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N come noncuranza

[Questo pezzo è uscito sulla rivista “Qui Libri” di settembre. Mi è stato chiesto di scegliere una parola che testimoniasse in qualche modo, stilistico ma anche tematico, per la scrittura del romanzo Parigi è un desiderio. In coda al pezzo, un breve estratto del romanzo.]

di Andrea Inglese

 

La noncuranza è il paradiso degli ansiosi, e l’età dell’ansia è la nostra, contemporanea, senza scampo, in costante precipizio di nuove prestazioni. Le angosce esistenziali, i mali del vivere, i turbamenti metafisici, tutto questo armamentario di solenni emozioni lo abbiamo lasciato nel secolo scorso. Noi siamo soprattutto multiansiosi così come i nostri oggetti sono multifunzionali. Sommiamo, ibridiamo, intrecciamo le ansie, perché dobbiamo soprattutto, oggigiorno, far fruttare noi stessi. La felicità non basta, neanche una relativa serenità, disseminata di qualche gioia intensa. Dobbiamo fare qualcosa di molto importante, di efficace, di prezioso di noi stessi, mica basta avere dell’ovvio successo professionale. Come amanti dobbiamo essere superlativi e aggiornati, perversi da far schifo, ma rispettosi e ligi allo specifico contratto erotico stipulato. Come genitori dobbiamo essere carismatici ma consapevoli, affettuosi ma dialogici, democratici con ferma autorevolezza. Come consumatori, dobbiamo darci dentro per la crescita economica, ma garantendo durabilità del complesso florale e faunistico, equità di scambi internazionali, imbustamento biodegradabile, repressione del lavoro minorile. Come votanti, non dobbiamo essere né buonisti né nazisti, né filotecnocrati né filopopulisti, né di destra né di sinistra, dobbiamo volere più ma anche meno Europa, dobbiamo essere solerti e assidui nel voto, senza votare nullo, ma neppure votando a casaccio. Dobbiamo essere belli, ma non artefatti, prestanti ma non palestrati, asciutti ma non anoressici, con dei tatuaggi, ma di tipo non figurativo, senza donnine nude e pugnali dentro il cuore, con un controllo generale sulle zone villose, ascellari e puberali per le donne, sopraccigliari e pettorali per gli uomini, la barba folta ma lavorata alla forbicina. Ogni nostro passo, gesto, soffio, schiocco di dita, battito di ciglia si confronta a degli imperativi, troppi. Tutto deve essere fatto come dio comanda e dio comanda su tutto, cavilli compresi. Inoltre, non basta occuparci ossessivamente di noi stessi, dobbiamo pure prenderci cura degli altri e, se li abbiamo già allontanati per disgusto o paura, ci rimangono gatti o cactus da accudire. La noncuranza, per noi, è dunque il paese di Cuccagna, ma anche il tradimento onnilaterale, l’insurrezione contro le nostre stesse smodate pretese, la fuga da Alcatraz. Accumulare missive minacciose e petulanti senza aprirle, soprattutto di aziende energetiche e agenzie statali, pedalare senza catarifrangenti e freni affidabili in una notte buia e scivolosa, chiedere prestiti con fare seducente alla moglie del vicino che ci ha intentato causa, regalare il whisky dell’intenditore all’avvinazzato dalle braghe aperte e i cappelli lanosi. È impossibile dire se il noncurante sia un dandy oltranzista o un budda reincarnato, se pecchi per eccesso di disinteresse o perché di tutto è indifferente. Ma è straordinario vederlo uscire senza chiavi di casa una mattina, essendo queste scomparse in qualche piega del suo appartamento, e seguirlo mentre chiude la porta benignamente, senza la solita doppia mandata, per poi aggiustarsi indosso una giacca contraria alla stagione, essendo quest’ultima troppo calda per le fibre termoprotettive di quella, e prendere coscienza, guardando il cellulare quasi scarico, dell’immenso ritardo cumulato il giorno del fatidico primo giorno di lavoro, presso la ditta straniera, nordica e puritana di costumi. Ma il noncurante risponde poi senza spavento alla vegliarda della porta accanto piazzata di traverso sul pianerottolo, non perché ami il suo carattere pestifero e maldicente, ma perché lo incuriosisce l’aneddoto sui pompieri, soprattutto per la confusione narrativa con la quale lei lo espone, invertendo antefatti e conseguenze, mescolando divise e berretti, incidenti domestici e tracolli fisici. E lui ascolta tutto senza la minima impazienza, senza sbarrare gli occhi, storcere le labbra, battere la punta del piede come per schiacciare ragni, mentre il suo ritardo cresce e diventa irrecuperabile, non giustificato, provocatorio. È così pura, integerrima, ignara di sé, demente la noncuranza. Io vorrei possederne delle dosi considerevoli, in forma di elisir o anche di semplici pastiglie da sciogliere sotto la lingua, perché sarebbe bello calcolare, di notte, non il viavai degli euro dentro e fuori la borsa, non le mosse nemiche del collega plaudente e cortese, ma il numero di sorrisi che in settimana la giovane panettiera ci ha elargito, mostrando le braccia nude, tenere come la panna, quando recuperava in alto la pagnotta di segale. La noncuranza non è solo un concetto, uno stato privilegiato dello spirito, un dinoccolarsi della mente ancora prima che del corpo, una modalità dell’azione divagante e sviata, è innanzitutto una parola appetitosa, che comincia con una negazione, come un inciampo favorevole; è una parola di cui non esiste più il significato positivo, la “curanza”, come si trattasse di una vecchia maledizione di cui ci si è liberati, di un basto che si rovescia a lato, di una zavorra mollata d’un tratto, per muoversi con leggiadri passi di danza o sfarfallare come un insetto senza meta, effimero, vivente in grande sbadataggine il suo unico giorno di vita.

 

*

Da Parigi è un desiderio, Ponte alle grazie, 2016.

 

Un giorno ho visto All’ultimo respiro di un certo Godard. Era il piccolo frammento che mi mancava, l’ingrediente finale, quello che doveva cementare la Parigi onirica, ancestrale, che mi stava crescendo dentro.

Quel genere di eroe irresistibile l’avevo già trovato nel Processo di Kafka, ma solo ora ne decifravo pienamente il fascino. Ricordo un tipo che sale e scende da una macchina decapottabile, che fa delle telefonate, sempre a frugarsi in tasca per trovare degli spiccioli, che stringe un quotidiano come se l’attualità lo interessasse moltissimo, salvo dimenticarsene subito, un tipo che sembrerebbe andare di fretta, se non fosse che accumula ritardi su ritardi, e che poi non fa praticamente niente di utile, ad eccezione di due o tre gesti disgraziati e dalle conseguenze tremende, un tipo che si sta scavando con strano metodo la fossa, eppure non si fa mai sorprendere con lo sguardo cupo, corrucciato, ha sempre tempo di recuperare una camicia stirata e gli occhiali da sole prima di uscire, e sembra eternamente in vacanza, o come se si fosse appena licenziato, un tipo, insomma, che trova dovunque una sigaretta da fumare, che non conosce l’ansia nemmeno quando si sa spacciato, che canticchia noncurante sul bordo del precipizio. A me quel tipo andava a genio. La noncuranza mi sembrava l’unica forma di eroismo convincente, quella segreta complicità ed allegria con il disastro, a cui si va incontro sempre più sbadati, evitando l’enorme spreco di energie per risalire la corrente; quella curiosità mal posta, inopportuna, che ti fa indugiare in un salotto, rigirando in mano un brutto portacenere argentato, quando sarebbe il caso di saltare fuori dalla finestra, e di darsela a gambe; quello strano languore, per cui sosti sul lungofiume incantato dal riflesso delle acque, quando il tuo profilo è perfettamente esposto al tiro dei nemici, che hanno tutto il tempo di prendere posizione e di puntare l’arma con facilità. Tutta quella bella indolenza, disincantata e nello stesso tempo infantile, tremendamente seria ed ironica, mi appariva una condotta capace di raggirare e irridere tutte le abitudini.

 

*

 

 

 

 

 

9 Commenti

  1. ANDREA la lettura che regali dell’animo è davvero acuta, e quella tua sensibilità nel cogliere l’aspetto eterno della fragilità umana mi scuote sempre fino al midollo.
    Grazie di cuore.

  2. Non un complotto e non una soffiata,
    nemmeno tra le ciglia,
    perché tu sbatta gli occhi,
    e non un parapiglia senza sbocchi:
    niente di tutto questo,
    ma saranno le disinvolture,
    ed Alcune Noncuranze a tradirti…

    (eccetera eccetera) :-)

  3. Come mi manca la noncuranza!! Io che sto sempre a curare tutto e tutti, come una formichina che accumula straccetti per l’inverno. Mi ha dato un senso di giubilazione, ( come dire “ecco, ci voleva”!), leggere questo tuo pezzo, così intensamente descrittivo di mille forma di noncuranza da farmi sentire molto a mio agio, con un effetto immediato (ma so bene transitorio) di diminuzione d’ansia. Grazie.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.