Da Antartide

di Bruno Clocchiatti

1.

 

“Qui, fino a una trentina d’anni fa, pioveva sempre. Oggi la nebbia ha preso il posto della pioggia, e solo ora constato come si tratti di una nebbia tanto fitta ed impenetrabile che perfino un cittadino del DE (nel cosiddetto “caseggiato vecchio”) faticherebbe ad immaginarla, benché in fondo io riconosca a priori nella mia regione un luogo del tutto sfavorevole ed inospitale per lo spirito, e ciò senza nemmeno considerare catastrofiche condizioni atmosferiche complessive le quali, a mio avviso, incidono appena marginalmente sull’umore delle popolazioni indigene, tutte alla stessa maniera già gravate da un’indole per così dire malinconica, e infine tetra se non addirittura distruttiva, al punto che da tempo mi identifico con difficoltà nei costumi di tali genti o, più in generale, nell’atmosfera di un luogo il quale, secondo alcuni mentecatti, è vittima di un imprecisato genius loci in tutto e per tutto funesto: questo è il genere di idiozie che di recente mi ha reso quasi insonne, per notti e notti, in attesa di cambiare aria, come si usa dire, o di mutare radicalmente il paesaggio che mi sovrasta e che mi schiaccia, opprimendomi fino alla nausea e portandomi ogni volta ad un passo dalla nevrosi. Mai, come mi ripeto, ho lasciato che questa malattia, che questo pessimismo cosiddetto ambientale potesse prevalere sulla mia natura, una natura senz’altro schiva e diffidente ma non priva di slanci – come a volte addirittura tuo padre si è azzardato a riconoscere –, fino ad un punto tale in cui la mia indole (forse mansueta?, annoto) è giunta a prestare il fianco alle tue tipiche stravaganze dovute, tu stessa lo hai ribadito, ad una certa sindrome meteoropatica, o meglio ancora ad un imprecisato malanno del luogo, una definizione tanto arbitraria da farmi dubitare dell’esistenza stessa della patologia da te descritta, finché la suddetta nebbia, simile alla ghigliottina che incomba sul collo di un innocente querulo, è calata tanto fitta ed impenetrabile da giustificare i tuoi turbamenti e addirittura i tuoi accessi di rabbia; ecco allora che la malattia nervosa è divenuta in prima istanza una malattia del luogo, e in seguito anche un tratto saliente dei nostri tortuosi paesaggi, quasi una convenzione da dare in pasto al visitatore più disilluso per, in buona sostanza, foraggiare il suo disincanto. Non dubito, oramai, che sarei persino in grado di decantare ed infine di vendere al primo sprovveduto – mi dico – ciò che il paesaggio circostante ci presenta in forma di autentico prodigio della ripugnanza, simile ad una superficie pustolosa capace di produrre, nottetempo, dei funghi immangiabili o delle muffe non-curative (mi riferisco alla mia stanza attuale?), e via discorrendo potrei magnificare tutta questa teoria di miasmi e di estesa corruzione, un’accozzaglia di prodotti caseari stipati nel frigorifero e poi lì dimenticati a marcire, come se il padrone dei nostri paesi fosse partito per un viaggio inderogabile, dimenticandosi infine tanto della propria casa quanto dei propri affetti più cari. E il padrone al quale faccio riferimento, in questo caso specifico, è la nostra coscienza pregressa, un oggetto ormai tanto consunto ed irrancidito da ripugnare perfino gli stomaci di sasso dei nostri vicini, le stesse persone che hanno oltremodo rafforzato la mia decisione di isolarmi e di tacere, come già ti riferivo, cara Ornella, finché il rapporto di vicinanza – e la stessa considerazione si può estendere alla nostra relazione – si è tramutato in effetti in un rapporto di lontananza, invero dei più intransigenti, alla stessa maniera in cui la nebbia ha accentuato la separazione tra l’essere e l’oggetto, come mi dico ora, forzandomi in una certa misura a scrivere ciò che sto tentando di scrivere, nella mia stanza gelata, versando in un’apparente condizione di sconforto e di perdurante stasi. Ultimamente le passeggiate col mio cane, sempre più frequenti e sempre meno consapevoli, hanno assunto i connotati di un’autentica sfida ai banchi di nebbia; non di rado il mio cane ha perfino abbaiato ai banchi più fitti, ottenendone in cambio un’eco ovattata che ora pare rallentare il nostro passo, o addirittura arrestarlo, quasi a dar ragione a Parmenide o a convincermi che mai e poi mai riuscirò a percorrere l’infinità di punti che mi separa – così mi esprimo – dall’incoscienza strutturale, vale a dire da quella condizione di torpore e di abbandono che permette al pensiero di cambiare letteralmente sostanza, mi dico, senza assumere tuttavia una forma immediatamente comprensibile, al punto che le stesse parole che ho impresso sulla carta mi paiono ora un espediente propedeutico verso altri scopi, ancora non chiariti e che dovrò scoprire a tentoni, considerata la cecità della ragione, che solo adesso riconosco, nella quale la stesura della missiva mi ha finora precipitato. Riflettendoci a posteriori, ti espongo in breve la mia condizione presente: immagina me ed il mio cane smarriti nella nebbia, con in mente solo pensieri occasionali su ciò che non vediamo, e tali pensieri hanno brevissima durata e poi ripiombano nell’oblio. Ebbene, il nostro percorso insieme, cara Ornella, è stato simile all’immagine che ho appena descritto, con brusche deviazioni verso la nuda e specchiante realtà che ci ha danneggiato, come ora ravviso, più della costante suggestione nella quale i nostri animi abitualmente oziavano, naturalmente a nostro svantaggio e detrimento. E’ tuttavia evidente – e con ciò riprendo il ragionamento sospeso – come nessuno dei due, né tu né tantomeno io, abbia mai sognato alcunché durante i nostri anni insieme, semmai la nostra forzosa contiguità somigliava all’incubo dell’individuo che ha mangiato troppo e che si corica con la digestione in subbuglio, sperando in un sonno ristoratore che al contrario lo getta nel delirio, come se ogni dolore della pancia si tramutasse in un crampo dell’inconscio, o meglio del preconscio, rispondendo così ad un male fisico con un male essenzialmente psichico; ho l’impressione che, in noi due, tale malattia abbia valicato il confine del riposo e si sia insinuata nella veglia, simile ad un crampo della ragione, lasciandoci fiacchi ed indifferenti senza purtroppo, come mi dico ora, distendere i nostri nervi e di conseguenza portarci a quell’incoscienza strutturale (o, come la chiamo adesso, incoscienza costruttiva) alla quale, in un certo senso, il mio isolamento e il mio imposto silenzio aspirano sin dal principio della nostra separazione. Eppure sono perfettamente vigile e le fitte al collo non accennano a diminuire, rendendo di conseguenza ogni pensiero rancoroso, involuto e sterile, al punto che ciascuna riflessione mi appare come un passo indietro verso la nostra vita insieme, benché la scrivania e la carta da lettera macchiata siano testimoni della mia presenza, hic et nunc, nella stanza gelida, tra l’intonaco a chiazze, con in mano la stilografica che mi pare difettosa, che pare non voler scrivere altro se non ingiurie e lamenti in fondo solamente patetici. E in effetti – mi chiedo ora –, ti sto parlando o ti sto, di fatto, scrivendo? E’ un quesito ragionevole, e il dubbio permane: ricordo d’aver steso una decina di frasi, ma ora la mia testa è reclinata all’indietro e le braccia non possono raggiungere i fogli. Non ho tuttavia intenzione di muovermi, se non attraverso il ricordo di gesti precedenti, come le passeggiate col mio cane, tra la nebbia del paesaggio che è divenuta una nebbia del pensiero e infine una nebbia della memoria, al punto che potrei facilmente distorcere la sostanza dei nostri anni insieme, Ornella, confondendola col presente, ovvero con il nulla pressoché totale che il mio presente per forza di cose comporta, considerato come in fondo il mio nulla sia sempre stato foriero di miraggi e di atroci recriminazioni le quali, per numero ed intensità, hanno spesso sopravanzato la nuda realtà e i cosiddetti fatti, ammesso che tra noi due sia mai accaduto qualcosa di concreto. A volte ho perfino l’impressione di non averti mai toccata, simile al rivale che il mio cane sfida nella nebbia senza mai raggiungerlo, senza che il rivale appaia mai tra la caligine pur essendo il rivale un’entità presente, non certo una chimera o un vaneggiamento; ebbene, mi pare di non averti mai toccata e di stringere tra le mani solo la consistenza del mio pensiero, consistenza che va affievolendosi, e questa sciocca penna, che scrive inesattezze su tutto ciò che richiederebbe chiarezza, non mi è certo di aiuto. Vedo, simile al mio cane nella nebbia, un mucchio di persone assenti e di attimi rimossi ai quali, ad ogni passo nella foschia, si sostituiscono altre persone ed altri momenti, in una sequenza inafferrabile e priva d’ordine – se non addirittura priva di senso – alla quale rifiuto di dare retta, alla quale in sostanza non voglio soggiacere. E’ possibile che la mia lettera non significhi niente, per te come per tutti gli altri, eppure devo continuare a scrivere per liberarmi da questo crampo, in grado di paralizzare il pensiero e di pregiudicare la mia salute, fino a che i nervi mi daranno finalmente tregua. Ora sono troppo nervoso, e ci vedo poco, benché nei miei ricordi il cane stia tirando il guinzaglio, con una forza inusitata, verso tutte le direzioni sbagliate, verso tutti i sentieri interrotti che un tempo ho tanto amato e che adesso mi ripugnano; ho cercato di abolire ogni direzione finché l’assenza di direzioni mi ha esasperato: non mi sento ancora a casa (eppure devo trovare casa) e tuttavia, una volta che la mia testa si sarà rasserenata, non escludo di voler di nuovo scompaginare le mie carte per perdermi in recenti e più proficue speculazioni, senza una meta precisa o un rifugio sicuro, in un eterno ritorno simile alle nostre passeggiate nella nebbia, col cane o in tua compagnia, cara Ornella, finché ogni percorso sarà cancellato per sempre dal percorso seguente. E’ possibile, in ultima analisi, che questa mia lettera rappresenti la sola possibilità concreta di lasciare una traccia e, pertanto, di risvegliare una memoria che si è fatta via via sempre più lacunosa. Prenderò appunti su questi pensieri i quali, al momento, risultano simili ad un delirio strutturato, e non escludo che da qui in avanti tale delirio perda proprio la suddetta struttura, e si infittisca come la nebbia, spingendomi ad abbaiare nella tua direzione, senza tuttavia sapere dove tu sia. Considera queste mie riflessioni come un primo passo verso un’oscurità più densa, che difficilmente riuscirai a penetrare”.

 

  3 comments for “Da Antartide

  1. giorgio mascitelli
    30 Marzo 2020 at 15:14

    Il pregio maggiore di questa scrittura è la sua natura stereofonica, si potrebbe dire: ossia racconta ciò che deve raccontare e nel contempo si interroga sul senso e sulla natura di questo raccontare

  2. Michel Boelt-Colombo
    31 Marzo 2020 at 11:34

    Sono stupito! Riflessioni e padronanza della scrittura assolutamente meritevoli inoltre ho avuto modo di identificarmi nei contenuti. Mi rendo conto che le sofferenza è l’ultimo ponte per mantenerci in contatto con la persona amata, “Persa”, ma non siamo in grado di accorgerci durante la separazione. Quando la sofferenza cessa la persona amata è irrimediabilmente persa, sembra perso anche il significato della relazione, la sofferenza ci cambia e di conseguenza necessitiamo di nuovi significati, il significato della relazione appartiene ad un altra persona, ciò che eravamo, “Quando eravamo un altra persona”. Un bellissimo romanzo nel quale l’autrice, disperata, racconta il suo lutto (non importa se si tratti di morte o separazione, entrambe sono lutti), è “Breve come un sospiro” di Anne Philipe. Non ricordo il mio dolore nei momenti di grande sconforto mentre ricordo la grande fertilità di essi. Nel testo leggo dei segnali di rinnovamento e di fertilità quali: “Espediente propedeutico verso altri scopi”, “Incoscienza costruttiva”, oltre la nebbia c’è qualche cosa di importante, fidiamoci come ci fidiamo del nostro cane che simboleggia la fiducia e la fedeltà a noi stessi. Ringrazio l’autore! Michel.

  3. Bruno Clocchiatti
    31 Marzo 2020 at 18:57

    Grazie a Giorgio e a Michel per i gentili commenti.

    Bruno

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