L’alba reclusa

di Roberto Antolini

Saranno le 6 quando l’alba inizia a filtrare attraverso lo spiraglio fra le imposte, che ieri sera ho apposta lasciato socchiuse, per essere svegliato alle prime luci. Mia moglie dorme, e dorme, e dormirà beatamente fin chissà quando: l’emergenza Covid19, con la reclusione in casa, le ha tolto ogni pudore al riguardo.
Io qualche problema con la mia educazione protestante ce l’ho. Quand’è alba, io mi alzo. Ricordo mio padre che raccontava del nonno che nelle fredde albe trentine di primo Novecento passava nelle camere degli 11 figli a strappar via le coperte. Mio padre, lui uomo moderno, non lo ha mai fatto, praticamente. Ma insomma, la cosa ce l’ha insinuata int’a capa, anche se con altri mezzi: “a questo mondo non si viene per poltrire, ma per darsi da fare, ecc.” Anche se obiettivamente, in queste circostanze, risulta problematico. Siamo reclusi in casa, Conte tuona, in ogni telegiornale – non ce ne perdiamo uno questi giorni – contro chi c’ha ‘ste fisime di uscire. S’è incazzato pure con la disposizione che tollerava i genitori accompagnanti i pargoli ad un’ora d’aria. Nichts, nisba, niente ora d’aria per i pargoli: che guardino Raiplay cartoons. Verranno tempi migliori anche per loro, se non diventano rachitici prima.
Io ho avuto resistenze quasi psicosomatiche: depressioni, melanconie, ire. Proprio adesso che abbiamo le montagne fuori dalla finestra … ed un faggeto proprio davanti al portoncino d’ingresso del condominio… Poi una volta mi hanno fermato i carabinieri: favorisca i documenti. E l’autorizzazione per gli spostamenti? Ma quale spostamento, sto andando a ritirare contante al bancomat più vicino, nella frazione qui da presso, sarà km 1! Ma anche loro Nichts, nisba, bastano e avanzano i bancomat. Ma quali bancomat! Proprio ieri sono andato dal giornalaio – l’acquisto dei giornali è autorizzato, eh! – a ricaricare il cellulare, e ho dovuto cacciare il contante, altro che bancomat. Ma loro sempre irremovibili, niente, sembrava una barzelletta sui carabbinieri. Sono dovuto ritornare alla base a tasche vuote. Per acquistare i quotidiani ho dovuto provvedere ad accedere ad un mutuo presso mia moglie, che ha ancora contante (beh, in fondo, poi il giornale lo legge anche lei, una volta svegliata).
Alzo il termostato dell’appartamento rimasto sotto i venti gradi per la notte, e guardo fuori, la montagna davanti, che incombe sullo sfondo, sopra il basso tetto del caseificio. Incombe nell’ombra azzurra ancora universale, ma un leggero chiarore guizza appena appena nell’aria. Dall’altra parte dell’orizzonta si sta alzando il sole, non arrivano ancora raggi diretti, ma il dorsale montano mosso e ondulato, che termina a nord con una punta di roccia, comincia a rivelare le sue forme. Nell’ombra azzurra brilla solo l’insegna al neon dell’Hotel a tre stelle, chiuso pure lui, sprangato e con i carabinieri che gli gironzolano intorno, ma con l’insegna luminescente (praticamente uno spreco). Ma man mano che la luce si spande lei – l’insegna luminosa – sbiadisce. Poi cominciano ad arrivare i primi raggi diretti su in cima, proprio sulla linea del displuvio montano, che fanno brillare la neve rimasta lassù a far da confine con la sottostante (dall’altra parte) valle dell’Adige, ove scivola indisturbato il mondo economico essenziale. Pur ora eh! Sull’autostrada del Brennero scorre a fianco dell’Adige un flusso ininterrotto di TIR, dal Mediterraneo alla Mitteleuropa e viceversa. Al di là del crinale qui di fronte. E noi qui – minchia – che non possiamo manco muoverci da casa. Manco!
Ora che s’è acceso il giorno arriva una autobotte al caseificio di fronte, di manovre “essenziali” ce ne stanno anche qui d’attorno, dunque. E io, io che non sono per nulla essenziale, mo che faccio? Sì, poi c’è da continuare l’Asor Rosa del Bilancio di un secolo, ma quello è l’impegno di lettura della giornata, della giornata piena, ma ora? Adesso? Tanto per iniziare adeguatamente, per dare un senso al risveglio, all’avvio. Controllo le agenzie di stampa e leggo del disastro sul portale dell’INPS, che ha fatto impazzire chi doveva registrarsi per richiedere gli ammortizzatori sociali. Penso subito alla nipotina a partita IVA rimasta a Milano, i cui lavori si sono tutti dileguati in un battibaleno, e la messaggio per chiedere come va. «Ciao zio – mi risponde – è stata una giornataccia ma alle 23 di ieri sera ci sono riuscita a registrarmi. Marco invece era riuscito già nel primo pomeriggio». Meno male, dai, è già qualcosa, è la prima volta che si predispone una simil-cassa integrazione anche per lavoratori precari (certo, Conte, che figura! Così vede ad aver cassato Boeri ed averci messo Tridico).
Una pagina WEB di news mi dà un’idea per la doccia: «Un paio di ramoscelli di eucalipto legati con dello spago dove poggia il sifone per la doccia, ci regaleranno un momento di vero relax e ci aiuteranno a prevenire numerosi malanni!». Sì, eucalipto, e qui dove vado a raccattarlo? Mica siamo in Etiopia.
Vabbè mi farò una doccia normale, con lo shampoo, come cantava Gaber

«Una brutta giornata
chiuso in casa a pensare
una vita sprecata
non c’è niente da fare
non c’è via di scampo
mah, quasi quasi mi faccio uno shampoo»

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.