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Aspetta Primavera, Mancini

di Laura Mancini


There will be time to murder and create,
And time for all the works and days of hands
That lift and drop a question on your plate;
Time for you and time for me,
And time yet for a hundred indecisions,
And for a hundred visions and revisions,
Before the taking of a toast and tea.

T.S. Eliot

Lei è in fila? Da trenta, trentacinque anni, la nostra risposta è sì. Chi è l’ultimo? Noi, la generazione dell’attesa. Scendete alla prossima? No, finché i nostri progetti resteranno irrealizzati, i sogni inesauditi, i risultati mancati, continueremo a fare solo ciò che ci riesce meglio: aspettare.

Circa un decennio fa, poco dopo la laurea, mi sono trasferita in un quartiere residenziale di Roma sud. A differenza della zona nella quale si trovava, l’appartamento vantava una sua borghese eleganza: ampia metratura, parquet, due bagni, controsoffitti, materiali di pregio, e un’inutile ma scenografica libreria scorrevole. Il pezzo forte della casa era il giardino che colorava di menta ogni affaccio. Non era mio merito tutta quella sofisticazione. I miei amici vivevano come me in case di famiglia, o con una folla di coinquilini, in attesa di potersi permettere l’affitto intero, o dai genitori, in attesa di mischiarsi a una folla di coinquilini.

Al mattino, affacciandomi, giuravo: oggi abiterò questo giardino. All’epoca scrivevo libri sotto pseudonimo come un robotino, gli occhi fissi sullo schermo, i muscoli delle braccia tesi, sparando pensieri come un irrigatore a battente. Ero veloce, ma non velocissima come oggi che quando voglio impressionare qualcuno gli ordino di dettarmi una frase, chiudo gli occhi e la digito alla massima velocità, non un segno rosso su word, zero refusi. La persona sfidata non mostra mai particolare meraviglia.

Le mattine crollavano su pomeriggi che scivolavano in tramonti. Solo allora, ricordando la promessa del giardino, correvo a sdraiarmi sul prato col libro in mano. Dieci, dodici minuti, fino a sentirmi osservata, infreddolita e smaniosa di chiamare su Skype il mio ragazzo, quasi in pausa pranzo, nella sua vita di nove ore prima sulla West Coast.

Non so che pensassi di quel limbo – avere venticinque anni e aspettare di crescere per ottenere rispetto, arrangiarmi di giorno in giorno e aspettare la sera per divertirmi, scrivere e-mail al mio ragazzo e aspettare che tornasse per accoglierlo, chiedere all’amministrazione se il mio cocopro fosse rinnovabile e aspettare una conferma per rassegnarmi – ma ciò che mi è emotivamente chiaro, ciò che stavo davvero aspettando, era il debutto nell’astrazione della vita adulta. O, più genericamente, la fine del secolo breve ma lungo per noi, l’inaugurazione del millennio che, lontano da chi si indignava e chi occupava o da primavere migliori di quella che impollinava il mio prato, si presentava meno rivoluzionario del previsto. La sera, chiudendo gli occhi, sognavo che il ronzio del raccordo fosse risacca.

I miei amici venivano la domenica a pranzo sfidando la rotatoria della morte in bici, portavano torte e bottiglie, restavano fino a sera. Proiettavamo i film di Haneke, poi uscivamo per stirare al massimo il fine-settimana. Dimostravamo vent’anni come ora ne dimostriamo trenta: aspettare ringiovanisce. Non facevamo tardi, il giorno dopo ci aspettavano il lavoro, il concorso, il cv, l’ultimo, ultimissimo esame. A volte, chiusa la porta alle spalle, riempivo la vasca per concedermi un classico della solitudine, e della sera, e della periferia, e della malinconia, e dell’attesa. Ascoltavo Squarepusher, leggevo la Ortese e pensavo: ma sì, qualcosa succederà.

Il prato, infestato di erbacce nodose dagli ingannevoli fiori gialli, mi arrivava alle ginocchia, le lumache strisciavano col loro tipico atteggiamento indolente su frutti marci, la gatta gravida attendeva il momento sotto le cicas. Una volta, a una festa sul terrazzo di un editor, una ragazza dall’aria afflitta mi spiegò che il mio era un giardino all’inglese, volutamenteselvaggio, e che una convivenza spontanea con la natura era più interessante della pretesa di addomesticarla. Il giorno dopo valutai l’erba alta, indossai un accappatoio fingendo fosse una vestaglia e misi su un tè che macchiai, sentendomi cento per cento british.

L’attesa fu interrotta dall’inizio di un lavoro meno precario e dal ritorno del mio ragazzo, a borsa scaduta. Si trasferì da me lasciando i libri dai suoi: conveniva aspettare la casa definitiva. Una volta al mese, quando tagliava il prato, la tensione tra di noi saliva alle stelle, ma ne valeva la pena. Sul prato tosato di fresco davamo feste per chi partiva, tornava, firmava, mollava, vinceva, si laureava, addottorava, specializzava.

Qualcosa stava per succedere, qualcos’altro. Il 12 novembre 2011, nell’anno del decimo anniversario delle Torri Gemelle e di Genova, Berlusconi pose fine al suo quarto mandato e a diciassette anni di protagonismo politico. Nei centri sociali risuonavano le uniche parole che ritenessimo possibile ascoltare e pronunciare a nostra volta. L’acqua era ancora pubblica. Non eravamo più universitari, ma giovani precari né choosy né hungry né foolish, pieni di dubbi, eppure convinti che in un modo o nell’altro, qui o altrove, ce l’avremmo fatta.

Lo scorso undici marzo ho pubblicato il mio primo romanzo, il giorno dopo tutte le librerie sono state chiuse. Avevo trascorso i quindici mesi precedenti a emozionarmi, limare il testo e chiedermi come sarebbe stato parlarne o sentirne parlare. Un’attesa attiva. Ho iniziato a lavorarci nel 2015, a metà strada tra quel prato indomabile e questi tetti silenziosi. Aspetto ancora, qualcos’altro, qualcosa. Spio la primavera con la solita diffidenza – non taglierò quel prato, non concimerò quel fiore impronunciabile – e mi stupisce nessuno colga il senso di ciclica transizione sotteso a tutta questa manfrina di moscerini e pappagalli fuori contesto. Quest’esperienza sinistra, tra la piatta invernale e l’edonismo estivo.

Tra dieci anni dovremo assumerci spiacevoli responsabilità, avremo determinato la fortuna o miseria della generazione successiva senza averle trasmesso visioni sessantottine né case. I più fortunati dei discendenti attingeranno un’eredità inerziale dai rami alti dell’albero genealogico, gli altri dovranno cavarsela. La pensione, certezza per i nostri, chimera per noi, sarà necropoli per loro: si affanneranno per l’affitto e non per l’affitto e i piaceri, che noi abbiamo fatto in tempo a conoscere. Ma finché la generazione né consolata dalle certezze del secolo scorso né benedetta da un dna tecno-internazionale sarà la nostra, continueremo a coltivare la rabbia in pubblico e l’attesa in privato.

L’albero che amavo sopra ogni altro era il melograno. Ne strappavo i frutti con impazienza, avvitandoli su sé stessi fino allo sfilacciamento del picciolo. Tagliavo la buccia gommosa ed estraevo i chicchi. Non avevano il bel colore vermiglio e la succosa dolcezza che avrei sperato, ma un aspetto stitico e lattiginoso. Me li sentivo esplodere sotto i denti, irradiare aciduli il palato e la gola. Gli occhi, irritati, mi si riempivano di lacrime e di quel cielo tagliato da antenne. Ancora una volta, avrei dovuto aspettare di più.

Immagine di Daniel Nebreda from Pixabay

2 Commenti

  1. Laura ti leggo dal Brasile, delicata testimonianza. Ho appena comprato il tuo libro formato Kindle perché sarebbe impossibile farti arrivare in Brasile in questi tempi. Non vedo l’ora di iniziarlo. Magari ti traduciamo in portoghese brasiliano!

  2. Una riflessione colma di rassegnazione e rabbia repressa per una gioventù impossibilitata a esprimersi pienamente, privata della possibilità di realizzare i propri sogni; con l’amarezza lucida e lungimirante di chi sa che, per la propria generazione, gli ammortizzatori sociali più importanti — i patrimoni dei genitori e dei nonni i quali, nonostante gli umili lavori svolti, erano riusciti a mantenere una famiglia numerosa, possedere una casa e mettere da parte dei risparmi — si saranno esauriti quando ne avrà più bisogno.

    Ho apprezzato molto lo stile narrativo dell’autrice, penso che mi informerò sulle sue opere; ma ancor di più mi ha colpito questo brano: «Ero veloce, ma non velocissima come oggi che quando voglio impressionare qualcuno gli ordino di dettarmi una frase, chiudo gli occhi e la digito alla massima velocità, non un segno rosso su word, zero refusi. La persona sfidata non mostra mai particolare meraviglia»: da aspirante scrittore trovo fenomenale e impressionante questa incredibile capacità.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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