Il grande vuoto. «L’isola delle madri» di Maria Rosa Cutrufelli

di Daniele Comberiati

Vi è una linea lunga e spessa – anche se tortuosa e non sempre diretta – che unisce L’isola delle madri di Maria Rosa Cutrufelli ad altre narrazioni contemporanee femminili (o femministe, come le ha definite Silvia Contarini su queste stesse pagine) di fantascienza. Il gambo più visibile, certamente, rimane The Handmaid’s Tales di Margaret Atwood, per le riflessioni sulla maternità e per aver utilizzato nei suoi testi (penso anche al recente I testamenti) solo eventi contro le donne che realmente erano accaduti o e leggi che erano state promulgate. Ma il romanzo di Cutrufelli si situa in una costellazione molto più ampia, che attraversa Ragazze elettriche di Naomi Alderman, un ripensamento sul modello di potere patriarcale e su come esso possa ripetersi e duplicarsi in contesti apparentemente diversi, tocca Amatka di Karin Tidbeck, dove è la sorellanza fra donne e un nuovo modello educativo a mettere in crisi il rigido mondo delle “colonie” in cui il linguaggio è obbligato e codificato, per incrociare tangenzialmente, in gradi e livelli diversi, altre narrazioni distopiche e fantascientifiche italiane. Il mondo “a posteriori” descritto da Cutrufelli propone lo stesso cortocircuito tra presente e futuro raccontato da Violetta Bellocchio in La festa nera, laddove questo futuro è già, di fatto, il nostro presente e la distopia perde il suo afflato divinatorio per diventare strumento di conoscenza e critica politica del reale. Ma L’isola delle madri dialoga anche con Sirene di Laura Pugno, con alcune narrazioni di Nicoletta Vallorani, di Daniela Piegai e di Luce D’Eramo. Non è forse importante che questi legami siano diretti, che l’autrice rientri volontariamente in questa linea, quanto che tale nebulosa di testi crei oggi per il lettore e la lettrice un circuito dialogante in cui determinate tematiche – ecocritica, femminismo, postumanesimo – vengono sviluppate, si incrociano e si sovrappongono. In Italian Science Fiction. The Other in Literature and Film (Palgrave Macmillan 2019) e successivamente in Ideologia e rappresentazione. Percorsi attraverso la fantascienza italiana (Mimesis 2020), scritti entrambi con Simone Brioni, abbiamo ragionato proprio sulla presenza delle scrittrici nelle narrazioni fantascientifiche italiane, riprendendo alcune riflessioni di Rosi Braidotti sull’importanza dei generi letterari cosiddetti “minori”, che proprio perché non entrati a pieno titolo nel canone permettono a volte, grazie alla distanza e all’opposizione nei confronti del “centro”, una visione diversa, più critica e originale, della pratica letteraria e politica.

Altri due riferimenti importanti soggiacciono al testo. Il primo è legato al padre dell’autrice, chimico che già negli anni Sessanta studiava gli effetti dell’inquinamento sugli animali, le acque e l’ambiente. Il secondo è il saggio dell’americana Rachel Carson, che nel 1962 scrisse Primavera silenziosa (tradotto in italiano l’anno successivo per Feltrinelli): il libro di Carson, che partendo dalla diminuzione dei canti degli uccelli nei campi in primavera analizzava gli effetti del DDT e dei fitofarmaci sull’uomo e sull’ambiente, si proponeva come un manifesto ambientalista ante-litteram, scritto da una donna, anticipando alcune tematiche che saranno poi riprese dall’ecocritica e dall’ecofemminismo recenti. Anche il titolo del primo capitolo del romanzo, Uno strano silenzio, si lega all’idea iniziale del saggio di Carson.

D’altra parte nel romanzo di Cutrufelli questione di genere e questione ambientale sono strettamente legate: a partire da reali dati scientifici analizzati a monte, l’autrice immagina che il tasso di fertilità mondiale subisca un rallentamento particolarmente rapido. L’epoca del “grande vuoto”, causato dall’inquinamento e dal riscaldamento climatico, rende le nascite molto difficili e modifica completamente il concetto di maternità. Risulta indicativo l’impiego dell’espressione “grande vuoto” per indicare il calo delle nascite alla quale Cutrufelli fa riferimento: nel romanzo vi è un gioco apparente di rovesci. Laddove la sovrappopolazione sembra da decenni essere uno dei maggiori problemi da affrontare – nel presente come nel futuro prossimo – in L’isola delle madri ci troviamo a riflettere sul calo di natalità e sullo spopolamento. Il troppo “pieno” del nostro presente si trasforma improvvisamente in un vuoto – e non è detto, alla luce delle fonti citate dall’autrice nella postfazione, che non possa essere questo uno dei nostri futuri possibili – che ci fornisce almeno la possibilità di riempirlo con contenuti e forme diverse.

Le conseguenze dell’inquinamento hanno quindi effetti diretti sul corpo delle donne, modificando per sempre l’ambiente esterno in cui viviamo, ma anche i legami delle nostre società. Cutrufelli delinea un mondo in cui in pochi anni (poco più di due decenni) abbiamo perso diritti che ci sembravano ovvi: la possibilità di spostarci senza controlli e documenti, di scegliere il luogo in cui vivere, di decidere quando, se e come avere figli. Il mondo fisico intorno a noi è già cambiato: la “fanghiglia giallastra, […] melma che ribolle di moscerini e appesta l’aria” che funge da sfondo acido intorno alla clinica BioCompany e che ha sostituito il lago ricorda la famosa “palta” che avvolgeva gli oggetti nella San Francisco futuristica di Do Androids Dream of Electric Sheep? di Philip K. Dick. In entrambe le narrazioni (ma anche in Amatka di Karin Tidbeck gli oggetti appaiono solforosi e sfuggenti) il mondo del futuro appare ricoperto, come oscurato da una patina che ci impedisce di osservarne le fattezze naturali, o meglio: che si propone come nuova “naturalità”.

La questione ambientale enfatizza dunque le disparità già presenti nella società: la condizione di migranti e rifugiati, le relazioni di genere, quelle di classe. Le conseguenze del “grande vuoto” fungono da detonatore: creano il mondo del futuro immaginato e descritto dall’autrice, ma al tempo stesso scavano in profondità nelle contraddizioni del nostro presente. Le intersezioni di classe, genere e provenienza geografica esplodono in un mondo sicuramente ingiusto, ma non più ingiusto di quello attuale. E i riferimenti all’attualità nel romanzo sono numerosi, a partire dai dettagli e dagli indizi disseminati lungo l’arco della narrazione riguardanti un noto processo contro una grande impresa multinazionale, di cui tacciamo qui il nome per rispettare la volontà dell’autrice espressa nella Piccola nota a margine finale e per il carattere generale della descrizione, che prende spunto dallo scandalo realmente esistito per proporre una riflessione più ampia.

L’epoca del “grande vuoto” viene in principio contrastata dalla scienza. In quest’isola del Mediterraneo – una trasfigurazione della Sicilia – una clinica di riproduzione, la BioCompany (nel cui nome ambiguo sembra di rivedere l’OrganInc Farm descritta in Oryx and Crake da Margaret Atwood) prova a gestire l’enorme problema del calo della fertilità. Questa “isola delle madri” porta l’autrice a riflessioni interessanti e complesse su temi di stretta attualità nella nostra società: il ruolo etico della scienza, il controllo delle nascite, la relazione e il conflitto fra “naturale” e “artificiale”, una nuova e più sfumata concezione di maternità e paternità. A prima vista la BioCompany appare come un’immensa attività coercitiva, dove tutto è organizzato e regolato: il desiderio e la necessità di concepire, le relazioni fra spazio privato e pubblico, perfino l’appartenenza al e del proprio corpo. Ma è fra le pieghe di questo futuro distopico che Cutrufelli inserisce le parti più toccanti e intime della sua narrazione: le quattro protagoniste del romanzo (Sara, Kateryna, Livia e Mariama), tutte con ruoli, prospettive e aspettative differenti nell’isola delle madri, iniziano pazientemente a tracciare una possibilità di futuro diverso per loro stesse e per l’umanità tutta. Le contraddizioni della BioCompany – il controllo scientifico e militare per salvaguardare e proteggere la specie, in un processo inquietantemente simile a quello in cui assistiamo in questo delirante fine inverno inizio primavera 2020 in diverse parti del mondo – possono essere superate e oltrepassate da qualcosa di nuovo e al tempo stesso antichissimo. Le capacità di relazione, accoglienza, empatia delle protagoniste saranno il fulcro sul quale si potrà basare una nuova idea di società. Decisive potrebbero rivelarsi le loro volontà e possibilità di immaginare un mondo altro e nuove situazioni in cui rimettere in gioco le nozioni di maternità e paternità, chiamate a ripensarsi, nel romanzo come nel nostro presente.

Il “grande vuoto”, forse, si può riempire di contenuti nuovi e di modalità alternative per costruirli. Per farlo, però, solo la relazione fra interno ed esterno, lascia intendere Cutrufelli, può aiutarci a ricostruire un immaginario ricco e fervido dal quale nuove forme di pensiero prenderanno vita.

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silvia contarini
silvia contarini
Vivo a Parigi e insegno all’Université Paris Nanterre. Ho pubblicato, anni fa, testi teatrali, racconti, romanzi (l’ultimo: I veri delinquenti, Fazi, 2005). Ho tradotto dal francese saggi e romanzi. In ambito accademico mi occupo di avanguardie/neoavanguardie, letteratura italiana ipercontemporanea, studi femminili e di genere, studi postcoloniali e della migrazione (ultima monografia: Scrivere al tempo della globalizzazione. Narrativa italiana dei primi anni Duemila, Cesati, 2019). Dirigo la rivista Narrativa (http://presses.parisnanterre.fr/?page_id=1301). Leggo i testi che ricevo via Nazione Indiana; se mi piacciono e intendo pubblicarli contatto l’autore, altrimenti no. Non me ne vogliate.
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