Pandemia: lo stato dell’arte

Per Alfonso Benadduce. Il passo oscuro

di

Giuseppe Cerrone

 

Sarà il nero a dare il senso della tragedia.

Ecco il colore che amerete, raggiungerete, meriterete.

Il colore che bisognerà guadagnare.

Jean Genet

 

Si creeranno in sostanza degli uomini senza memoria;

uomini in continua estasi violenta, in partenza sempre da un punto-zero.

Giuseppe (Pinot) Gallizio

 

 

foto di scena: Mauro Milanese

 

 

Ho visto Passo Oscuro nel 2019 al Teatro Mercadante di Napoli. Tornato a casa ne ho scritto, ostaggio di una violenta scossa che ho cercato di tradurre in discorso. La meraviglia, lo stupore si riversarono in appunti frenetici che il tempo ha delimitato e strutturato. Quanto segue è il tentativo di dire della ‘sostanza’ Alfonso Benadduce, al di là dell’inesorabile fluire fenomenico. Ecco, se vi è altezza nella quarantena, essa risiede, credo, nel crollo dell’attuale, il cui volto irriconoscibile sembra essere quello della stasi, della cenere dopo gli ultimi fuochi. Autore, attore, pittore, Alfonso Benadduce opera enunciazioni senza enunciati, sospensioni. In teatro come in pittura si leva in ondate sediziose, sulfuree, in vapori malarici che ci spingono altrove. Da segnalare Libercolo dell’onta, finalista al premio Viareggio 2006 e Agogno la gogna, film sperimentale, finalista al premio Riccione TTV 2008. Espone i suoi dipinti in Italia e all’estero.

 

 

 

La notte dei mistici è l’ultimo passo prima del nulla. Chi osa tanto giunge dove non c’è consolazione. È forse la grande notte quella di Alfonso Benadduce. Con Passo oscuro ha conquistato il sacro regno dell’ignoranza. Dove si conduce con la Nona di Bruckner, dove ci porta? Al buio della danza. Una danza che avanza nell’interdizione dei sentieri, che si fa continuum inaccessibile e arresto. La misura del fare e del non fare è colma, Benadduce la soppianta. E giunto a danzare offre combustioni tonificanti – un teatro che colpisce il sistema nervoso e va oltre, nel vuoto della notte, in un respiro ultimo che potrebbe essere l’assunto di ogni santo: andare è donarsi. Benadduce come Cassandra, non creduto, malvisto, incede noncurante in una danza che è esercizio della fine e spasmo. Marcia sul posto. Dedizione persino. Presa del mistero fin dentro la cecità. Passo che si accalca al passo e insegue ciò che non procede. Non vi sono orizzonti, non vi sono paesaggi. Solo lampi di colore che un messo, dalla consistenza di ectoplasma, attraversa da un indistinto all’altro. Nessuna traccia dell’uomo, nessuna persona, piuttosto detonazioni, rombo della fine. L’animale indomabile si fa follia-sensazione, elettricità, ebrezza. E quando affiora un microfono, egli lo elude, sconfessando l’altissima caduta delle parole di cui da sempre è mago. Il mito greco bacia il Butoh, le fughe di Rothko abbracciano Decroux, la musica danza con la dépense e Anton Bruckner accompagna l’acrobata che si destreggia sulla soglia. Avanguardia è inversione, sconvolgimento. Benadduce, ascetico flâneur, si stacca inarrivabile: ha cime inafferrabili da avvinghiare.

Dal canto di Nietzsche alla danza di Genet. Tramontata la parola, è nel passo oscuro – colpo che scuote il mistero e lo espugna – che il teatro abita la notte. Danzare è sapere interamente l’inconosciuto. Dissolversi col dissolversi di ogni legge. Processo che odora di morte e respira. Giravolte, cadute, false piste, nella danza esausta di Alfonso Benadduce che tormenta la stasi e la percuote, fino a cancellare l’impulso alla misericordia. Quando, sul suono martellante e terrificante dello scherzo, siede inappuntabile sull’apocalisse. Nessun pensiero, nemmeno un resto. Solo potenza che si scatena in preversi che non conoscono contegno, qualcosa per cui Benadduce non sa di argini e Bruckner con lui. Siamo di là da Wagner. La fine degli istanti è per i pochissimi che si disfano di ogni traccia, smemorati, abbattuti, atterriti, eppure eroi. Benadduce è tra loro, con il piede che misura l’inutile, le movenze che riformula e che dissipa. Non ha bisogno di vestire Sigfrido. Ha Bruckner e tanto basta per condurci all’inesprimibile, affrontando la scena, là fuori, dove lui è, come il funambolo la corda. Infine, sul quarto movimento appena abbozzato da Bruckner, una delle innumerevoli ultime apparizioni, danza imperterrita come se il sipario non si fosse mai aperto.

 

Immaginate una scacchiera senza pedoni, attraversata da una regina cieca e perduta. Provate a pensarla, a desiderarla persino. Allora la partita non avrà inizio, non ci sarà epilogo. La sorte dovuta alle cose che si distinguono. Onde senza mare tra siccità perenni. Il miracolo è compiuto.

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux