Da “I ferri corti”

di Paolo Maccari

[Presentiamo quattro testi inediti in volume, inclusi nella raccolta antologica I ferri corti, in uscita per Lieto Colle, collana Gialla Oro, pordenonelegge.]

 

Viali

È sempre lotta tra asfalto e radici.

Dune sbrecciate

nei parcheggi obliqui

dei nostri viali.

E profferta di simbolo

anche ai poeti

che sanno appena

cinque o sei alberi.

Nomi bastanti

a lunghe metafore

d’oppressione e rivalsa:

Sollevazione delle radici,

ribellione se erompono come…

Ma il Comune riasfalta.

Sradica, se vuole, il Comune, e ripianta.

Anche questa metafora

occorre far fiorire: il Comune innaffia e cura

la rivolta futura,

la scruta, la concima,

poi stende il nastro scuro.

Poi stende il nastro scuro

con nostro sollievo

sopra l’incuria

del viale insicuro.

 

*

Fratelli

Marchino a dieci anni non sapeva parlare. Il fratello più grande di un anno lo portava per mano; bestemmiava quando doveva asciugargli col fazzoletto la bava. Marchino sbavava mentre rideva e anche quando masticava i suoni cercando di imitare i discorsi che sentiva. Amava straordinariamente abbracciare le persone. Dopo l’abbraccio, non avendone mai abbastanza, appoggiava il palmo della mano sulla testa di chi aveva appena abbracciato e ce lo lasciava finché l’abbracciato non glielo toglieva.

Quando era nervoso Marchino rimetteva la mano sulla testa che si era sottratta. Rideva se gli veniva tolta, e la rimetteva. Ma se era molto nervoso, dopo due o tre volte che gliela levavi la stessa mano l’usava per dare uno schiaffo. Dava schiaffi forti. Interveniva allora il fratello e lo picchiava. Mentre veniva picchiato Marchino rideva e il fratello picchiava più forte. Il fratello smetteva e bestemmiava prima che Marchino smettesse di ridere, ed era esasperato. Era l’unico il fratello a non intuire che la risata di Marchino mentre veniva picchiato era diversa, più infantile e salmodiante, da quella solita – anche meno bavosa-, perché era il suo modo di intercedere per se stesso col picchiatore e farlo smettere. Nessuno comunque lo faceva notare al fratello e lui non era disponibile a queste sottigliezze. Credo, incredibilmente, che non fosse disponibile per una forma di rispetto verso Marchino.

A noi piaceva abbracciare Marchino, ci faceva sentire buoni, oltre al fatto che abbracciare è quasi sempre bello, però raramente rimanevamo fermi mentre lui, con il passo dondolante e asimmetrico, si avvicinava per abbracciarci. La testa sulla mano, lo schiaffo, le botte del fratello a Marchino. Evitavamo. Tutti a parte Carlo. A Carlo piaceva veder picchiare Marchino. In verità, gli sarebbe piaciuto soprattutto picchiarlo lui. Una volta dopo aver preso lo schiaffo infatti gli tirò un cazzotto. Era un esperimento: se il fratello non avesse protestato avrebbe inaugurato un piacere. Dovemmo levarlo dalle mani del fratello, che continuava a colpire Carlo anche quando lui era svenuto. Il fratello di Marchino gli aveva tirato un pugno nello stomaco e uno in faccia mentre gli teneva l’altra mano stretta al collo. Carlo andò giù. Noi ci mettemmo in mezzo. Il fratello di Marchino prese Marchino per mano, e si avviò a testa bassa verso casa. Marchino rideva. Anche Carlo, in terra, rideva. Aveva fatto finta di svenire e anche se il fratello di Marchino gli dava le spalle camminando verso casa, Carlo non smetteva di fissarlo, e centellinava il rimorso di quelle spalle. Che tipo Carlo. E chissà di che tipo era il rimorso che sentiva, e che magone, il fratello di Marchino.

La sera spesso ripensavo a Marchino e a suo fratello. Ero troppo piccolo per domandarmi come mai i genitori affidassero sempre Marchino al fratello. Mi figuravo di essere Marchino, incapace di parlare (ma come pensava Marchino, come vedeva?), e a volte di essere suo fratello. L’adolescenza pontificante e piena di risposte mi distolse da queste fantasie, che erano domande.

Quei due bambini non so che fine abbiano fatto. Carlo invece, ancora oggi, ogni tanto ho voglia di picchiarlo, di cacciare a pugni il luccichio desiderante dai suoi occhi. Con tutto che a suo modo mi vuole bene e mi aiuta, e che rimane il mio fratello maggiore.

 

*

Le divise

Indosseremo ancora le divise,

felici delle giubbe d’un colore.

Saremo le colonne.

Ci faremo compagnia.

 

Sapranno conservare il malumore

soltanto i saggi,

scontenti dell’unisono dei passi,

feriti dai cantari

di cadaverica allegria.

 

Ancora più saggi e in meno,

marceranno con noi

alcuni che sapranno

questa o l’altra compagnia

o gli sfregi alla colonna

o i fanatici osanna

essere niente

di nuovo né drammatico.

 

Pochi, e inconsapevoli,

nelle nostre colonne e tra i nostri osanna

non rinunciando a farci compagnia,

altri ameranno senza dircelo.

Senza dirselo altri ameranno

con gli occhi

straordinariamente come i nostri.

 

E noi non capiremo,

li scambieremo per noi stessi:

ogni peccato

dentro questa incomprensione

sarà magnificato.

 

Quindi il corteo proseguirà

obbedendo alle svolte

che alla sera imporrà

fragorosa la sorte.

 

*

Janis Joplin

I.

Dovunque in Italia, lo sanno tutti, basta spostarsi di qualche chilometro e cambia il modo di parlare. Il mio paese ha una parlata quasi forbita, ma già a sei chilometri di distanza, in un paese vicino, dicono ‘icché tu voi?” e ‘vu credee’. Sono differenze che chi abita qui sente subito, e i miei compaesani se ne vantano, mentre gli abitanti del paese vicino giudicano il nostro modo di parlare poco espressivo, senza sapore, forse ipocrita.

L’amico che conobbi a dodici anni veniva da una frazione del paese vicino. Il suo modo di parlare un po’ mi urtava, ma non mancavo di avvertire il fascino di una naturalezza terragna, che suppliva all’imprecisione designando le cose con energica attinenza. Il suo carattere somigliava alla sua lingua, irruento e gioviale sebbene venato di indecisioni, di improvvise timidezze. Lo conobbi perché venne a giocare nella mia squadra come portiere. Era alto quanto me, che a quell’età ero tra i più alti della squadra; era in carne; si tuffava bene. Non cercava la rissa ma non ne aveva paura.

Io a quell’età ero litigioso e in campo spesso mi attaccavo con gli avversari. Durante una partita ricevetti un fallo intenzionale, poco prima di entrare nell’area avversaria: una pedata da dietro sul piede d’appoggio. Andai giù, mi rialzai veloce e detti una spinta all’avversario. L’arbitro era lontano e altri due avversari mi furono sotto. Io per la rabbia non sapevo frenarmi e spintonavo chiunque mi si avvicinasse. Quasi subito erano più le spinte che prendevo di quelle che riuscivo a rendere. Ingloriosamente, prima che arrivasse l’arbitro, fui di nuovo in terra. Da terra vedevo i miei compagni che mi difendevano, chi con più chi con meno vigore.

Tra le gambe assiepate intorno a me vidi a un tratto una corsa estranea, di uno che non aveva la maglia né del colore della mia squadra né di quella avversaria. Per una frazione di secondo non capii, poi riconobbi la maglia di portiere del mio amico, che dalla nostra porta stava arrivando, con la faccia determinata, a difendermi. Il coraggio che mi sentivo crescere a ogni passo di quella corsa mi rimise in piedi. Quando il mio amico arrivò, l’arbitro aveva già provveduto a mostrare il cartellino giallo a chi mi aveva sgambettato e quello rosso a me. Uscii dal campo tra le urla dell’allenatore che un po’ protestava contro l’arbitro un po’ mi brontolava. Fu la prima e ultima volta che giocai da capitano. Ma negli spogliatoi, quando la partita finì, tutti commentavano ammirati e allegri la corsa del mio amico. Lui non diceva niente. Ci guardavamo con gli occhi che ridevano e ci capimmo.

 

II.

All’età di quattordici o quindici anni parlavo al mio amico della musica che mi piaceva. Lo potevo fare perché lo stimavo. In prima superiore si era iscritto a una scuola nel mio paese, e spesso ci vedevamo anche sul bus, la mattina o all’ora di pranzo. Lui era diventato amico di una bella ragazza, di due o tre anni, insomma un’enormità, più grande di noi. A un’amica di quella ragazza io piacevo: me lo disse il mio amico, ridendo insieme alla bella ragazza. Non me l’hanno però mai presentata e quando chiedevo perché loro ridevano ancora di più. Deve essere brutta, pensavo, e non insistevo. Il mio amico, grazie alla bella ragazza, era stimato dai compagni di autobus, e lo ero anch’io, che stavo simpatico a tutti e due e spesso facevo il viaggio nell’ultima fila, dove stavano loro e i grandi in classe della bella ragazza.

In generale, eravamo due ragazzi che sapevano stare con le ragazze, che giocavano a pallone, che si facevano crescere i capelli, che avevano nemici con cui scambiavano occhiatacce: ci sentivamo, sul piano sociale, piuttosto a posto. Io mi sentivo simile al mio amico, e mi avrebbe fatto piacere se avesse apprezzato quello che a me pareva bello. Allora, davvero, la nostra sarebbe stata un’amicizia forte, e protesa verso una vera intimità. La passione per la stessa musica e i pensieri più segreti, infatti, mi sembravano stare su uno stesso piano d’intesa. La lettura, che in quel periodo occupava uno spazio sempre più grande tra le mie occupazioni, vicina a spazzare via tutte le altre per essere la prima, la concepivo ancora come qualcosa di simile a un vizio, una mollezza, assimilabile quasi all’immaturità che mi faceva guadare, di nascosto e con gusto, certi cartoni animati giapponesi.

Fui felice quando il mio amico mi chiese una cassetta di qualcuno dei cantanti di cui gli avevo parlato. I termini in cui me lo disse rivelavano un desiderio autentico di erudirsi in un campo che gli appariva allettante. Credo che anche la bella ragazza gli parlasse di una musica diversa da quella dozzinale che lui ascoltava. Il mio amico mi stava concedendo un’autorità che sentivo di poter sopportare e che mi lusingava. Una domenica mattina, al ritrovo dei giocatori nella piazza del mio paese, gli portai una cassetta di Janis Joplin. Giocavamo in trasferta e ci aspettava un’ora di macchina. Io sarei andato con il pulmino della squadra ma, siccome non ci entravamo tutti, il padre del mio amico avrebbe portato il figlio e altri tre giocatori con la sua macchina. Ero molto fiducioso. Avevo simpatia per il padre del mio amico, un uomo barbuto e silenzioso, con i capelli abbastanza lunghi e gli occhiali da sole, che durante le partite non urlava né commentava come altri padri; restava composto a seguire il gioco dietro gli occhiali da sole, e la sua presenza mi dava un senso di matura sicurezza. La sua BMW doveva avere una buona autoradio, pensavo. L’ascolto avrebbe dato buoni frutti. Quando arrivammo al campo scesi veloce dal pulmino e mi avvicinai al mio amico. Mi circondarono subito anche i tre che avevano fatto il viaggio con lui. Da solo, lui certamente avrebbe sfumato il giudizio, o forse se lo sarebbe tenuto per sé, ma di fronte alla rumorosa unanimità del terzetto non riuscì a negare che Janis Joplin fosse strana, strane le sue canzoni, il suo modo di cantare, il fatto che a volte cantasse quasi senza accompagnamento musicale, che altre la sua voce si trasformasse in un urlo indefinito, e insomma quella musica non si capiva e, tutto considerato, faceva cacare. Forse, terminò il mio amico con imbarazzo e parlando più piano per non farsi assalire dagli altri tre, il secondo lato della cassetta era meglio del primo, e qualche pezzo non era male.

Io ci rimasi malissimo, lì per lì, e iniziai dentro di me ad accusare di rozzezza il mio amico, e a dirmi disingannato, e che mi servisse di lezione. Invece di lezione mi fu il modo addolorato in cui lui cercò di farsi perdonare, con i propositi che goffamente avanzava di vederci quel pomeriggio al suo paese, con il modo che aveva di starmi accanto negli spogliatoi, quasi a non volermi lasciare solo con la mia delusione. Soprattutto, i suoi occhi buoni continuavano a studiarmi quando non lo guardavo, e io li sentivo come una carezza di calore. Quel giorno capii che la musica, e tutto il suo giro di mozioni e risonanze sentimentali, era – per i ragazzi come me – una sublime scorciatoia, che unisce un momento, per poi svaporare come i fumi dell’hashish dentro cui si fraternizza, e dopo l’estraneità torna a aggredirti. Ancora di più: è tollerabile ogni differenza se l’affetto non nega che è dolorosa, ma rilancia se stesso come altra via, più accidentata, faticosa, per ritrovarsi e cercare affinità diverse. A quindici anni, per un giovane arrogante e insicuro come ero, non è la banalità che sembra.

 

III.

Passò poco tempo e un’altra passione ci venne incontro e ci avvicinò ancora: le moto. A quattordici anni mi avevano comprato – ricordo sempre: per quattrocentomila lire – un motorino da cross, con il grosso difetto di non avere le marce (a me andava bene perché temevo di non saper cambiare), ma comunque piuttosto prestigioso tra i Ciao i Sì e i Bravo di quei tempi. Non ricordo quale cinquantino avesse il mio amico, ma doveva essere ancora più prestigioso e sicuramente più potente. Per i sedici anni ricevetti in dono l’Elephant 125 che era stato di mio cugino. Una moto vera, con sei marce, che andava a centotrenta. Ne ero fierissimo. Il mio amico scelse una moto da strada, che secondo me era meno bella, non ci poteva fare i salti né impennare bene come sapevo fare io, però raggiungeva una velocità impressionate.

Qualche volta abbiamo fatto una girata insieme: io preferivo le strade di campagna, dove potevamo levarci il casco e fermarci a fumare in qualche posto isolato. A lui piacevano le strade piene di curve, in cui piegava, con il ginocchio vicinissimo all’asfalto a emulazione dei campioni di motociclismo.

Proprio sui sedici anni, per la mutevolezza di quel tempo instabile, iniziammo a vederci meno. Io ero andato a giocare in un’altra squadra, e dopo poco litigai con l’allenatore e smisi di giocare. Anche lui, se non ricordo male, aveva smesso. Mi misi con una ragazza, in quel periodo, e stavo quasi sempre insieme a lei. A volte capitava comunque, nel paese vicino al mio, dove parlano male, che lo incontrassi per la via principale a fare le vasche. Io con il mio gruppo e lui con il suo, i cui rispettivi membri non si conoscevano se non di vista. Ci fermavamo a chiacchierare per poco, presto richiamati dagli altri, promettevamo di vederci, un giorno, e di fare qualcosa insieme.

Non è mai successo. Fu la ragazza con cui stavo, una mattina d’estate, a dirmi che era morto. Non ho mai capito, nonostante il gran parlare che se ne fece, quale fu con precisione la cosiddetta dinamica dell’incidente. So che era in moto, in una strada piena di curve dove si può piegare fin quasi a toccare il ginocchio sull’asfalto. Poi, so quello che sanno tutti. Che non invecchierà mai, come i cantanti che ascoltavo a quindici anni, ma resterà più giovane di loro, indeciso ancora su quale giovane uomo diventare tra poco. Che aveva una sorella più piccola. Che è successo più di venticinque anni fa.

Non andai al suo funerale. Me ne vergogno ancora. Compatisco chi si giustifica delle proprie inadempienze con frasi edificanti. Chi non va a trovare chi muore perché, dice, vuole ricordarlo com’era. Chi non va ai funerali perché ormai a cosa serve.

No. Glielo dovevo e sono mancato. Con tutte le arie che mi davo, ebbi paura del dolore e di non meritare di piangere con i suoi amici veri, quelli stretti, che parlavano come lui e ascoltavano godendosele le sue stesse canzoni. Da allora, e ancora oggi, continuo a rivederlo negli adolescenti che mi sfilano davanti, per strada o a scuola. Eccolo, un po’ in carne, che si mette il casco. Lo ha indossato, la visiera è aperta, capisco che mi sorride dalle rughe che gli si formano intorno agli occhi. Il casco gli copre la bocca, se parlasse non lo sentirei.

Al parco dove porto mio figlio, in uno spiazzo in cui l’erba non fa in tempo a crescere, si gioca tutti i pomeriggi a pallone. Sono ragazzi e non bambini. È quasi insostenibile quanto uno gli somiglia. Stamani ero a sedere, a vedere mio figlio arrampicarsi su una ragnatela di corda. Spesso mi giravo e seguivo la partitella. Il mio amico correva. Poi si è fermato. Il cross era preciso ed è stato facile per lui colpire di testa. Gol. Ha alzato le braccia, le mani ben aperte, ha sorriso. Quando io facevo gol correvo verso il centrocampo, e chi ha giocato sa quanto si può essere felici, per qualche secondo. Guardavo verso la nostra porta, quando si calmava l’esultanza. Il mio amico aveva le braccia alzate, le mani aperte; quando si accorgeva che lo guardavo, si stringevano a pugno e vibravano. Ci sorridevamo. Poi la partita riprendeva e avevamo gli occhi, tutti e due, solo per le traiettorie del pallone.

 

 

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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