Corrado Govoni, un continuo fascino

Francesco Targhetta

Se è vero che la poesia di Govoni è ipercinetica e sempre in fuga, spiace constatare che negli ultimi anni tale inafferrabilità abbia proiettato il suo autore ai margini del canone. Buone cartine di tornasole per valutare la fortuna di uno scrittore sono le antologie scolastiche, e il bilancio della presenza govoniana è in deciso calo: mentre nei manuali per il triennio il suo profilo, al solito intruppato tra crepuscolari e futuristi, finisce all’ombra di Gozzano e Palazzeschi e dunque liquidato in poche righe e senza il supporto di alcun testo, nei libri per il biennio, così come in quelli per le secondarie di primo grado, dove solitamente Govoni, per l’abbondanza di metafore e di vivace colorismo, godeva di un certo favore, compare ormai, dove compare, solo con i calligrammi più celebri.

I motivi di questa marginalizzazione, come sostiene Paolo Maccari nel suo contributo a questo volume in riferimento alle antologie poetiche del ’900, possono essere legati al carattere vagabondo e spiazzante della poesia govoniana, che tende sempre a scivolare via, deviare, farsi distrarre, accumulare immagini arbitrariamente, in un andamento vagabondo e incostante che mal si concilia con le esigenze più geometriche e rigorose dell’analisi testuale di oggi. E poco fruttuoso sulle poesie di Govoni risulta anche l’altro esercizio caro all’interpretazione dei brani letterari, ossia la ricerca del messaggio. Cosa vogliono comunicare i versi di questo poeta del movimento, della metamorfosi, della dilatazione anarchica, della dispersione tra le molteplici forme della vita, della fantasia eretica e dell’allucinazione, quasi del tutto privi di lirismo? Quale messaggio recano in dote se non la vitalità e la necessità del meccanismo stesso che li genera? Cosa esaltano se non la disponibilità verso il mondo e la sua bellezza evanescente, insomma, la potenza della poesia?

Questo annuario cade dunque nel momento giusto, avendo dato a importanti critici di ambito accademico così come ad altri cultori govoniani la possibilità di rituffare se stessi nel «continuo fascino» della scrittura del poeta ferrarese, con la speranza di invitare altri all’immersione. Di questo, d’altronde, si tratta: dovunque la si voglia prendere, dalle sue prime raccolte a quelle più tarde, la poesia di Govoni offre sempre infilate di visioni iridescenti, gallerie di oggetti multiformi che si cambiano di posto in continuazione, in un tripudio di trasfigurazioni a sorpresa e in un carnevale prismatico dove si alternano, come già scriveva Moretti a Palazzeschi, «cose d’una ingenuità strabiliante e bellezze meravigliose»[1]. In ogni caso, occasioni di stupefazione. Certo è che la stessa attenzione del lettore, attraversando le colate versali dei suoi testi, oscilla, si sospende, va a intermittenza, si perde qualcosa, per poi, alla prima rilettura, scoprire un dettaglio che le era sfuggito. La poesia di Govoni continua a muoversi nel tempo e a non conservare nulla di perfetto. Ma, come scrive Montale in una frase chiave e ingiustamente poco citata della sua celebre recensione govoniana del 1953, «in poesia bellezza e perfezione non solo raramente coincidono ma spesso si escludono».

Perciò di solito, quando spiego Govoni a scuola, parto da versi tutt’altro che rifiniti, quelli che aprono Il tuo sorriso, da Gli aborti: «Io penso che il tuo sorriso / è simile a dei legumi gettati / dalla finestra del castello dentro la palude». A chi sarebbe potuto venire in mente un simile delirante paragone se non a Govoni? Chi può vantare, nella nostra tradizione poetica, di essere così riconoscibile in quasi ogni suo verso? (Anche per scatti scomposti come quel “io penso che è”: chi ha letto per bene il primo Govoni conosce il disorientamento creato dal suo diffuso disagio grammaticale).

Così riconoscibile, Govoni, anche se ha scritto tantissimo, e lo ha fatto per una ragione molto semplice: solo scrivendo faceva esistere il mondo. Per questa peculiarità, e per la nota assenza dell’io dalla stragrande maggioranza delle sue poesie, il Govoni poeta rientrerebbe tra quelle che il sociologo francese Pierre Zaoui ha definito anime discrete, ossia coloro che sanno «rinunciare a ogni interiorità, foss’anche sconosciuta e impersonale, per aprirsi al corpo pieno del mondo che non ammette né morte né negazione. Tutto vi esiste in esteriorità, consacrato al di fuori, puro oggettivismo dove l’oggetto smette integralmente di essere solo l’immagine di sé»[2]. Ed ecco la passione di Govoni per le fasi di trapasso, i crepuscoli, le albe, le primavere, gli autunni, in cui le cose, colte nella loro dissolvenza e trasformazione, rivelano la propria vitalità. Aggiunge Zaoui che i discreti sono coloro che sanno «lasciarsi commuovere dalla bellezza neutra delle cose», e le poesie-elenco govoniane sono in questo senso una forma di poesia tra le più sublimemente discrete: in un testo come Le cose che fanno la domenica ci viene messa a disposizione, per l’appunto, l’asettica presenza del reale, senza che il poeta neppure per un attimo frapponga se stesso e la propria sensibilità tra noi che leggiamo e gli oggetti citati. Ne esce, come ebbi a scrivere, la cosa apparentemente più distante dalla poesia e quella più favorevole ad essa. E non è un caso se è soprattutto questo che i poeti ammiratori di Govoni, da Moretti a Palazzeschi, da Montale a Sinisgalli fino a Zanzotto (che inviò a Govoni nel 1951 una copia dedicata del suo Dietro il paesaggio), gli hanno riconosciuto: la straordinaria disponibilità a offrire qualcosa al lettore. È una poesia generosa, la sua.

Due ultime annotazioni. Si è molto insistito sulla natura euforica e lussureggiante della poesia govoniana (senza mai dimenticare quanto questo tipo di scrittura nasconda un innegabile doppiofondo di horror vacui), ma poco si è detto sul suo carattere fortemente ossessivo. È incredibile, a percorrere in lunghezza la produzione di Govoni, quante immagini vi tornino in modo ricorsivo e seriale, riversandosi incessantemente di poesia in poesia, quasi sempre con fantasiose varianti, ma in alcuni casi copincollate con effetti di autocitazione, come se lo spettacolo variopinto del mondo non fosse generato che da un infinito rimescolamento degli stessi elementi, da un assiduo lavoro di smontaggio e rimontaggio delle stesse figure. Basti pensare ai mendicanti, cari alla musa govoniana dal 1903 fino alla morte, esemplari proiezioni di emarginazione e vagabondaggio. È vero, dunque, che la poesia di Govoni è debordante ed esplosiva, ma è anche vero che disegna uno dei sistemi poetici del ’900 più ripetitivi e maniacali.

Provo ad abbozzare una ragione di tanta ricorsività, ed è la seconda annotazione. Scriveva Govoni a Moretti nel novembre 1905: «Sono 5 mesi che non scrivo più: un grande dolore paralizza tutte le mie facoltà mentali. […] il mio poema a cui mi sono accinto con entusiasmo e ardore attende invano la sua espressione. Per ora mi è impossibile fare nulla. Tutto mi annoia: non apro più un libro. I cari poemi che parlavano al mio cuore e alla mia mente ora mi sembrano vuoti di senso, sciocchi»[3]. Ciò che colpisce in queste righe è come il digiuno di letture implichi necessariamente la sterilità compositiva. Govoni non legge, quindi non scrive. Chi ha sfogliato i volumi del Fondo Govoni della Biblioteca Ariostea sa come Govoni fosse un lettore con tendenze grafomani, tanto che tutti i suoi libri più compulsati hanno i margini e le pagine bianche zeppi di versi, immagini, parole, idee. La lettura di testi altrui faceva automaticamente scattare, come una molla, il meccanismo della fantasia govoniana, la quale, viceversa, priva di alimento letterario, fatalmente era destinata a incepparsi. Mentre il giovane Govoni si entusiasmava per i simbolisti franco-belgi, D’Annunzio, Pascoli, i suoi sodali crepuscolari e poi gli scrittori dell’area marinettiana, la sua poesia raccoglieva il codice simbolico che informava quella poesia e lo faceva saltare in aria in un grandioso show pirotecnico. Fu il periodo aureo della sua scrittura. Più tardi, con l’affievolirsi delle letture, le difficoltà economiche, le miserie della vita quotidiana e l’inasprirsi della sua indole, sempre più risentita e velenosa verso un ambiente letterario da cui si sentiva ingiustamente escluso, a dare linfa ai suoi versi fu soprattutto, oltre alla memoria del paesaggio agreste ferrarese ormai perduto, la sua stessa poesia, con un’incredibile terapia di autotrasfusione. E così i versi di Govoni non hanno mai smesso di aiutare il mondo a essere, ad apparire, a vivere.

Scriveva Kafka nei suoi diari l’8 dicembre 1917: «Nella lotta tra te e il mondo vedi di assecondare il mondo». Govoni nelle sue poesie lo ha fatto per oltre sessant’anni, mostrandoci migliaia di modi diversi di percepirlo. Sta a noi, attraverso questo annuario e altri che auspicabilmente seguiranno, non smettere di assecondare lui.

 

[1] M. Moretti, A. Palazzeschi, Carteggio, I, a cura di S. Magherini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura-Università degli Studi di Firenze, 1999, p. 111.

[2] P. Zaoui, L’arte di scomparire, Milano, Il Saggiatore, pp. 119-120.

[3] A. I. Villa, Neoidealismo e rinascenza latina. La cerchia di Sergio Corazzini. Poeti dimenticati e riviste del crepuscolarismo romano (1903-1907), Milano, LED, 1999, p. 357.

 

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Francesco Targhetta, “Nota introduttiva”, in Annuario govoniano di critica e luoghi letterari, a cura di Matteo Bianchi, Edizioni Otto/Novecento, La vita felice, Milano, 2020.

 

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