Una novella ritrovata di Camillo Berneri

a cura di Nicola Fanizza

Nel 1992, per conto della Famiglia Berneri, furono raccolte in volume le Novelle di Camillo Berneri. Tuttavia ai curatori del libro sfuggì Il primo volo. La novella era apparsa il 1 giugno 1924 sul settimanale «Humanitas» – n. 22/23 –, diretto dal fiero mazziniano Piero Delfino Pesce. (Il merito del suo rinvenimento va attribuito anche al prof. Domenico Cofano).

La pubblicazione di questo inedito offre l’occasione per ritornare a riflettere su una grande e bella figura di anarchico, autore di scritti originali e ancora illuminanti sul socialismo libertario contrapposto a quello autoritario e sovietico, sulla liberazione della donna, sull’Operaiolatria marxista, che svaluta le lotte e la cultura dei contadini, degli artigiani e degli impiegati.

Camillo da Lodi – questo lo pseudonimo che troviamo a volte in calce ai suoi scritti – era nato per l’appunto a Lodi il 20 maggio 1897. In seguito, si trasferì, insieme alla sua famiglia, a Reggio Emilia, dove cominciò a frequentare la Federazione provinciale giovanile socialista, di cui divenne uno dei dirigenti.

Ben presto militò nella frazione rivoluzionaria del Psi. Il suo acceso e intransigente antimilitarismo lo portò però ad avvicinarsi sempre più agli anarchici. Infatti, quando nel 1917 fu chiamato sotto le armi, fu escluso dalla scuola militare e inviato sotto scorta al fronte.

Terminato il conflitto, riprese i suoi studi, laureandosi in filosofia nel 1922 a Firenze, ove fu in rapporto con Gaetano Salvemini, che, con Errico Malatesta, ebbe notevole influenza sulla sua formazione culturale e politica.

Contemporaneamente partecipò all’attività anarchica, collaborando, tra l’altro, a Volontà, Il grido della rivolta, Umanità nova e, dopo l’andata al potere del fascismo, a Fede ! e Pensiero e Volontà. Quanto al taglio di quegli articoli, può valere quanto scritto nel 1952 dal Salvemini: «Aveva il gusto dei fatti precisi. In lui l’immaginazione si associava a una cura meticolosa per i particolari immediati nello studio e nella pratica di ogni giorno. Si interessava di tutto con avidità insaziabile. … lui teneva aperte tutte le finestre».

Nel 1926, per sfuggire alla repressione fascista, Berneri è costretto a riparare in Francia. Qui nei suoi scritti prefigura per l’anarchismo un «ruolo autonomo e di primo piano» nella rivoluzione italiana. Il movimento anarchico, con la rivendicazione del federalismo, avrebbe consentito – asseriva il Berneri – di evitare al suo Paese sia la soluzione comunista «dispotico-centralizzatrice», sia la soluzione «moderata».

Dopo il golpe franchista del luglio 1936, lo troviamo in Spagna a Barcellona, dove contribuisce tutte le sue forze all’organizzazione e alla resistenza del regime repubblicano, sostenendo il punto di vista degli anarchici.

Proprio in quanto anarchico, Berneri fu ucciso dagli stalinisti nelle tragiche giornate del maggio 1937. Il suo assassinio avvenne a Barcellona negli stessi giorni in cui vennero uccisi, insieme agli anarchici, molti militanti del Poum, un partito comunista antistalinista.

Diversi studiosi – Gaetano Salvemini, Pietro Adamo e Goffredo Fofi, ecc. – in tempi e modi diversi hanno sostenuto che tra i maggiori responsabili della morte di Berneri ci furono senz’altro alti dirigenti del Partito comunista italiano.

Ciò che è certo è che, con la morte di Berneri, la distanza fra gli anarchici e i comunisti italiani diventò un abisso.

 

 

Il primo volo  

di Camillo Berneri

Mastro Giovanni si aggira fra i cavalletti. Non può mettere mano al lavoro. Se ne va Carluccio; che lavora così bene che, se restasse con lui, gli lascerebbe la bottega.

Venne smilzo smilzo, con una faccina da fame e le gambine secche secche. Pareva un passerottino ed era imbambolato dalla fame. Ma appena cominciò a lavorare e a guadagnare qualche soldo divenne allegro. Si soffiava sulle dita per poter disegnare, ma anche con le mani intirizzite i disegni erano sicuri e politi. E quando cominciò a maneggiare i colori, che primavera in quello stanzone opaco.

Quando lui sen’era andato, Mastro Giovanni rimaneva estatico a guardar quegli uccelli così veri che pareva dovessero volar via da un momento all’altro, e quei putti così bellini da far venir voglia di prenderseli in braccio.

E ora se ne va. Perché ha messo le ali e vola sicuro. Ed andrà lontano.

Se ne va, Carluccio. Mastro Giovanni vorrebbe lavorare e scuote la testa e si dice: – Vecchio pazzo, o che credevi di tenertelo al fianco fino alla fossa quel ragazzo che lavora meglio di te e di tutti quanti gli artisti della contrada? –

Ma ogni tanto si passa il dorso della mano sugli occhi, e gira su e giù per la bottega, che gli pare vuota e oscura; tanto che va sulla porta a guardar nella strada, per vedere se viene Carluccio.

 

Mastro Giovanni gli ha detto: – Carluccio tu diventerai grande. Forse diventerai ricco. Ti auguro questo e quello. Ma ricordati che vai fra la gente che veste di velluto e di raso, e che ci sono più serpi e spine sotto i tappeti che qui, dove ci si conosce tutti.

Questo e tante altre cose gli ha detto Mastro Giovanni. E Carluccio ripensa alle parole del vecchio, ma queste gli ricordano il paese, la mamma che piange; e allora si mette a fischiettare e se ne va al passo di marcia, per la via che è tutta infiorata di biancospino.

E’ pesante, il fagotto. Lo ha preparato sua madre. Lui diceva – Basta, basta – ma lei aveva paura che il suo ragazzo rimanesse senza mangiare, e ha tagliato dei pezzi di formaggio e di pane che c’è da sfamarsi per una settimana.

Gli viene un nodo alla gola a pensare alla madre, e intona una canzone del paese; e cerca di rendere ferma e forte la voce che gli trema e sta per mutarsi in singhiozzi. La strada si snoda ed a ogni svolta si vedono cose nuove. Non è mai andato così lontano, e abbassa la voce quando è vicino alle case; dove c’è gente che non conosce. Al paese, quando passa, lo salutano tutti e lo chiamano a nome, ma qui lo guardano appena. Perché non lo conoscono. Ma gli pare che quella gente non sia così buona come quella del paese.

Lo hanno messo a dormire in soffitta e a mangiare sta con la servitù. Ma la soffitta è ben riparata e in cucina si mangia bene. E quando lavora, vien sempre il padrone.

Guarda e mormora: – Bene, bene. Si vede che è contento, e Carluccio se ne compiace e lavora con lena. Ha già affrescata tutta una parete ed è pochi giorni che è al palazzo del Marchese De Prie.

Ma da ieri si sente stanco. La mano gli serve male e i colori non si combinano mai. Sente il bisogno di svagarsi e gironzola per il parco. Quasi di nascosto, perché ha paura che gli diano del fannullone. Le fontane zampillano, con voci ora roche ora argute. Quella grazia compassata delle siepi potate pari pari, dei fini intrichi di rami sottili, delle erbe tosate, lo rattrista. Anche fuori gli pare di essere richiuso. In campagna, al suo paese, poteva correre, fischiare, cantare. Qui, la ghiaia, che scricchiola sotto i passi guardinghi, gli fa soggezione. Si ferma a guardare il castello che biancheggia nella cornice dei grandi alberi, e pensa che deve tornare al lavoro. Ma riprende a gironzolare per i viali. E si ferma a guardare le statue. Fauni dai piedi di capra, e la faccia diavolesca. Ninfe snelle e dee formose. Il maggiordomo sa il nome di tutte le dee. Quante cose sa il maggiordomo!

Non riesce a lavorare, da parecchi giorni. Esce all’alba; ma le nebbioline velanti di biacca azzurrina, il verde cupo del parco non gli danno la pace. Ne gliela danno le sere luminose rispecchiate in acque lisce, sulle quali i flessuosi cigni dondolano la loro candida calma. Ha una spina nel cuore, Carluccio. Una di quelle spine Mastro Giovanni gli aveva detto che avrebbe trovato nelle case dei ricchi.

E’ venuto un pittore, da Parigi. Un pittore che mangia alla tavola del marchese, passeggia con la marchesa e dorme fino a mezzogiorno.

– Un grande artista – dicono in cucina.

Affresca la sala da ballo. Arabeschi, mori, scimmiette, buffoni, scoiattoli guizzanti, pavoni … Quante cose dipinge il pittore venuto da Parigi! Carluccio ne è rimasto avvilito. Tutte quelle cose egli non le consoce. Ma dipingere sa. Guarda le smerlettature di fogliame leggero su azzurri pallidi, su cieli rosa e dorati, e si rincora. Le ha dipinte lui quelle scene che spalancano le pareti! Ma quel pittore venuto da Parigi dipinge mori, scimmie, scoiattoli, pavoni … E lui no!

 

Sono venuti molti signori imbacuccati e tutti alamari e pizzi. E tante signore con le sottane gonfie, i ventagli dipinti,e delle parrucche grandi grandi.

Le finestre sono tutte illuminate, Nell’ombra cupa del parco, Carluccio è cullato dal lento archeggiare dei violini che accompagnano la molle garotte, che egli non conosce.

Mastro Giovanni, la mamma, la bottega, il paese. Ma poi, di nuovo, sempre, il pensiero di Celeste, che il marchese vuole che faccia da modella al pittore venuto da Parigi.

In cucina pigliano gusto a farla piangere, quella figliola. Ma lui ha già rotto un piatto sulla faccia del cocchiere. E se non la finiscono saprà lui metterla a posto, quella canaglia!

Celeste è diventata disinvolta. E quando la punzecchiano, sa rispondere. Ora Carluccio non la guarda. Sente di odiarla. Perché l’ama. Ha sempre qualche cosuccia nuova, Celeste. Ora un nastro, ora un grembiulino, ora un anelluccio. Gli uomini la trattano bene ora, perché lei non ha più vergogna di farsi vedere dal pittore e sperano di godersela anche loro.

Carluccio sta per finire il lavoro. A giorni lascerà il castello, per andare a decorare una chiesa.

La marchesa, ora, viene a vedere di quando in quando i suoi affreschi; e un giorno di pioggia l’ha chiamato nel suo salotto ed ha chiacchierato tanto. Come se fosse il pittore venuto da Parigi. Era così gentile, la signora, che Carluccio si sentiva commosso e le avrebbe baciato la mano, in ginocchio. Se avesse osato.

Ma la signora marchesa è venuta a parlare di Celeste, e nel parlarne sorrideva. E parlava in modo che Carluccio non capiva sempre. Ma ora ha capito.

 

Celeste è stata mandata via. La cuoca l’ha detto il perchè:

– Ha la pancia grossa. La signora, che parla così dolcemente, come ha potuto mandarla via? Ma sorrideva con delle fiammelle negli occhi, mentre diceva le cose che non capiva. Per questo l’ha cacciata come una cagna.

Carluccio non l’anno mandato via. Ed ora sta decorando la camera da letto dei marchesi. Perché il pittore venuto da Parigi se n’è andato, una sera che il marchese ha rotto uno specchio e ha bastonato Giuseppe, che non aveva fatto nulla di male.

La marchesa chiama Carluccio nel suo salotto; quasi ogni sera.

C’è una luce tenue nel salottino. La Marchesa è tanto bella che somiglia alla madonna che è nella chiesetta di Saint-Martin. Ma è più bella, la marchesa. Ha una voce dolce, che fa dimenticare tutto, a Carluccio. Una voce che lo accarezza e gli fa soggezione. Tanto che risponde con sforzo, che tutte le parole che dice gli sembrano troppo brutte per una signora così. Si sente goffo e ne soffre. Ma non vorrebbe mai andar via.

Sulle pareti vi sono gli amorini che danzano.

Li ha dipinti lui, quei putti carnosi e leggeri. Se ci fosse Mastro Giovanni a vederli! A quel chiarore rosa, sembrano ancor più vivi. Li ha dipinti lui, quegli amorini!

La marchesa si incipria. Ha le braccia e le spalle nude, e un’ombra profonda negli occhi e nel seno semiscoperto. Le vorrebbe fare il ritratto, così. Ma non sarebbe capace. Perché è troppo bella, tanto che il guardarla fa quasi male. La guarda, ma non riesce a vederla, Perché è la carne che contempla.

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– Ti piaccio? – Carluccio è inginocchiato e le bacia le mani, le vesti, le stringe le ginocchia, sprofondando nel sogno che gli fa il sangue felice.

 

Da quando è arrivato un signore antipatico, amico del marchese, il salotto del sogno è chiuso, per Carluccio.

Per questo non riesce ad approfondire i cieli e a rendere trasparenti le acque degli affreschi, che lei non viene più a guardare.

Carluccio sogna, nel parco opaco di crepuscolo ed animato solo dai canti delle fontane, schiariti dal silenzio.

Viene la notte, ed annerisce tutto lasciando qualche stocco argentino puntato verso i mille cuori che  palpitano lassù.

Carluccio piange, nella notte. I fiori si inumidiscono di pietà ai suoi singhiozzi.

Una vecchia si agita nel letto, in una vecchia casa di Saint-Martin. Il cuore non la lascia dormire, perché batte forte; e le dice: Carluccio piange, Carluccio piange.