Fischiettando come se niente fosse – Un racconto di Mário Dionísio

 

a cura di
Serena Cacchioli

Mário Dionísio (1916-1993) è stato uno dei principali protagonisti e teorici del neorealismo portoghese. Il neorealismo di Mário Dionísio si allontana dal naturalismo dogmatico e si dedica a svelare le contraddizioni della società a lui contemporanea con un’espressività personale e collettiva allo stesso tempo. Scrive di lui Giuseppe Tavani: «una dosatissima alleanza di liricità e di violenza combattiva, di fiducioso libertarismo e di disperata coscienza dell’illibertà: è in questa armonia di vita, in cui la speranza frustrata “rispunta sotto il manto complice delle cose”, che risiede il fascino di una tra le più interessanti voci della poesia neorealista».

Narratore e critico, oltre che poeta, Mário Dionísio si è dedicato anche al racconto, al romanzo, alla pittura e soprattutto alla critica letteraria e artistica.

In italiano sono state tradotte soltanto alcune poesie da Giuseppe Tavani all’interno dell’antologia: Da Pessoa a Oliveira. La moderna poesia portoghese. Modernismo Surrealismo Neorealismo, Edizioni Accademia, Milano, 1973.

Il racconto Fischiettando come se niente fosse, che presento qui in una mia traduzione inedita, è tratto da O dia cinzento e outros contos (Il giorno grigio e altri racconti) [prima ed. 1944, nuova ed. 1967].

Oggi la Casa da Achada – Centro Mário Dioníso di Lisbona è un archivio vivo che divulga l’opera dello scrittore, poeta, pittore, critico e professore. Dal 26 al 30 settembre 2019 festeggerà 10 anni di attività con mostre, concerti e dibattiti.

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FISCHIETTANDO COME SE NIENTE FOSSE

A quell’ora il traffico si complicava. I negozi, gli uffici, certe botteghe riversavano in strada centinaia di persone. E le vie, le piazze, le fermate dei tram che erano state progettate quando non c’era, nei negozi, negli uffici, nelle botteghe, tanta gente, si riempivano all’improvviso. Sui marciapiedi larghi delle grandi piazze ci si scontrava. Le persone perbene dovevano chiudere un occhio su quella mancanza di riguardo e non trovavano altra via se non spintonare ed essere spintonati a loro volta e ogni tanto imprecare. I tram s’incolonnavano in fila uno dietro l’altro. Seguivano lenti, carichi fin sulle predelle esterne e su quelle posteriori, delle centinaia di persone che a quell’ora saltavano fuori di fretta dai negozi, dagli uffici, dalle botteghe. Inoltre, nelle belle giornate come quella, le vie della Baixa si riempivano di tipi eleganti che andavano a fare il loro giro delle cinque per le novità dei negozi e per le sale da tè, per far passare il tempo in qualche modo, vedere facce conosciute, salutare ed essere salutati, e tornavano a casa soltanto all’ora di cena.

La moltitudine proponeva una fraternizzazione forzata. Si doveva chiedere scusa al garzone a cui si pestavano i piedi, implorare le persone aggrappate in tram che si stringessero un po’ di più per poter infilare un piede, solo un piede nient’altro, in un angolino, spesso sorridere a gente che non si era mai vista prima e che si aveva voglia di insultare. I signori e le signore eleganti naturalmente trovavano che tutto ciò fosse una gran seccatura. Soprattutto la necessità assoluta di continuare a stare su quei mezzi strapieni su cui non viaggiavano solo gentiluomini, ma anche certa gentaglia poco corretta, e in cui questi stessi uomini e donne volgari esalavano un odore insopportabile. Eppure che si doveva fare se non buttarsi tutti in quel mare di gente che spingeva, superava, pestava e farneticava fino ad arrivare alla vettura? Che fare se non spingere, superare, pestare e farneticare?

Il convoglio seguitava lentamente e pieno come gli altri. Per fortuna c’era ancora qualche uomo corretto in città e qualche donnina che sapeva quale fosse il suo posto. Solo per questo motivo le signore che avevano messo a repentaglio scarpe e cappelli in quella gran bolgia e alcuni gentiluomini rispettabili erano riusciti a sedersi.

Nei primi istanti di viaggio, la gente si girava sui sedili, preoccupata, cercando di vedere se il marito, un’amica, un figlio fossero per caso rimasti a terra. Quelli che erano rimasti in piedi osavano fare un passo dentro alla vettura, per vedere se per caso fosse avanzato qualche posto vuoto. E subito s’alzavano proteste. Poi si accomodavano tutti alla bell’e meglio, alzavano le braccia perché non gli si schiacciassero i pacchetti, si chiudevano bene le giacche e le borse dove tenevano i soldi, l’autista tirava varie volte e con forza la corda del campanello, posti esauriti, e il convoglio si trascinava avanti in silenzio.

I signori rispettabili, comprensibilmente e silenziosamente arrabbiati con i compagni a lato, iniziavano a dispiegare i giornali della sera e a leggere le notizie a voce alta. Le signore, visibilmente di cattivo umore, s’aggiustavano i cappelli e i colletti delle giacche. Prendevano gli specchietti dalla borsa e passavano tutto in rivista: cappello, capelli, occhi, labbra. Da non crederci. Una era rimasta con il cappello completamente spostato su un lato, un’altra aveva perso un guanto nella confusione. Poi mettevano via gli specchi, si riaccomodavano meglio, percorrevano con le dita gli anelli di una mano e poi dell’altra per vedere se erano al loro posto, se c’erano tutti. Si guardavano tra loro, molto serie, come chi non nota nulla. Recuperavano poco a poco la dignità che quello sproposito di entrata in tram aveva fatto evaporare.

In curva le ruote stridevano sui binari, sotto l’enorme peso. Silenzio, finalmente – anche se spezzato di tanto in tanto dal campanello, quando a qualcuno veniva la triste idea di voler scendere, tra il dispiegarsi di giornali e la voce dei popolani, incastrati sul gradino d’entrata.

Tutto era tornato alla normalità. La marcia del convoglio, l’incasso del biglietto, lo spazio tra le persone, che rigorosamente non riuscivano a separarsi le une dalle altre nemmeno di un centimetro. E, così, lentamente, per curve e rette, per vie e piazze, quel convoglio seguiva il proprio destino di raccogliere gente ed essere insultato, su una delle varie linee che univano il centro della città ai quartieri relativamente nuovi, dove la separazione tra la cosiddetta classe media e le fasce più basse della popolazione non era ancora stata stabilita come si deve.

A un certo punto, però, dalla parte posteriore arrivò un tumulto. Proteste. Indignazione. Le teste si giravano dentro alla vettura. E si vide un ometto che spingeva tutti dicendo che c’erano posti vuoti davanti, che lo lasciassero passare. Tanto spinse che riuscì a passare. Tanto riuscì a passare che riuscì a entrare dentro al tram, avanzò e andò a sedersi in un posto su un lato che era effettivamente vuoto là davanti, accanto a una signora a dir poco opulenta.

Fu uno stupore generale e silenzioso. Nessuno aveva visto il posto vuoto. E men di tutti, come si può ben immaginare, la stessa signora opulenta. Tutti gli ardimentosi hanno fortuna.

L’uomo, che portava un cappello sgualcito e un soprabito marrone piuttosto luccicante sui lati, a dire il vero non si sedette. Si sotterrò nel sedile, con le mani tutte infilate nelle tasche. Che tipo! Doveva essere più giovane di quanto sembrasse per via dei capelli brizzolati e della barba di qualche giorno. La signora opulenta arricciò la fronte e si riassettò sul sedile, per così dire, come chi cerca di occupare meno spazio. In verità, si sistemò meglio. La sua intenzione era quella di far notare all’ometto la sconvenienza di quel suo atteggiamento. Ma lui non vide niente di tutto ciò o finse di non vedere. Guardò vagamente le persone che aveva davanti, distese le labbra e cominciò a fischiettare. A fischiettare proprio come se niente fosse dentro alla vettura!

All’inizio era un fischiettare basso, poco sicuro, impercettibile quasi. Poi, poco a poco, il tipetto si entusiasmò. E il fischio aumentò d’intensità. Si sentiva già in tutto il tram. I passeggeri, che avevano recuperato a fatica la loro dignità, fingevano di non notare né l’uomo, né il suo fischiettio. E si tranquillizzarono quando l’autista si rivolse al nuovo arrivato. Gli avrebbe detto di zittirsi, di certo. Macché! Con il mazzo di biglietti in mano e con la pinza puntata, si limitò a dire: «Signore?» Il passeggero tirò fuori la mano dalla tasca e, senza smettere di fischiettare, gli tese il palmo aperto. Aspettò che gli prendessero la moneta, prese il biglietto e tornò a infilare la mano in fondo alla tasca. Tutti seguivano la scena, interessati. Ma quando l’uomo guardò casualmente le persone attorno, tutti girarono lo sguardo come se lui non esistesse.

Il fischiettio, a volte, era basso, si sentiva appena, altre volte era alto, molto alto, con gorgheggi ridicoli e irritanti. Nessuno sapeva cosa stesse fischiettando. E neanche lui lo sapeva. Una cosa qualsiasi che aveva voglia di fischiettare come gli pareva. A volte ripeteva i suoni come un ritornello. Altre volte, però, la maggior parte delle volte, passava a nuove combinazioni, ora flebili, ora violente, senza volerne più sapere delle altre rimaste indietro.

La gente cominciava a guardarsi di sottecchi. Si era mai vista una cosa del genere? Un gentiluomo o l’altro alzava, ogni tanto, lo sguardo dal giornale, corrugava la fronte, guardava con ostilità l’uomo col cappello sgualcito e il soprabito marrone, con la speranza che lui si vergognasse e la smettesse una volta per tutte. La signora opulenta, al colmo dello stupore, non osava nemmeno alzare lo sguardo, offesissima perché, senza aver nessuna colpa, si trovava in piena zona di scandalo. A cosa le toccava sottoporsi! E nel silenzio della vettura, il fischiettio aumentava di volume. Forse, in fondo, quel gorgheggio ridicolo non era affatto spiacevole. Semplicemente un tram non era il luogo più adeguato per esibizioni di questo tipo. Perché l’autista non interveniva? L’autista era l’autorità della vettura. Perché non sarebbe dovuto intervenire? Si vede che era fatto della sua stessa stoffa. La verità, però, era che non si sapeva di nessun regolamento che impedisse ai passeggeri di fischiettare. Incollati ai vetri del tram c’erano fogli che proibivano di fumare, di sputare all’interno della vettura. Era proibito aprire le finestre nei mesi invernali. Ma nemmeno una parola sul fischiettare.

All’improvviso, una bambina che stava seduta accanto a una finestra e si era stufata di guardare la strada s’interessò all’uomo. Lo trovava simpatico, con il suo cappello sgualcito, il soprabito marrone, il suo fischiettio… Era una bambina molto pallida, con i capelli biondi e ricci, vestita di blu. S’interessò tanto all’uomo che iniziò ad applaudire. Ma una signora giovane e bella, che stava seduta al suo fianco, le prese le mani con gentilezza e gliele divise. Doveva stare un po’ ferma e in silenzio. Non si doveva far rumore sul tram. Una bella bambina non fa rumore. «Che ho detto alla mia bambina?». Allo stesso tempo però, alla signora giovane e bella quell’uomo non stava antipatico. Guardava i pacchi di carta vistosa che portava sulle ginocchia e pensava: se non ne potessi più e iniziassi anch’io a fischiettare? In fondo, ammirava la poca cerimoniosità dell’uomo col cappello sgualcito. Non sarebbe stato adorabile se lei stessa, una signora sposata e madre di una bambina di cinque anni, avesse cominciato a fischiettare su un tram, nel momento in cui ne aveva voglia? Quando aveva l’età della figlia, la signora bella andava spesso in campagna, vestita con abiti vecchi, per potersi buttare sull’erba a piacimento. Aveva una voce molto soave e fresca, le piaceva fare esattamente quello che una bella bambina non dovrebbe fare. Gli amici del padre la prendevano in braccio, la lanciavano in aria. E lei rideva, rideva, rideva fino a soffocarsi. La madre diceva: «Allora, allora, un po’ di contegno, non si ride in questo modo». E più le diceva così, più le veniva voglia di ridere, ridere, ridere.

Ogni tanto un passeggero usciva. I gradini d’entrata e d’uscita si svuotavano. E poco a poco, quelli che restavano si abituarono a quello stupido fischiettio. Gli uomini avevano dimenticato i giornali. Alcune signore sorridevano. Si era mai vista una stupidata del genere? Soprattutto la signora opulenta non ne poteva più. Stringeva le labbra. Seduta su un sedile di lato, incrociava gli occhi di tutti. Era insopportabile. E la signora bella pensava all’aria aperta e ai tempi d’infanzia. A scuola aveva imparato a fischiettare e a lanciare la trottola. Certe voci le erano rimaste dentro: «Una bambina che fischietta, Nini?».

A un certo punto l’uomo, senza smettere di fischiettare, si alzò e tirò la corda della campanella. Era un ometto insignificante, ancora giovane e con i capelli già grigi, il cappello sgualcito, il soprabito marrone molto luccicante sui lati. Ma c’era in lui una sovrana indifferenza a tutto il tram. Tutti lo guardavano. Con disprezzo? Con ironia? Con invidia? Aprì la porta, la chiuse e saltò quando la vettura era ancora in movimento. Le persone allora si girarono a guardarsi, non resistettero più e risero. Che buontempone! Si scusavano, si spiegavano senza parole. Si capivano. Un minuto di semplicità e simpatia li illuminò. La bambina che aveva applaudito pulì con la mano il vetro appannato del finestrino alla ricerca dello strano passeggero. Lo vide attraversare la strada, continuare sul marciapiede accanto alle case, sparire. Solo allora la signora giovane e bella, che era la madre della bambina, aprì gli occhi. Oggi nessuno la chiamava Nini. Nini era la figlia. Ora era lei che diceva alla figlia: «Una bambina che fischietta, Nini! Una bella bambina non fa rumore».

Era rimasto sulle labbra e sugli occhi di tutti un sorriso di bonaria ingenuità. Dopo, questo sorriso si spense lentamente. Morì. Tutti ripresero coscienza del loro momentaneo calo di decoro. Si ricordarono dei loro pacchetti, dei loro anelli, dei loro giornali. Che sciocchezza! Non c’era altra parola. Che sciocchezza! I gentiluomini ricominciarono a leggere i titoli delle notizie. Le signore si aggiustarono i colletti delle giacche. La bambina guardò di nuovo la strada.

Tutto tornò, pesantemente, a riempirsi di silenzio e dignità.