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IL JOKER *

di Sonia Caporossi

La tendenza al male presente in ogni uomo
è il pervertimento del fondamento soggettivo
dell’uso della libertà, che consiste nell’elevare
a massima suprema del proprio agire
la disponibilità a subordinare, all’occorrenza,
il motivo della pura obbedienza alla legge
ad altri motivi, ovvero gli interessi
delle proprie inclinazioni sensibili.

I. Kant

Com’è che dite voi? Io sono l’Apocalisse. Io sono l’allucinazione espressionistica del nulla da vedere, al cinema e in TV, nei fumetti e nei romanzi d’avventure. Sono l’agente immobiliare del Caos, che nell’incessante fluire storico compra case su case e cambia sede, per non pagare l’affitto al Padrone. Io sono la verga protesa sulle vostre falangi percosse e schiacciate dalla colpa. Mi chiamo Gwynplaine, e rubo alla mafia dei ricchi e dei potenti, terrorizzando il mondo, perché una bestia sola nell’intero formicaio può scovare gli immondi insetti che senza invito hanno invaso la sua scansia e saccheggiato la sua mensa, per sconfiggerli, per distruggerli, per toglierli di mezzo nella loro vana e aberrante ipocrisia borghese, da cavallette laboriose travestite di spirito calvinista e imprenditoriale. Chi siete voi per giudicarmi? Non siete altro che le formiche: io divoro le uova, e presto mi ciberò delle larve. Spaventatevi a sufficienza, agitate le vostre antenne, chiamatevi a raccolta, mettetevi in colonna, cominciate a marciare e toglietevi dalla mia strada. Io non sto cercando voi. Sto cercando l’Avversario. Sto cercando il Pipistrello.
E tuttavia, questa è solo una, e poi una, e poi una delle mie incarnazioni. Perché nei film, nei romanzi, nei fumetti che mi danno voce il male ha pur sempre un’origine, una spiegazione, un motivo psicologico, sociale o materiale, viene osteso e reso accessibile; ma Io, come archetipo, una spiegazione al male non la devo mica dare: io non incarno il male relativo, do voce al male assoluto. Se forniamo una spiegazione all’origine del male, un senso antecedente a Lucifero e al Serpente, rendiamo rassicurante un male relativo: proviamo a saltare oltre lo steccato, proviamo a gettarci nel nulla senza origine e avremo la vertigine.
Com’è che dico io? Pre–sento un presentimento. Avverto la decomposizione evanescente e malata della vostra sanità mentale, l’impigrito istinto allo scorrere di momenti senza cauzione, irretiti di terrore e sull’orlo del pianto, nell’incontrollabilità emozionale che vi sovrasta, quando soltanto incrociate il mio sguardo, con il mio ghigno stampato negli occhi, le cicatrici ai bordi delle labbra, striate di macule rosse e di fondotinta cerato; tirando su col naso, respiro la sbornia d’adrenalina che vi affloscia i muscoli delle gambe, nell’istinto impedito di scappare, quando mi trovate a sbarrarvi di nuovo il passo lì nel vicolo più buio in cui vi sia mai capitato di camminare; nell’amarezza liquida e raggelante di paura, in pieno inverno, di un poco lusinghiero pisciarsi sotto nei pantaloni.
Io pre–sento un vostro pregiudiziale allontanamento dalla comprensione di ciò che intendo dire per legittimazione dell’atrocità, nell’enunciato primo del mio teorema etico ostentato; una cecità d’intenti che vi opprime, nel convincimento sovrano e pretestuoso che ciò che faccio sia sbagliato, dato il mio incarnare il male senza limiti e senza impedimento; che la mia vita, esemplarmente, non abbia il crisma del vero artista, “artista dell’omicidio a ciclo completo” come ho detto a Vicky Vale, in questa costruzione empirica di un corollario metafisico della colpa e della pena che voi, voi e soltanto voi pretendete essere una vostra lucida invenzione dai diritti depositati e riconosciuti socialmente.
Non è così. Datelo per certo. E ora, se riuscite a seguirmi, non vi resta che ascoltarmi e convincervi che avete torto.
Forse ciò che sto dicendo vi risulta eccessivamente profondo, o al contrario, troppo epidermico, troppo impastato d’ovvio, troppo malato e fuorviato per possedere un senso che sia pur lontanamente simile al vostro. Questo non mi preoccupa. La genialità del Male è sempre stata incompresa, nelle pretese teoretiche del transumanesimo e dell’estropianesimo selvaggio di chi insegue ciecamente il principio di proazione che vi libererà tutti, così almeno credete, poveri illusi!, dalle sabbie immobili delle tensioni e della paura del domani, almeno secondo More, ma non secondo Me. Voi state in fondo cercando, in quest’era titana esacerbata da sé stessa, di superare i vostri limiti di singoli e di gruppo; tracciate continuamente, su un piano schiettamente cartesiano, le rotte direttive dei vostri bruschi cambiamenti di azione e di morale, interpolando all’infinito punti su punti, tentativi su tentativi, finzioni su finzioni, ricercando il polinomio superumano che vi libererà un giorno che voi pensate abbia luogo, ma che invero non verrà mai. Quindi, per Dio o per il Demonio, dov’è la Verità?
Se ci dovessimo tutti ritrovare, e il caso della storia del Novecento lo dimostra nella sua bella forma e nel suo orribile contenuto, nella situazione imprevista di un’interpolazione con polinomi di grado sempre più elevato e recato all’eccesso numerico indiscriminato, in questa ossessiva ricerca di chiarezza e distinzione, di potere e ostentazione, come Runge già riconobbe, nella curva disegnantesi sul diagramma, all’aumentare in ampiezza dell’errore, in prossimità degli estremi dell’intervallo ritrovereste, in panne, la vostra misera natura di poveri esseri umani, la vostra scabra disillusione di topi aspiranti titani, e all’aumentare dei nodi etici equidistanti, la funzione sociale e quella civile non convergerebbero affatto, bensì, quale supremo scorno!, quell’errore aumenterebbe, si scompaginerebbe in sentieri divergenti, ingigantirebbe a dismisura, costringendovi a tornare a un’analisi lineare che, se non altro, in questo discorso del Metodo moderno e postmoderno, per le radici di Chebyshev, seppur perde in distinzione, acquista enormemente in grado di conforto e solidarietà fra le singole formiche di quel ginepraio sconvolto ch’è il vostro mondo contemporaneo, il quale, avendo perso l’innocenza dell’ignoranza, la pia sollecitudine della non colpevolezza, non potrebbe comunque mai più tornare indietro al bel tempo di Adamo, non potrebbe più proteggervi dall’istinto della fame di fronte all’albero della Conoscenza, di fronte al tubero infame del kantiano Male Radicale. Eppure, nell’intervallo fra +1 e -1, moltiplicato per quanti siamo su questa Terra, l’indice sigma di varianza, lo scarto di dispersione standard di quanti di voi, presi a campione, fanno del male gratuito per puro diletto ogni giorno, non è poi così lontano dal vero, in quantità e qualità d’aberrazione. Io non credo alla bontà, questo è sicuro. Chiunque, da bambino, ha tagliato la coda a una lucertola, ha tirato dei sassi a un gatto, ha rubato le mele al mercato. Chiunque, divenuto adulto, ha fornicato di nascosto, ha provato invidia del vicino, ha sparso veleno per le blatte nel giardino. E allora, accusate me? Me, che sono la coerenza incarnata e rifuggo la falsità, che mi riservo l’esercizio perfezionistico e senza menzogne di un male cosmico ottemperato, con ferma intenzione, nel migliore dei modi possibili, nel peggiore dei mondi possibili? Chi siete voi per giudicare? Chi di voi è senza peccato si strappi la bocca con un coltello da un lato e dall’altro, si inferisca una ferita fistolata e la atteggi a un ghigno paretico. Non ci riuscite, avete paura: sembrate pagliacci impazziti. Solo io l’ho fatto davvero. Soltanto io sono vero. Soltanto io sono nel vero, perché so di essere un clown, e voi, voi invece, ecco, vi prendete tutti dannatamente sul serio, saltimbanchi di polizia, ministeri degli intestini, sacripanti dell’idiozia.
Conrad Veidt e tutti gli altri un giorno m’incarnarono, guardando in camera di soppiatto, oppressi da un grandangolo che avrebbe reso mostruoso e deforme persino un adone, se inquadrato in primissimo piano frontale. Ma ce n’è solo uno di Uomo che Ride, al mondo; c’è solo una maschera più vera del vero, che non si nasconde dietro ad un bavero, come invece ha fatto quel tormentato moralista del Mostro di Dusseldorf, bensì affigge sullo specchio la sua impavida teratologia, come exemplum e ideale, nello spleen manicomiale di un’idea d’imperfezione e malvagia compiutezza.
Ce n’è solo uno al mondo di uomo che ride, e sono io. E rido e mi sganascio dei vostri vani e deliranti tentativi di definire il male, il male che io sono, che trova in me il suo più compiuto esemplificatore e rappresentante.
Si Deus est unde malum? Et si non est, unde bonum? Non c’è consolazione, caro Boezio, nella tua crassa filosofia. In definitiva, è tutta una questione di conoscenza sostanziale di sé. Se male e bene fossero semplici accidenti della sostanza, come diceva lo Stagirita, allora non si comprenderebbe come, nella privazione che è male, nel collasso gravitazionale del passaggio fra forma e materia, nell’oscura concrezione molecolare di cui siamo composti tutti, possa essere possibile, solo talvolta e non sempre!, tramite il manifestarsi dell’assenza, il lapso comportamentale derivato dal libero arbitrio, lo scacco volontario che annulla la tendenza alla causa finale, al bene. Perché agite come agite? Se fosse mero accidente, il male come ciò che appartiene alla cosa–uomo, essendone affermato con verità, ma non sempre né perlopiù, che cosa sarebbe? Un semplice qualche volta, benevolo e accomodante, un contentino logico, giacché, se anche il bene è accidente con pari dignità non dico morale, ma almeno logica, non si capisce da che cosa nel concreto sareste diretti voi, sordida progenie d’essere umani, se non da una casualità imperante, una definizione come predicato non coestensivo né tantomeno essenziale al definiendum. Ma, del resto, se tutto fosse bene, allora non ci sarebbe non solo il male, ma nessuna cosa, neanche il bene; se tutto fosse male, idem all’inverso; così, tertium dandum est, dal di fuori, in un regressus ad infinitum, quantità, qualità, relazione, azione, il come, il dove, il quando ritorcendosi contro sé stessi come in una canizza spaventosa e blasfema, Pazuzu accidentali ringhiosi e voraci, bestialmente feraci, diabolicamente loquaci.
Aristotele ha la barba, Aristotele è sostanza e il suo esser barbuto è un accidente, se si tonsasse la parrucca al mento diverrebbe qualitativamente diverso da come è, ma non cesserebbe pure di essere in qualche modo ciò che egli è in se stesso; come dire che io, il Joker dei fumetti, il villain numero uno, l’eterno nemico di Batman, sono cattivo anzi!, consisto nel Male Incarnato, nell’exemplum più evidente di deviazione ed efferatezza; io sono io, in ludica tautologia sostanziale, ma adesso attenzione!, se facessi beneficenza per i bambini bisognosi, se dessi da mangiare come un gattaro alle bestiole del prato, se aiutassi le vecchiette ad attraversare la strada diventerei buono, ovvero, sarei di fatto diverso dalla sostanza di come sono. Nessuno mi riconoscerebbe in quanto Joker, non solo nessun modo, attributo o categoria, ma neanche la mia semplice definizione tautologica d’essenza permarrebbe uguale a ciò che ero prima. Se fossi buono, io non sarei più io. Ma allora la sostanza in quanto sostanza, nel sordo trapasso dalla sfera logica a quella morale, in virtù dell’accidente del male e del bene permane o no nel mutamento?
La mia vita è la testimonianza scabra e secca della coincidentia oppositorum, caricata di malasanità e di divino. Sono ciò che sono, e sapete che c’è? Ho tutto il diritto di esserlo. Se io non ci fossi, se la mia sostanza concrescente non spargesse le sue larve fecondatrici sul mondo dei bravi ragazzi che mi leggono sui fumetti ogni mese, allora nulla sarebbe. Se non esistesse il Bello platonico, ideale, il modello paradigmatico della bellezza coalescente, se fosse vero che essa è un mero accidente, che si connette alla bisogna a qualcuno o qualcosa in quanto qualità categoriale, allora non si capirebbe come mai le qualità si differenziano, e su quale base si fondano.
Io sono un sinolo di materia e forma in cui la materia vince ed emerge dal letame del concetto. Io sono un assassino del senso e del significato, che sparge la peste su villaggi, paesi e città, talmente connaturato all’essenza dell’essere umano da risultarne la crosta impastata d’argilla, la stessa sostanza della costola d’Adamo. Io sono il male di carne, io sono l’Antidio. Io sono la negazione, l’immane potenza del vuoto, e come vuoto mi perdo nel vostro perdervi quotidiano e sovrano. Abbandonatevi a me, sono la via della perdizione, il perdersi che è un ritrovarsi, nella propria natura reale e razionale. Non sono l’accidentale, io consisto nel sostanziale. Non sono la sottrazione, ma il riempimento. E la mia vita è divina, divina perché malata, divina perché luciferina, checché D’Annunzio ne pensi, rimbrotti, schiumeggi e protesti, nella logica del caos, nel meriggio ottenebrante di quest’immensa luce di tenebre che avvolge e avvolgerà per sempre Gotham City e tutta la Terra.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).