Le anime dei ragazzi a Napoli #2: un colloquio con Giulia Sagliocco

di Mario Schiavone

Quanti grammi pesa il cuore di un ragazzo di strada a Napoli? mi sono chiesto nel primo articolo di questo nascente confronto con alcuni esperti del tema della criminalità adolescenziale a Napol.

Un interrogativo indispensabile, per riflettere sulle dinamiche che hanno creato momenti fatali come l’uccisione del giovanissimo Davide Bifolco nel settembre 2014 al Rione Traiano a Napoli e la morte di Ugo Russo, un ragazzo di appena 15 anni, sempre a Napoli il 29 febbraio di quest’anno. Se il colloquio con Maurizio Braucci ha fornito possibili direzioni interpretative sulla vita dei ragazzi di strada a Napoli, permangono in me dubbi ancora forti sul fenomeno. E per trovare nuovi percorsi di pensiero, ovvero nuovi elementi utili ad affrontare il corpo a corpo con un tema tanto delicato quanto complesso, ho deciso di intervistare Giuliana Sagliocco*, una psicoterapeuta e psichiatra campana che si occupa di progetti speciali di cura e formazione degli adolescenti. Con la speranza di comprendere meglio, senza giudicare. Di ascoltare, prima di formulare pareri frutto di analisi poco reali dei fatti contemporanei.

Da psicoterapeuta che cosa pensi del modo in cui gli adolescenti, alla fine di un percorso, arrivano di fronte alla vita adulta: scuola e famiglia riescono nel loro intento formativo?

C’è una frase, più volte citata, di Sigmund Freud che recita così: “I mestieri più difficili in assoluto sono nell’ordine il genitore, l’insegnante e lo psicologo.” Io e i miei colleghi psi apparteniamo a quell’universo di adulti che ruotano intorno al mondo dell’adolescente e che, insieme con genitori e insegnanti, svolgono compiti differenti ma perseguono uno scopo comune.
Penso che il fine principale del nostro lavoro nei confronti dei giovani sia la libertà.
Chi non si è sentito dire in età scolare: “studia, perché lo studio rende liberi!”, che deriva dalla frase di Lucio Anneo Seneca: “Sii servo del sapere se vuoi essere libero”. Si tratta della libertà offerta dai libri e da tutte le fonti di cultura, frutto della curiosità e dei dubbi che produce chi legge, studia e riflette. La scuola ha il compito fondamentale di fornire gli strumenti affinché gli adolescenti possano costruire il loro pensiero critico, non colludano con messaggi disturbati e disturbanti che provengono da quella parte di mondo adulto malato. Scopo è dunque renderli artefici del proprio destino. La scuola, in tal modo, contribuisce nelle sue forme sane a prevenire la sofferenza psichica. Gli adulti, attraverso il loro stesso atteggiamento, devono essere fondamentalmente di esempio ai giovani perché questi sappiano come costruire la corretta ed autentica modalità con cui ci si rapporta al mondo. Sta qui la vera responsabilità di genitori, docenti, psicologi, psichiatri; responsabilità perché la vera crescita degli adolescenti non passa attraverso le parole, le ‘prediche’, le frasi, pur belle. Sono le nostre azioni, le nostre re-azioni agli eventi e le emozioni che esprimiamo, che raccontano a loro volta, più di tante parole, le priorità della nostra scala di valori e che possono quindi indirizzare i ragazzi a costruire la propria scala con libertà e responsabilità.

Un adolescente, specie quando viene da realtà difficili e potrebbe non avere modelli di riferimento, si ritrova di
fronte a delle scelte di vita: chi cresce a Napoli e dintorni quanto è libero di scegliere davvero il suo futuro?

Giungono molto spesso all’ambulatorio di psicoterapia per gli adolescenti presso il quale lavoro ragazzi “a rischio” di deriva sociale che presentano un disagio psichico; vivono in Comunità Alloggio perché la famiglia non è in grado di occuparsi di loro. Arrivano inoltre adolescenti segnalati dai servizi sociali che stanno attraversando momenti di notevole difficoltà sociale, economica e psicologica. La realtà territoriale di Napoli e dintorni, come quella di tante periferie d’Italia, da Nord a Sud, rappresenta in molti casi già di per sé un rischio che pregiudica il futuro di questi ragazzi. Le Comunità, con le loro figure professionali, si trovano a dover sostituire completamente la famiglia sia dal punto di vista affettivo/relazionale che economico, per garantire ai minori un futuro anche a breve termine (un diploma di scuola superiore, per esempio). Gli ostacoli presenti sul territorio, possiamo immaginarlo, sono numerosi anche per la carenza di risorse territoriali pubbliche, il che aumenta enormemente il divario tra figli di famiglie benestanti e non (mancanza di strutture sportive/culturali pubbliche, carenza di mezzi pubblici ecc.). Ovviamente si presentano da noi anche ragazze/i “a rischio” con atteggiamenti e ragionamenti maturi e responsabili, del tutto imprevedibili se si pensa alla drammaticità della loro situazione di vita; ciò accade perché essi si sentono accolti da adulti che si stanno prendendo cura di loro e ai quali sentono che sta a cuore il loro destino. Da quel momento emerge una produzione di sogni e progetti che vorrebbero realizzare in futuro che raramente eguagliano quelli di un loro coetaneo appartenente a una famiglia tranquilla e benestante. Non sempre il risultato sarà all’altezza delle loro e nostre aspettative, e per questo bisogna chiamare in causa altre istituzioni, che hanno compiti di fornire strumenti e opportunità di sviluppo sociale ed economico che non sono né i genitori, né i docenti, né gli psichiatri. E nasce qui a volte la frustrazione di vedere interrotti percorsi che con altre risorse sarebbero potuti arrivare al loro termine.

Quando non c’è alcun incontro, tra il mondo adulto e quello degli adolescenti, quale cortocircuito psicologico e sociale si innesca nell’anima dei ragazzi?

L’incontro tra giovani e adulti è impari. I ragazzi dipendono da noi per tutto ciò che di cui hanno bisogno. Quando l’incontro è assente sul piano degli affetti e delle emozioni, ecco che nasce il cortocircuito. Una ragazza o un ragazzo che non si sente ascoltato e compreso, non sarà in grado di crescere in maniera armoniosa e matura e di essere responsabile e consapevole delle proprie scelte e delle proprie azioni. Non basta fornirgli strumenti materiali: il cibo, i vestiti, la scuola, ecc. Fondamentale per la loro corretta crescita, è quella comunicazione da parte degli adulti che li faccia sentire al centro della nostra attenzione; che faccia sentire loro quanto il nostro ascolto è attivo ed empatico, quanto il nostro rivolgersi a loro è scevro da pregiudizi ed aspettative; quanto abbiamo le spalle larghe per sopportare il peso delle loro difficoltà, che a stento osano confessare.

La strada, ovvero un mondo fatto di rischi e pericoli: è il luogo in cui molti adolescenti senza guida finiscono, loro malgrado, quando non trovano sani spazi di aggregazione fin dall’infanzia. Esistono, per i genitori, gli educatori e gli insegnanti, degli strumenti utili a impedire che quel luogo totalizzante (appunto la strada) accolga i ragazzi a rischio?

La strada spesso viene descritta anche come “scuola di vita” in cui si apprendono verità che la protezione familiare non permette di svelare. In strada però ci si reca muniti delle risorse giuste, altrimenti essa, con le sue leggi autoritarie e indiscusse, uniforma e appiattisce pericolosamente. Penso a Rosario, il protagonista del film “Certi bambini” (regia di Andrea e Antonio Frazzi, 2004). Rosario che accudisce la nonna malata, che si innamora di Caterina, che si dà da fare nel centro di accoglienza, durante la visione del film ci fa debolmente credere e sperare che quelle sue potenzialità un giorno potranno aiutarlo a rifiutare quelle violenze psichiche e fisiche di cui è testimone e protagonista. Non potrà essere così. Nessun adulto lo ha mai aiutato a credere e coltivare le sue doti umane in gestazione. Ha dovuto nascondere fino a ingoiare definitivamente i suoi sentimenti perché per le leggi della strada non erano lecite e ha dovuto indossare una maschera definitiva che gli avrebbe permesso di essere qualcuno, certo, ma non sé stesso.

Cosa diresti, senza giri di parole, a un adolescente a rischio che viene da te per chiederti aiuto?

Gli direi che è ora di rimboccarsi le maniche, di fidarsi e di affidarsi per prendersi cura di sé; gli direi che nonostante la sofferenza è arrivato il momento di costruirsi attraverso una conoscenza di sé stesso sempre più forte e consapevole delle risorse personali che gli permetteranno di non fare della sua un’Esistenza mancata, cioè un’esistenza impersonale e inautentica che non lo farà sentire artefice della propria vita. In qualità di terapeuta, la libertà che tento di aiutare a perseguire è anche la libertà dal sintomo (la depressione, l’attacco di panico, lo stare chiuso in casa, gli attacchi al corpo, le dipendenze), da quel corto circuito che fa sì che il sintomo rappresenti la strada più breve per avere un’illusoria possibilità di stare nel mondo come gli altri vogliono che debba essere e alla quale ci adeguiamo per un’illusoria felicità o normalità.Quel sintomo è qualcosa che ci costringe in una gabbia, ci protegge dall’esterno, ma al dunque ci rende prigionieri consenzienti.

*Giulia Sagliocco, medico psichiatra, psicoterapeuta, lavora come docente e ricercatore presso la Scuola di formazione alla psicoterapia della ASL NA/1 dove è fondatrice e referente di un progetto dal titolo: “L’esistenza mancata in adolescenza”, un progetto di cura e di formazione in psicoterapia dedicato agli adolescenti che ne fanno richiesta e ai loro genitori
Photo Credits: La fotografia contenuta in questo articolo è stata pubblicata per gentile concessione dell’autore Salvatore Di Vilio.