La mia madre

di Jacopo Napolitano

 

A quanto pare nel 1980 mia madre si è scopata *****, che a dispetto delle apparenze (stando al suo resoconto era più magro e invitante all’epoca) si è dimostrato impacciato e poco pratico, cosa abbastanza sorprendente, o almeno, sorprendente in quanto si è soliti pensare che tutti i personaggi che appaiono in tv siano in una certa misura una casta perfetta e che quindi per proprietà transitiva perfettamente scopino.

E invece salta fuori che sono uomini fragili come tutti noi. Mia madre lo scoprì quella notte e io scoprì, quando me lo raccontò accasciata sul divano mordicchiando la sua Marlboro, che io la odiavo mia madre. La odiavo con ferocia e stupidità, come solo un bambino di dieci anni sa odiare un mal di pancia.

 

 

Fuori dalla finestra della camera d’ospedale si accampava un banco denso di nuvole temporalesche, una parete fumosa carica di elettricità e malumori. Ansimanti all’orizzonte, una sopra l’altra, gonfie d’intenti belligeranti.

«Cosa vuoi da noi?»

Nonostante avesse qualche anno in più di mia madre era ancora bello, una bellezza trascorsa, questo sicuramente, una bellezza tipo quella sfatta di Genova, tuttavia una bellezza trascorsa che lasciava il ricordo di sé nei capelli grigi, affilati, ma ancora lucidi, nella pelle comunque elastica per quanto s’accasciasse ai lati della bocca o sotto gli occhi, una bellezza che lasciava un ricordo di sé nelle mani inquiete che giocavano con un accendino. Un pacchetto di Lucky Strike rosse spuntava dal taschino della camicia, ma più per un vezzo narcisistico volutamente ostentato che per lunga appartenenza a un vizio.

«Io? Mi chiedi cosa voglio io?»

Fece scattare la fiamma dell’accendino un paio di volte. Teneva d’occhio la nube temporalesca e agguerrita con la stessa cura e preoccupazione, lo intuivo dallo sguardo, con gli stessi sentimenti e presagi nel petto di una madre, l’ho visto più volte nello sguardo di mia madre e ora lo riconosco in lui, una madre che aspetta che il proprio figlio torni a casa e rimane piantata alla finestra a disintegrare d’occhiate l’angolo della strada fino a che questa con un sospiro, finalmente vinta, gli riconsegni il figlio.

«Io non voglio niente.»

Il peso raggrumato dell’ora che deve ancora venire rendeva pesanti le nuvole accampate in cielo, pronte alla battaglia, rendeva pesanti le parole da dire. Con quanta fatica si contraggono i muscoli della mascella sperando che la gola sputi delle parole.

«Non vuoi niente, eppure ti sei sempre preso tutto.»

Io, quelle parole, gliele ho sputate in faccia, ho fatto fatica, è vero, ma gliele ho sputate in faccia come aria compressa.

Lucrezia, è il bel nome di mia madre, con quelle vene artificiali che la trattenevano in mezzo a noi iniettandole in circolo linfa vitale, Lucrezia, mia madre da una vita, con quei tubi che la facevano respirare quando respirare non avrebbe potuto, con gli occhi ancora chiusi che non apriva da settimane, la mia madre da una vita che si stava esercitando a tenerli chiusi quegli occhi, quando tenerli chiusi a lungo non si è mai abituati ma si deve imparare anche questo, Lucrezia non sentì il rumore delle mie parole che si spiaccicavano contro mio padre e non sentì i rumori che vennero dopo.

Un fulmine si scaricò a terra, e la trovò tenera e senza rimproveri per quell’improvviso affondo, come la guancia del vecchio, la guancia di mio padre così tenera che non mi accusò come si dovrebbe fare, non mi rimproverò per il sangue che ora gli colava da un labbro e che un fazzoletto provvidente cercava ora di pulire.

«Ti capisco.»

Mise via il fazzoletto.

«In fondo è una reazione corretta, ma non cambia niente. Puoi colpirmi di nuovo, lo puoi fare perché io non te lo posso evitare, e sinceramente, anche se potessi, non lo farei.»

L’aria nera cingeva d’assedio la struttura a mattoni dell’ospedale di Vimercate, pronta a rovesciarci sopra una cascata di pioggia.

Guardai mia madre, stesa nel letto come l’erba si stende nei campi.

La mia madre.

A vent’anni aveva lasciato l’università perché il suo sposo l’aveva lasciata dopo averle piantato in pancia un bambino che a vent’anni è sicuramente una rivoluzione troppo grande per chi è troppo giovane.

Aveva iniziato a lavorare in un’edicola, ho anche io dei vaghi ricordi di quel posto tappezzato di giornali e abitato dalla versione stampata degli uomini dello spettacolo. Passava le giornate in quel gabbiotto di tre metri per uno e mezzo, aggrappata alla stufetta portatile, unica fonte di calore nelle giornate invernali, disperatamente vicino al microscopico ventilatore nelle giornate estive. Sono questi i primi ricordi che ho di mia madre. Lei che legge Novella 2000, lei che legge Chi, lei che legge Sorrisi e canzoni. Leggeva tutto il giorno quelle riviste stando attenta a non stropicciare troppo le pagine per poterle comunque rivendere e scoppiava a ridere ogni volta che ne trovava una con ***** e allora anche io imparai a ridere ogni volta che lo incontravo su una rivista. Poi, anni dopo, mi confessò con un certo orgoglio che se lo era scopato *****, nel 1980, una volta sola, prima del suo sposo.

Il suo sposo lo aveva conosciuto in edicola. Anche questo me lo ha raccontato sempre lei. Diceva che stava leggendo quelle che un tempo considerava le perfette vite stampate ma di cui ora riconosceva anche la fragilità, quando lui la soprese. All’inizio non si era neanche accorta che avesse un cliente, probabilmente lui sarà rimasto a fissarla per un lungo periodo, poi si era schiarito la voce, ma non era infastidito. Le chiese una copia di Internazionale e le chiese perché leggesse quelle stupidate dato che non sarebbe mai stata felice come quelle persone.

Lei rise.

«Felice come *****?»

Mia madre rise ancora più forte, poi comprò tutte le riviste, tutte, le dodici copie di Internazionale comprese. Spese parecchi soldi, ne sono sicuro. Gli disse che non aveva più niente da vendergli, ma tutto da offrire, a cominciare da tutte le ore di quella bella giornata con la palla del sole bene appesa in mezzo al cielo, senza nessuna intenzione di cadere.

Si sposarono, poi lui la lasciò e ora me lo ritrovo davanti.

 

 

«Non ti chiedo di perdonarmi, non me lo permetterei mai, non in un’ora così fatale, non quando sta per piovere, e sinceramente del tuo perdono saprei poco cosa farmene. Per me, in fondo, sei uno sconosciuto come tanti, come delle strade di un paese che si visita per la prima volta, avranno anche una loro logica, avranno anche un loro inizio, una loro direzione. Ma non le si può percorrere tutte fino in fondo, non le si può conoscere. Mi spiace, forse non era questo che ti aspettavi, non sempre il mondo ci soddisfa.

Semplicemente, un giorno in mezzo a tanti altri, tantissimi argomenti hanno iniziato ad accamparsi nella mia testa, e si gonfiavano e mi spaccavano le tempie, si gonfiavano come solo un temporale ha imparato a gonfiarsi, e poi piovve. Piovve così forte che non si sentivano più i rumori, piovve così forte che anche con tua madre che fumava sul divano, anche con te che inciampavi per casa, io mi sentivo solo. E mi è venuta a cuore la mia cardinalità, e un po’ mi ha fatto schifo. Tutta la serie discreta dei miei giorni era quindi orientata a questo giorno? A questa pioggia che tutto ovatta mi sarei dovuto dunque abituare?

Ho deciso di smarcarmi, di prendere quell’altra strada, conoscerne la nuova direzione, vedere se esistesse veramente un destino e a quel destino veramente sottrarmi, e questo alla fine mi ha riportato qui. Lo so, non è soddisfacente. In fondo, non lo è neanche per me.»

 

 

Spesso ho pensato che avrei dovuto sciogliere il mio odio per lei. Spesso mi sorprendevo negli anni a guardarla con un amore feroce e allora avvampavo di sdegno accendendomi di rosso mentre anche lei faceva comparire una fiamma rossa per accendere la punta della sua sigaretta, quanti futili incendi costellano i nostri giorni fino a questo giorno, quante volte mi sono scoperto fumante di rabbia, quante sigarette avvampate ha lei spento, quante stanze ha riempito di fumo azzurrino.

Odiavo forse di non potermi staccare da lei, di non essere in grado di definirmi se non come figlio, odiavo allo stesso tempo l’orgoglio che mi faceva alzare la fronte quando la domenica non lavorava e mi portava in giro per il paese, e io ero fiero di essere suo figlio e lei mi concedeva la mano, odiavo quanto sapesse essere importante raggiungere quella mano, appendersi ad essa, quella mano che ora pende inerme dal lettino e ancora sento il bisogno di appendermi. I motivi del mio odio, che è sempre stato un morbo che lei sola sapeva alimentare e lei sola sapeva calmare, i motivi di questo mio morbo cambiavano costantemente, si fagocitavano a vicenda, onda sopra onda confondendosi, non rendendosi riconoscibili se non in quanto massa compatta come la distesa del mare.

Lei era il mio incanto disperato, un prepotente mistero che invadeva ogni mia giornata, come nuvole di un temporale insidiano il bianco d’un cielo. I suoi occhi sempre accesi da un lampo come s’accende il giorno, dopo i sogni che riempiono il nero di una notte, i suoi occhi che parlavano di un amore nato nel buio delle sue viscere, questi suoi occhi ora chiusi in un buio diverso quando mi vedevano rincasare sapevano minare il mio odio archeologico.

Ora la odio ancora di più perché si lascia vedere da me debole così, chiusa in questa sua debolezza sfacciata, offerta così, come solo si offrono le proprie membra scomposte al sonno, non riesco a sopportare che quella che è sempre stata una sovrana fulgente ora si ritrovi così, non riesco a sopportare che tra poco, anche se io non lo voglio, verrà a piovere e quando uscirò da qui dovrò aprire un ombrello, domani dovrò comunque mangiare, anche se non lo voglio, e domani sera su Rai 1 danno una replica de Il Ciclone, e la Coca-Cola con ghiaccio e limone avrà ancora un buon sapore, e la mia regina ha una mano senza anello, una mano bianca, che pende di lato, sospesa fuori dal letto. Guardo fuori dalla finestra, ed è giusto che il cielo sia tutto adombrato, che il cielo sia un mare in tempesta, che se anche in tv stanno trasmettendo in questo momento un gioco a premi condotto da *****, è giusto che l’agonia di una madre in una stanzetta d’ospedale possa adombrare il nostro grande universo.

Raggiungo la sua mano senza anello. Non distinguo i contorni di un sentimento che guerreggia in mezzo al mio petto.

Rimango in piedi, di fianco al suo letto d’ospedale, aspetto che si apra in una delle sue risate. Il suo viso tremendamente amato rimane immobile come un cielo d’estate. Ho cercato nell’edicola d’ospedale una qualsiasi rivista con accampato in copertina *****. Non l’ho trovata. Ricordo che un giorno pioveva, un giorno in mezzo a tanti giorni della mia infanzia, pioveva ed eravamo solo noi due in casa e lei mi disse che l’unica persona che avrei dovuto perdonare era lei, nessun altro.

 

 

Poi piovve.

Piovve forte per coprire ogni cosa, per inchiodare tutto a terra. Piovve forte, dall’alto verso il basso, come sempre.

Come sempre piovve per sporcare, ma piovve forte, anche, per pulire.

 

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