La catastrofe in minore o dello spaesamento: vivere il Covid-19 a Parigi

di Marilina Ciaco

Quando a fine febbraio ho deciso di salire sull’aereo che mi avrebbe portato da Malpensa a Charles De Gaulle non avrei mai immaginato, neppure assecondando i miei più foschi deliri distopici, la portata dell’emergenza sanitaria che di lì a poco ci avrebbe coinvolti.

Certo, che si stesse profilando qualcosa di poco chiaro lo si poteva facilmente intuire dalla Milano semideserta e prontamente munita del kit mascherina/amuchina che mi lasciavo alle spalle: il focolaio di Codogno, i casi che si moltiplicano a tempo di record, il paziente zero che assorbe ben presto le istanze teoriche dell’idealtipo weberiano («Il tipo ideale rappresenta un quadro concettuale il quale non è la realtà storica, e neppure la realtà “vera e propria”, ma tuttavia serve né più né meno come schema in cui la realtà deve essere sussunta come esempio; esso ha il significato di un puro concetto-limite ideale, a cui la realtà deve essere misurata e comparata, al fine di illustrare determinati elementi significativi del suo contenuto empirico»).

La prima ordinanza di chiusura di scuole e università – in una realtà parallela dove tutto questo non è mai accaduto avrei seguito un seminario intitolato Tornare schermi: dal corpo che fa ombra agli organi corporei che fanno display – e le notifiche di Google News e di Flipboard (alle quali tuttora non ricordo quando avrei acconsentito) con i titoli sempre più allarmati delle testate web – allarmismo, psicosi, complotto, dice qualcuno, tutto questo per un’influenza. Ho assistito alla altrettanto virale corsa ai rifornimenti alimentari all’Esselunga di via dei Missaglia in un pomeriggio domenicale troppo soleggiato per diventare un domani, nella memoria collettiva, la fotografia grottesca dell’inizio della fine. Grottesco è il banco della carne semivuoto sul quale giacciono superstiti proprio quelle merci dal packaging più colorato e dunque presumibilmente più appetibili: Alette di pollo arrosto Aia “Durango”, Kebab di pollo Aia “Keb’s”, Spiedini ricetta rustica Amadori pronti da cuocere. I polli, l’influenza aviaria comparsa a più riprese nei primi anni Duemila (H7N3, H5N2, H3N2, High Pathogenic Avian Influenza…), sarà una roba del genere mi dico, tanto terrore mediatico e flaconi di gel hydroalcoolique eppure eccoci qui, tardocapitalisti transumani sopravvissuti al primo ventennio. Trionfanti.

Sospetto già da allora che non si tratti propriamente di un’influenza eppure il rigor di logica mi fa pensare, a torto, che sia tutto sommato improbabile il verificarsi dello scenario à la Black Mirror che altri già prefigurano. Come spesso accade, preferisco non sbilanciarmi prima di aver fatto luce sulla questione. Dopo un paio di giorni di incertezze, ripensamenti, valigie riempite solo in parte e qualche telefonata senza risposta all’unità di crisi della Farnesina, mi convinco che la scelta più sensata e razionale sia quella di partire comunque, incominciare il mio periodo di ricerca in Sorbonne Nouvelle e archiviare fra gli scaffali della BnF e quelli della Librairie Philosophique Joseph Vrin le preoccupazioni tutte italiane, tanto inclini a pronosticare la tragedia imminente e quasi sadicamente compiaciute di fronte a una possibile estinzione di massa.

Anche Malpensa è meno trafficato del previsto, la fila al check-in scorre agevolmente, se non fosse per la foto della mia carta d’identità che si è scolorita lasciando intravvedere non più che lo spettro di qualcuno che deve aver avuto i capelli castano scuro («Questo è un problema, i francesi le faranno le pulci per questo, vediamo un po’…»). Dopo aver insomma raggiunto anche quel giorno il picco dell’ansia consentito, dopo gli ennesimi controlli e altre procrastinazioni, riesco a salire sul volo Easyjet delle 11.20.

La prima settimana a Parigi corrisponde senza dubbio alcuno alla fase di rimozione. Nonostante la pioggia torrenziale ad accogliermi (naturalmente sprovvista di ombrello) e la difficoltà cronica a orientarsi che l’utilizzo costante del gps argina a stento, l’arrivo a Parigi è letteralmente una ventata di aria fresca – forse troppo. Non mi disturbano neppure i primi giorni di isolamento preventivo (arrivo pur sempre dalla Lombardia) e anzi mi sorprendo dell’entusiasmo con il quale, dal monolocale in affitto in Rue Clisson, riparo il tubo di scarico della lavatrice e apprendo l’utilizzo dei fornelli a induzione in meno di ventiquattr’ore. Incomincio a seguire il mio programma dettagliato di passeggiate esplorative, da Nationale fino a Place de la Sorbonne risalendo Rue Mouffetard, mentre si alternano dense stratificazioni di memorie letterarie e vite immaginate, i luoghi iconici che conservano nonostante tutto una certa aura (il Jardin des Plantes, l’Opéra, Montparnasse) e quelli ormai trasformati più o meno inevitabilmente in qualcos’altro – la casa in cui ha vissuto Verlaine è ora un ristorante, i negozietti vintage si attengono sempre più spesso a quello che immaginiamo debba essere un negozietto vintage nell’economia della società dei consumi, le attività di somministrazione enogastronomica soverchiano per varietà ed estensione le librerie e i negozi di dischi, che pure resistono nel loro ammiccante fascino bohème.

La pratica della flânerie compulsiva tende a innescare una forma mediamente consapevole di bovarismo contemporaneo, per cui mi ritrovo di fronte agli oggetti che il mio sguardo intercetta a chiedere loro conto dell’aspettativa che in essi è stata investita a priori. Desidero che mi rendano ragione del loro essere-a-Parigi, e di riflesso del mio.

L’Italia è fuori. Per i primi giorni limito all’indispensabile la lettura dei notiziari, avverto l’esigenza impellente di disintossicarmi, presto e in fretta, dal bollettino di guerra in tempo reale che aveva scandito gli ultimi giorni milanesi come un rituale monocorde, asettico e scostante in tutti i suoi gesti, e che pure si è costretti a eseguire per qualche ignoto capriccio divino. I contatti con gli italiani sono però inevitabili. Quello che riesco a percepire da telefonate, messaggi e note vocali è un sotteso sempre meno eludibile di terrore, una paura che all’apparenza è priva di un oggetto definito, una metus, e si aggrappa di volta in volta ai fantasmi più o meno verosimili insufflati come palloncini a elio e poi fatti circolare nell’etere o in rete dai media: il numero dei contagi di oggi, i canali di trasmissione, i primi comuni in quarantena e le regioni a rischio. Se all’inizio si parla soltanto di Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, nell’arco di tre-quattro giorni i casi incominciano a distribuirsi sull’intero territorio nazionale.

Si parte intanto con gli impegni universitari, i francesi sorridono molto e concludono la maggior parte dei turni conversazionali con una battuta ironica o una risata, ah l’esprit!, niente strette di mano e distanza interpersonale (teorica) di un metro ma i bistrot e le brasserie sono ancora pieni, i mezzi pubblici sovraffollati, quando si nomina il virus – questa Gorgòne microscopica che irretisce noi mediterranei – il commento più frequente è ah oui, c’est un problème come lo si direbbe del traffico sulla tangenziale fra le 17 e le 19, di certo impiegando minor verve di quella profusa allorché l’argomento siano gli scioperi dei mesi scorsi. Ci si abbraccia, ci si bacia e si organizzano feste – durante il primo sabato sera parigino i vicini hanno organizzato, credo, una festa di compleanno, grazie alla quale ho avuto il privilegio di assistere a una miracolosa epifania uditiva, l’avanzamento della playlist che passa da Omen dei Prodigy a Felicità di Albano e Romina. La Lombardia viene decretata zona rossa con altre quattordici province, non si entra e non si esce se non per «gravi e indifferibili motivi personali», distanza interpersonale obbligatoria, tutto chiuso alle 18.

F. è a Milano e mi parla delle fermate della metropolitana deserte, degli adesivi sui pavimenti dei supermercati, e fortuna che siamo riusciti a comprare l’ultimo flacone di disinfettante perché ormai lo utilizza su tutte le superfici. Il nostro compito quotidiano, mio e di F., è di rendere le nostre vicende il meno romanzesche possibile, in netto contrasto con il bovarismo di cui sopra. Gli eventi sembrano tuttavia ostacolare in modo sistematico l’ahimè onesto proposito. Il coinquilino continua a uscire regolarmente, sta sottovalutando il problema, F. è preoccupato e adesso lo sono anch’io. Pochi giorni dopo il coinquilino lascerà la casa in meno di dieci minuti, gli lascerà le chiavi, dice per essere certo di riuscire a tornare nel suo paese, nella provincia lombarda. F. ha occupato così la stanza che avevo sgomberato giorni prima in zona Abbiategrasso, è un po’ più tranquillo, e io sono un po’ più tranquilla così, a saperci inspiegabilmente più vicini, guardiani solitari di case vuote.

Attraverso Place d’Italie, di fronte al centro commerciale Italie 2 una donna centrafricana con un kaftan striato blu cobalto e magenta sta declamando ad alta voce brani dal Nuovo Testamento: «Je suis le fils de l’homme….Je suis le fils de l’homme….», lo pronuncia prolungando “je” e “suis” e imprimendo alle altre quattro sillabe un lieve andamento giambico, in levare, e penso che sarebbe bellissimo parlare il francese così, scandendolo in questa prosodia ipnotica, quel francese che continuo a frequentare come una lingua prevalentemente scritta. Lo stato attuale del mio rapporto con la lingua francese ricalca per certi versi il rapporto tardo-infantile e adolescenziale che ho avuto con la lingua italiana: idolatria dello scritto, odio del parlato in quanto prassi. Estrema curiosità nei riguardi del lessico settoriale e della sintassi ipotattica, grande agio quando il campo del discorso è delimitato e specifico. Al contrario, seria difficoltà nell’instaurare una convivenza pacifica con la funzione fatica nelle sue molteplici declinazioni: presentazioni, luoghi comuni, pettegolezzi, quisquilia quotidiane, risposte automatiche. “Parlare è innaturale”. L’adultità è forse fare pace con lo small talk, e sono qui ad aspettare il raggiungimento della mia adultità francese.

La zona rossa si è estesa a tutta l’Italia. Si inaugura il periodo della quarantena collettiva, con gli spostamenti ridotti al minimo, le autocertificazioni, la chiusura generale di tutte le attività con pochissime indispensabili eccezioni, il “restiamo a casa”, con i casi che non cessano di diffondersi. Si apre per me la seconda fase, quella dell’elaborazione. I contatti con l’Italia mi rendono sempre più confusa. Sin dal secondo-terzo giorno di blindamento della penisola incomincio a osservare un insieme di reazioni diffuse e concatenate che vanno dalla sensazione di maggiore sicurezza personale all’insofferenza per la reclusione effettiva, da una rinnovata «solidarietà comune» all’esacerbazione della violenza verbale sui social nei riguardi di coloro che contravvengono alle regole suggerite o imposte o che semplicemente manifestano una visione più controversa dei fatti.

Dalla Basilicata, dove i casi sono una decina e il contagio sembrerebbe per il momento limitato, mi sono state restituite testimonianze e impressioni in tutto analoghe a quelle provenienti dalla Lombardia, la regione più colpita. La mia famiglia incomincia a chiedersi se sia il caso che io ritorni in Italia, mia madre prova a telefonare a un numero verde per sondare, anche più avanti, la possibilità di un rientro, le rispondono che la prassi è quella di rivolgersi a un’autorità, «un’autorità in generale», e io immagino questo mostro-panopticon che è al tempo stesso singolare e collettivo, personificazione allegorica del potere concentrazionario e di tutti gli apparati immaginabili, creatura chthulucenica che fonde l’idea stessa di autorità in uno sterminato manto di squame argentee, tanto argentee che vi ci si può specchiare, manto che cattura i volti di tutti e che pur appartenendo a un’entità vivente racchiude in sé la serenità coriacea dell’inorganico, la sua simmetria cristallina.

Mi rendo conto che non ritornerò in Italia a breve, forse ho smesso di chiedermi quando ritornerò, ma un dato è certo: la comunicazione interpersonale e mediatica prevede che la pandemia da Covid-19 sia l’argomento principale se non l’unico argomento possibile, sembra non esserci più il non c’è niente da dire perché sul coronavirus c’è sempre ancora da dire, nominarlo è l’atto di esorcismo collettivo al quale tutti sono chiamati a partecipare, confrontarsi sulle paure reciproche e sulle reciproche strategie di attraversamento della noia/paranoia è il solo modo che si ha a disposizione per fare fronte comune davanti a un nemico invisibile e finora imbattuto. Objects in the mirror are closer than they appear.

Sto vivendo tutto questo da una distanza che me ne consente soltanto una visione sfocata, una stilizzazione, così come coloro che si trovano nel mezzo della routine restrittiva subiscono forse le limitazioni di una presbiopia che rende tutto troppo vicino per essere vero, troppo distopico per essere accaduto realmente alla società occidentale del ventunesimo secolo. Mi è dato, per ora, soltanto immaginare le implicazioni che questo stravolgimento radicale del quotidiano ha comportato nelle vite di persone che sono parte integrante della mia vita ma che ora, fisicamente, sembrano essere slittate su un piano di realtà in parte sfasato rispetto a quello in cui mi trovo.

E a Parigi? Parigi ha perseverato nel suo ostentato laissez-faire, deminutio o che dir si voglia, almeno fino a giovedì sera, con l’atteso discorso di Emmanuel Macron che ha deliberato la chiusura delle scuole, alla quale poco dopo sarebbe seguita quella delle «attività non indispensabili» come ristoranti e negozi, ma senza rinunciare allo svolgimento delle elezioni municipali del 15 e del 22 marzo. Limitare le uscite e gli assembramenti di persone, evitare l’esposizione al contagio dei soggetti più a rischio, ma al momento la stabilità della routine individuale sembrerebbe grosso modo poco intaccata. Qualcosa nella percezione collettiva dell’emergenza da parte dei parigini continua a rendermi confusa. C’è chi dice che la Francia si trovi attualmente nella stessa congiuntura attraversata dall’Italia due settimane prima, altri (solitamente fonti francesi) ritengono improbabile che si raggiungano i numeri del contagio italiano, per via di evidenti differenze nella distribuzione dei casi e nella primissima gestione del fenomeno nella fase di gennaio, quando i titoli dei giornali parlavano soltanto di Wuhan. Ad oggi, 14 marzo, lo stato di allerta collettivo pare ancora blando quando non inesistente: le persone si riversano ancora nelle strade del centro, lungo i quais e alle stazioni della métro, ma anche nelle centinaia di spazi «non indispensabili» aperti per l’ultimo giorno. Qualche giorno fa ho comprato diversi libri alla Librairie Michéle Ignazi di Saint Paul. Fra questi c’è Lieu-Je di Roger Giroux pubblicato per Éric Pesty in una splendida collana dalla copertina grigio-rossa, cartonato ruvido grigio perla all’esterno e patinato rosso fuoco all’interno, mi piace che il colore attachante sia collocato nella piega, nascosto da un rivestimento neutro. Ho provato a tradurne in italiano i primi testi.

 

Un luogo chiuso, vasto, bianco, per la scrittura. Luogo d’opera: scrivere il Luogo-IO. Descrivere, qui, sarà la creazione stessa. Un luogo nello spazio: lo spazio stesso. Da dove IO fluttuo, annullato, negli interstizi del Luogo-dire. Da dove l’atto-IO, ascoltandosi, tocca il nome che non sarà mai pronunciato. Qui, cessa il divagare poiché ESSO qui viene trovato. Quanto si cerca qui è quanto si è atteso da sempre; e l’interno di questo luogo si apre sulla crepa da dove viene alla luce l’Introvabile.

(p.5)

 

Luogo-IO, luogo chiuso su una presenza che colui che scrive non concepisce che come futura – ma di un futuro inavvicinabile, incomprensibile. Inconcepibile, se non è al di fuori di questa matrice dalla quale già si è visto fare ritorno. Specchio insostenibile da dove lo spazio altro si spaventa, e il tempo cessa, come irretito da una fatalità originaria. Ma c’è una presenza che riempie il vuoto dello spazio in tutti i punti del LUOGO, e che abita l’assenza di quello. Questo impossibile-a-dirsi è anche QUI la chiarezza stessa, l’evidenza perfetta dalla quale non è dato fare ritorno. (Tale è di già il punto d’essere che tenta dolorosamente il pensiero, da tutta la distanza dell’essere fuori dal tempo. Assente e di QUELLA e di lei stessa, qui, quello non è che di trasparenza, ed IO, l’Assente, lì giace e mi impone la sua impossibile Presenza. […])

(p.7)

 

Suppongo si sia appena inaugurata per me la terza fase, quella della sospensione cosciente. Sospensione dell’incredulità paradossale nei confronti di un’iperrealtà infetta, sospensione analoga della volontà di immedesimazione di fronte a parole che collimano ma non coincidono con il mio presente di sradicamento involontario, fluttuazione, dispatrio. Consapevole di vivere in questo momento un trauma in minore se confrontato con quello dei miei connazionali, non posso che accogliere l’esperienza altrui, la parola riportata, in quanto testimonianza di un evento storico e sociologico epocale sulla quale meditare senza avanzare la pretesa di comprenderla appieno, dalla mia prospettiva di assente. È possibile che presto anche qui in Francia le circostanze mutino e muti di conseguenza la percezione che ne sto avendo. Fino a quel momento, ci unisce (tristemente) il comune sconcerto di fronte a «un futuro inavvicinabile, incomprensibile. Inconcepibile». O forse questo improvviso spaesamento, il mio scivolare nell’essere-luogo, non riguarda né l’Italia né la Francia, o riguarda entrambe, e spaesati, in misura diversa e variabile, lo siamo tutti.

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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  1 comment for “La catastrofe in minore o dello spaesamento: vivere il Covid-19 a Parigi

  1. Carlo Capone
    29 Marzo 2020 at 13:55

    Brava, un pezzo magnifico e dolente. L’uscita dall’Italia è come uscire da se stessi, guardarsi vivere, agire, ascoltare. E’ un Io senza tempo nè spazio, restituito alla sua funzione elettiva, pensare e essere.

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