chiaramente l’essenza. Anche se talvolta lo scandaglio analitico può condurre al rischio di commutare gli addendi, convertendo l’uno nell’altro: “Intangibile il passato e invivibile il presente/uscito dalla contemporaneità anche il bene/diventa un male” (ne Il rimpianto).

Un’altra delle linee più vitali della poesia di Frene è senza dubbio la riflessione sul nesso tra scrittura, potere e storia, che in Datità non ha ancora assunto forma compiuta, ma si innesta sui frammenti scomposti di un discorso in parte anche amoroso, portato avanti soprattutto nella prima sezione. La ricerca linguistica sui significanti si accompagna a una meditazione incessante sul presente; scava tra le pieghe della storia e di una psiche lacerata, facendo propri interrogativi radicali sull’esistenza e in particolare sul problema della memoria che dà “il metro e la misura” del mondo e, come recita uno dei proverbi posti nell’Appendice che chiude il libro, “tesse la tela a cui l’uomo si impiglia”. Un testo esemplificativo della raccolta in questo senso è Requiem per Sarajevo, in cui la parola poetica appare la risultante di un trauma inteso innanzitutto come interruzione di memoria (privata e collettiva) e di continuità storica.

Altrettanto ricca è la varietà di soluzioni metriche e formali: la lingua è sottoposta a torsioni continue – tra giochi di parole, neoformazioni linguistiche e iterazioni verbali – piegata a dire ciò che si impone per forza di pensiero, quasi che la pagina si prestasse a essere trafitta dall’ago acuminato della parola. Così, a livello grafico proliferano spazi bianchi, segni tipografici diversi, varianti, in una contaminazione continua tra l’astrazione del pensiero e la materialità della scrittura.

Tre, infine, sono le immagini che sembrano incastonare emblematicamente il senso complessivo della raccolta e quindi i nuclei tematici originari della poesia di Giovanna Frene: la mano di Canova, il cui corpo smembrato assurge a metafora di una frattura insanabile che forse solo lo spazio della poesia può sanare; prima fra tutte quella che rimanda alla dialettica, centrale nella raccolta, di corpo/mente, entrambi strumenti di conoscenza per attingere a una percezione profonda della realtà. E poi l’immagine della morte in vita (“Sono più viva su questa carta/ che non nella vita”; “sepolta nel tuo corpo vivo di materia”; “nemmeno ai più vivi la vita resta”), in uno stato di sonno o semi-incoscienza permanente, proprio di uno sguardo postumo rispetto al presente e sopravvissuto agli urti dell’esistenza. Da ultima, la figura che apre il libro e in fondo le contiene tutte, quella del “tritacarne” dentro il quale è finito il poeta e con lui la sua lingua. Se nell’insolito Autoritratto iniziale l’io non si riconosce più nell’immagine che di sé lo specchio proietta all’esterno, la poesia viene così a configurarsi come una sorta di “stanza della tortura”, luogo arduo ma al tempo stesso irrinunciabile, spazio riflessivo da cui ancora si può interrogare il reale.

 

Elisa Vignali

 

 

Giorgiomaria Cornelio

Giorgiomaria Cornelio (14 Gennaio 1997) ha fondato insieme a Lucamatteo Rossi l’atlante Navegasión, inaugurato nel 2016 con “Ogni roveto un dio che arde”. Il film è stato presentato alla 52esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ed è stato incluso nella selezione dei Rencontres Internationales Paris/Berlin 2018. In corrispondenza con il loro secondo lavoro, “Nell’’insonnia di avere in sorte la luce”, hanno curato l’esibizione “Come tomba di un sasso, come culla di una stella”, ospitata in Italia alla galleria Philosofarte, al Pesaro Film Festival, al Marienbad Film Festival e al Trinity College di Dublino, dove entrambi studiano. Tra le altre collaborazioni si segnalano la performance “Playtime”e la mostra “Young at heart, old on the skin ”, entrambe realizzate da Franko B . Giorgio Cornelio è il co-curatore del progetto di ricerca cinematografica “La camera ardente”, ed è anche scrittore: i suoi interventi sono stati ospitati in riviste e blog come “Artnoise”, “Le parole e le cose”, “Il Manifesto”, “Anterem", “Il Tascabile”, "Doppiozero", “Nazione Indiana” (di cui è anche redattore). 

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