Attacco

di Federica Ruggiero

Un uomo, una donna. Un uomo e una donna? Mi chiedi, tu che mi sei di fronte, tu che mi stai ascoltando e forse non lo hai chiesto, oramai sei in campo, resti, per curiosità, o, chissà, per il gusto di potermi nel caso contraddire. Chissà! Chi sa? Altroché! Altro che cosa?

Un uomo e una donna? Rincalzi, magari alzando il sopracciglio, magari innalzando la curva di intonazione più di quanto non debba già inarcarsi perché io intuisca che mi stai rivolgendo una domanda, e proprio questo me ne fa dubitare – mi fa dubitare che lo sia. La noncurante insistenza con cui metti in dubbio quel che è già chiaro, l’ovvietà di ciò che ho detto e che non avrei bisogno di ripetere. La tua domanda è talmente conforme da destare sospetti, ha un’evidenza che sfiora il flagrante, tanto da far detonare un’esitazione a catena sulla forza illocutiva del tuo enunciato. Se solo levassi lo sguardo dalle macerie, forse vedrei i tuoi capelli a fungo che irradiano il cielo, la tua bocca ancora fumante, o addirittura il compiacimento di chi ha colto nel segno e l’aveva previsto, di chi vuol suscitare non una ricezione, ma una reazione.

Insidiosa, l’eco impregna le pieghe del mio tessuto nervoso, soffia sulle sue braci rendendolo pelle di elefante. Suona come una trappola, la tentazione è di lasciarla cadere, o di lasciarci, anche se sono io stessa ad averla tesa.

È comprensibile che tu lo chieda, se è questo che ti stai chiedendo. Quel che ho detto ha risvegliato in te miriadi di racconti che hai ascoltato o letto, così tanto numerosi e assorbiti che si confondono tra loro, se dovessi elencarne qualcuno in particolare non te ne verrebbero in mente.

La tua domanda. Adesso si tinge di legittima noia. Ma il colore non è questione di materia, ma di radiazioni, non ha nome prima che ci sia un occhio che lo osservi, e forse il mio è daltonico, e la luce che filtra è distorta da un nonsoché, e la sfumatura che si è insinuata potrebbe non aver nulla a che vedere col tuo tono.

C’è insicurezza nella mia voce, so che se ti rispondessi il tremore la tradirebbe, forse l’hai intuita, l’hai già intuita, chissà, lo so – e questo la accresce e mi stringe in un angolo.

Mi interrompo appena in tempo, appena prima della mediocrità, indugio nell’ansia di non aver ancora iniziato, in preamboli miopi per sfuggire al punto cieco che si intravede in lontananza. Co(i)ncatenazioni senza sosta, ricominciando dall’inizio, o forse da prima.

Un uomo e una donna? I tuoi capelli a fungo che irradiano il cielo, la tua bocca fumante, ogni volta che fai un tiro emetti il verso di uno che sta per strozzarsi. O magari un’intonazione esagerata per dar fiato a un flebile stupore. La chiassosa timidezza di chi vorrebbe ritrarsi dalla disputa. Un’espressione indecifrabile e provvisoria, per proscioglierti da accuse di ingenuità, proprio sull’orlo di una reazione, non sapendo se sarebbe conforme alle aspettative.

Continui a pormi una domanda, la domanda, sempre la stessa, tra i cui spazi vuoti se ne nascondono molte altre. O forse non mi parli, o se lo fai, non posso sentirti.

Un uomo e una donna. Con un solo fiato ti ho implicitamente suggerito che è a loro che dovrai prestare attenzione, anche se non sono soli nella scena che sto per descriverti. Ci sono molte più persone, distribuite equamente tra i due sessi senza che si possa rilevare un criterio. Ma non ti ho detto questo, ti sforzi di osservare quella scena come lo stavi facendo prima, ti dà sui nervi sapere che non sarà possibile.

La cosa più frustrante è che ti copro la visuale senza offrirti nulla di meglio. Non stai osservando assolutamente niente, e potrebbe non esserci niente da coprire. Avresti potuto – potresti, non puoi, ma potresti – prendere in molti modi la mia affermazione. Ora sei costretto ad amputare la tua immaginazione, perché non faccio che darti indicazioni, mentre mi affanno a negare le precedenti.

Questo tuo sguardo, da una parte all’altra, fisso sul nulla, mi spinge ad andare ancora oltre e a chiedermi se sia giusto che ti manipoli in questo modo. Rientrare in quei ranghi che avrei voluto scardinare, non essere mai sincera nemmeno quando lo sono.

Iniziare allora un’altra divagazione, o non iniziarla affatto, fermarmi nell’intervallo tra la percezione di un segnale e la trasmissione di un impulso per un’azione, una qualsiasi, dirti qualcosa che non ti ho detto o che forse ti ho detto ma inavvertitamente, o addirittura te lo sto dicendo nel passato, riscrivendo adesso quella scena con questo pensiero, in questo stesso momento in cui ora ti parlo.

Stramazzare sotto una scarica di proiezioni, e invece di costruire scavare. Forse trincee.

 

 

 

 

 

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