Hong Kong è una nevrosi

La polizia disperde un gruppo di giornalisti e manifestanti a Wan Chai il 24 Maggio 2020

     
di ⇨ Alessandro Malaterra 1

     

La Francia, in altri tempi, era il nome di un paese; attenzione che non diventi, nel 1961, il nome di una nevrosi.
Jean-Paul Sartre, prefazione a I dannati della terra di Frantz Fanon.

     
     I. Piacere (principio di) – Agosto 2017
     
     Mi piacerebbe poter dire che la mia nevrosi sia iniziata con la morte di mio padre, come quella di Giuseppe Berto; ma in verità è cominciata quando mi sono trasferito a Hong Kong, cioè quando è venuto meno il principio di realtà. Morte del principio di realtà che era sempre una morte del padre, ma non quella vera che tutti prima o poi proviamo, ma quella anelata dal me bambino, che sognava un mondo impossibile in cui niente potesse mettere limiti al piacere.
     E’ difficile descrivere la vertigine di arrivare a Hong Kong per la prima volta a chi non l’ha provata. Zhang Ailing l’ha fatto così: in una città fatta di tali iperboli, perfino una caviglia lussata avrebbe fatto più male che in altri posti. Era un’altra Hong Kong, certo, quella del 1940, un anno prima che cadessero le bombe giapponesi. Ma la città era allora come oggi un luogo straordinario, al centro dei traffici tra Cina e Occidente.

Natura a Hong Kong (Sai Kung)

     Hong Kong stessa sembrava partecipare a quel senso di licenziosità che provavo. Mi bastava uscire appena dal centro per incontrare una natura opulenta che non avevo mai visto: le foglie verde smeraldo, le spiagge tropicali, il mare blu. Tornando, trovavo ad attendermi l’altrettanto ostentata ricchezza della città, con le sue centinaia di boutique di lusso nei centri commerciali e nelle vetrine del centro. Uccelli dai colori sgargianti sfrecciavano nei parchi e tra i grattacieli. La durata interminabile della bella stagione mi aveva liberato dalla tirannide del tempo, e dalla paura di sprecarlo.
     
     
     Insomma il principio di realtà, cioè il padre, si era dissolto come in una fantasia infantile. A 9000 Km da quella che era stata la realtà, le conseguenze apparivano un problema del passato. Del flusso impressionante dei capitali che dai paesi sviluppati fluiscono verso le aziende cinesi quotate a Hong Kong, 35 miliardi di dollari solo nell’ultimo anno, le briciole che iniziavano a cadere nelle mie tasche erano sufficienti per permettermi tutto quello che desideravo. Tutto sembrava possibile.
     
     
     Non avevo ritenuto importante informarmi nel dettaglio sul sistema politico di Hong Kong quando avevo deciso di trasferirmi: altri aspetti come la tassazione minima, la facilità di trovare cibo occidentale e la qualità delle discoteche erano stati in cima ai miei pensieri.
     Solo dopo alcuni mesi che mi trovavo qui ho iniziato a capirci qualcosa: dopo la restituzione di Hong Kong alla Repubblica Popolare Cinese, avvenuta nel 1997, Hong Kong si è dotata di una Basic Law che funge da costituzione, pur non chiamandosi tale. L’interpretazione di questa “mini-costituzione”, in ogni caso, spetta al Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, un organo della Cina continentale.
     Uno dei fattori che ha permesso l’afflusso di capitali a Hong Kong è la presenza del sistema di Common Law ereditato dalla dominazione coloniale inglese, a cui si aggiunge un potere giudiziario indipendente; ma che, come si è detto, è obbligato a rimettersi a Pechino per l’interpretazione ultima delle leggi.
     Il potere legislativo è svolto dal Parlamento, i cui componenti sono per metà eletti direttamente dai residenti e per l’altra metà nominati da delle Functional Consituencies, che dovrebbro rappresentare i vari settori dell’economia della città e sono per lo più sotto il controllo di Pechino. Alle ultime elezioni legislative, quelle del 2016, i partiti di opposizione hanno conseguito la maggioranza del voto popolare, ma risultano in minoranza in parlamento a causa delle Functional Constituencies e della squalifica di diversi parlamentari, accusati di non aver prestato correttamente il giuramento di fedeltà al governo centrale cinese.
     Il Capo dell’Esecutivo è una figura ispirata al modello dei paesi democratici, ma è nominata da un concilio ristretto di 1200 persone (di fatto, è scelta da Pechino). Il trattato tra Cina e Regno Unito sulla cessione di Hong Kong prevede un progressivo allargamento della base elettorale fino ad arrivare al suffragio universale, accordo che la Cina non sembra avere intenzione di rispettare e che ha costituito la miccia per le proteste infruttuose di Occupy Central nel 2014.

Manifesto di propaganda appeso a Wan Chai

     Il sistema prevede dunque la separazione dei poteri, in maniera non dissimile a quello delle democrazie liberali a cui è ispirato; già allora notavo, però, una certa contraddizione logica tra la separazione dei poteri delle istituzioni di Hong Kong e la nozione che la sovranità ultima del territorio spettasse alla Repubblica Popolare Cinese, dove la separazione dei poteri certo non esiste.
     Era interessante anche osservare le frizioni di un sistema politico ispirato alle democrazie, ma in cui l’unica elezione davvero democratica che si svolge è quella per il ramo più basso del potere amministrativo, cioè per i District Councilors, quasi privi di poteri reali.
     
     
     Di fronte a tante contraddizioni nella sfera pubblica e nella mia sfera privata ho sentito il bisogno di avere un punto fermo nella mia vita: è per questo che dopo qualche mese a Hong Kong ho iniziato una relazione con Amy. E’ chiaro, non ho smesso di vedere altre donne: solo, ho iniziato a farlo di nascosto, e con ancora più attenzione a che sparissero poco dopo avermi dato quello che volevo. Ho scoperto così di poter rimuovere dalla mia coscienza i fugaci incontri con altre donne, e dissociare la personalità del libertino da quella del fidanzato devoto.
     
     
     Nulla è reale, tutto è permesso, frase che piaceva a Nietzsche. Si dice che sia stata pronunciata sul letto di morte dal Vecchio della montagna (ancora il padre?), il capo della setta degli Assassini. Ed è qui che la morte fa capolino per la prima volta nella mia storia.
     
     II. Morte (e rimozione) – Settembre 2019
     
     Il pensiero della morte rappresenta l’esempio per eccellenza di quella che gli psicoanalisti chiamano rimozione; se credessimo davvero alla nostra mortalità non sprecheremmo di certo il nostro tempo cazzeggiando al cellulare – così ho scherzato con Amy.
     Difficile credere alla morte di fronte al cielo azzurro di maggio, durante una gita in barca vicino Sai Kung. Getterei via l’amore di una donna in questa maniera, se credessi alla morte? Accetterei di vivere così, nella dissociazione?
     O è l’unico modo in cui si può vivere?
     
     
     Chi vive esteticamente non può dare della sua vita nessuna spiegazione soddisfacente, perché egli vive sempre e solo nel momento, e ha una coscienza soltanto relativa e limitata di se stesso. […] l’esteta non possiede liberamente il suo spirito, manca di limpidezza.
     Chi vive esteticamente infatti cerca per quanto possibile di perdersi nello stato d’animo, cerca di avvolgersi completamente in esso, finché in lui non rimanga nulla che non ne possa venir assorbito, perché un simile residuo ha sempre un effetto perturbatore, che distoglie dal godimento. […] Chi vive eticamente ha […] memoria per la sua vita, chi invece vive esteticamente non l’ha affatto.

     Mi sono segnato queste frasi di Kierkegaard, medico attento nella diagnosi del mio male. Ma quale sarebbe la cura? La scelta etica, che passa per la disperazione, appare poco allettante: sospetto che a conti fatti sia solo un modo di venire a patti con l’aver sublimato tutti i propri desideri in delle blande, monotone, piccole soddisfazioni. La scelta religiosa – men che meno, un secolo dopo la morte di Dio. Forse è per sfuggire a questa libertà di scelta che alcuni si rifugiano tra le braccia di governi autoritari come quello cinese.
     
     
     La morte di mio padre – quella vera, infine – che è avvenuta qualche mese dopo al mio arrivo, ha sferrato il colpo definitivo ai concetti di realtà, temporalità, conseguenza. Innanzitutto mio padre continua a esistere, pur essendo senza dubbio morto: si palesa nei sogni, nelle foto dimenticate, nella lunghissima cronologia dei messaggi. Ancora mi appunto le cose da dirgli la prossima volta che lo vedrò; se dovesse apparirmi davanti in questo momento, giuro, non avrei il minimo moto di sorpresa.
     Questa tragica circostanza, inoltre, ha fornito una scusa provvidenziale alla mia dissociazione: non è più un difetto nella mia tempra morale che mi porta a disperdere la mia personalità in mille rivoli contraddittori (e tradire crudelmente la persona che professo di amare), ma è il trauma del lutto; che io veda la realtà come un insieme di istanti non consequenziali, spettrali partite di videogames da cui entrare e uscire in qualsiasi momento, non è da attribuirsi alla nevrosi, ma al dolore. Poco importa che abbia iniziato a comportarmi in questo modo ben prima della morte di mio padre: cause e conseguenze sono concetti che ho rigettato da tempo; la realtà oggettiva è ormai del tutto degradata.
     
     
     Il 4 giugno 2019 Amy e io siamo andati alla commemorazione annuale del massacro di Tienanmen. Una donna ha pronunciato un discorso appassionato dal palco che ha strappato gli applausi di centinaia di migliaia di persone, scagliandosi contro il progetto del governo di rendere legale l’estradizione di Hong Kong verso il resto della Cina.
     Ecco un’altra contraddizione: è assurdo che non sia prevista l’estradizione tra due regioni dello stesso stato, ma allo stesso tempo collaborare con i tribunali sommari della Cina continentale manderebbe in crisi il sistema legale liberale di Hong Kong – per aggirare le garanzie previste a tutela di un imputato basterebbe portarlo appena oltre il confine regionale, a Shenzhen.
     Le prime oceaniche marce contro la legge sono state esperienze gioiose ed elettrizzanti. Mettermi in gioco per un ideale mi liberava dallo stato nevrotico e nichilista in cui ero precipitato: mi sentivo parte di una massa coraggiosa e ottimista, sentivo che si stava facendo la storia, sentivo la forza del popolo unito di fronte a cui il regime avrebbe potuto solo capitolare…
     C’erano anche tensione e paura, certo, ma eravamo convinti che la vittoria finale non avrebbe potuto mancare, che l’energia di due milioni di manifestanti non avrebbe potuto essere fermata da nulla, men che meno da lacrimogeni e manganelli. A una delle prime manifestazioni ci siamo trovati dietro le barricate, protetti da degli elmetti da cantiere raccolti da terra, senza altra arma che le nostre buone intenzioni – questo rende l’idea dell’illusione e l’incoscienza di quei giorni.
     
     
     La doccia fredda non ha tardato: il governo non ha ceduto un centimetro, seguendo lo stereotipo che vede un cinese disposto a tutto pur di non perdere la faccia. E’ iniziata la repressione: il momento di svolta è stato l’⇨ attacco di Yuen Long, in cui criminali armati di bastoni hanno massacrato di botte manifestanti e passanti indifesi nell’indifferenza soddisfatta della polizia (ancora oggi, solo sette dei circa cento aggressori sono stati incriminati). Erano le Triadi, la mafia locale: agguati del genere appartenevano per me solo alla storia e ai libri, a Furore di Steinbeck o a Fontamara di Silone. Nella mia ingenuità, non riuscivo a credere che un governo potesse avere la faccia tosta di organizzare un atto di ingiustizia così trasparente nel 2019, davanti alle telecamere dei media globali.
     Gli scontri si moltiplicavano fino a diventare una costante, gli arresti erano sempre più comuni, oltre che più gratuiti e più violenti. Anche giornalisti e paramedici iniziavano a essere presi di mira dalla polizia. Le manifestazioni erano ormai proibite, così che solo scendere in piazza esponeva al rischio di detenzione arbitraria. Erano ancora più agghiaccianti i resoconti di torture e molestie che iniziavano a circolare, ritenuti credibili da organizzazioni non governative come Amnesty International. La foto in homepage sul South China Morning Post ritraeva un uomo in carrozzina che avevo notato fin dalle prime manifestazioni, mentre soffocava nel fumo dei lacrimogeni a cui non poteva sfuggire.
     
     
     Ma nello stesso tempo il suo cuore si rallegrava dell’avventura in cui il mondo stava per incappare. Perché alla passione, come al delitto, non s’addice l’ordine stabilito e il benessere normale, e ogni tentennamento della compagine civile, ogni turbamento e flagello del mondo le torna gradito.
Così descrive Thomas Mann la reazione di Aschenbach al diffondersi del colera e dei disordini, ne La morte a Venezia (non per caso a Venezia, città per Mann esotica e sensuale; il furore dionisiaco di Aschenbach non sarebbe scoppiato a Monaco o a Vienna, e questa nevrosi non si sarebbe impossessata di me a Roma o a Londra). Così mi sono sentito io di fronte alle scene sempre più caotiche di Hong Kong in fiamme: il malato prova una cupa soddisfazione a vedere anche il mondo cadere malato.
     
     
     Le contraddizioni del sistema venivano alla luce, così che nessuno potesse più ignorarle o far finta di non vederle. Ero contento di assistere al collasso di un sistema partitico dove i ruoli sono fissi, senza possibilità di alternanza al governo.
     Così, la funzione che i partiti di opposizione svolgono all’interno del sistema è quella di sparring partner: ora capro espiatorio da additare all’opinione pubblica della Cina continentale, ora foglia di fico da indicare all’opinione pubblica in Occidente.
     Le contraddizioni del sistema spesso restano sommerse; rimosse, si potrebbe dire. Basterebbe rivolgere lo sguardo nella direzione giusta per vederle, ma in pochi lo fanno. Frantz Fanon nota che solo la lotta mette in luce le contraddizioni camuffate della realtà coloniale. In effetti, ci sono volute le manifestazioni e la repressione violenta per costringere il mondo a guardare.
     Lottare contro un sistema nevrotico porta alla nevrosi, come fosse un contagio. Le questioni irrisolte si annidano nel profondo, per quanto riguarda sia i fini che i mezzi della lotta di liberazione. La violenza è da considerarsi parte dei mezzi disponibili a un movimento che era nato pacifico? E se l’obiettivo è la libertà di chi vive a Hong Kong, l’indipendenza è un modo legittimo per assicurarla? Le domande restano irrisolte, le risposte ambigue; anche perché questioni simili non si possono discutere apertamente per legge – sono a tutti gli effetti rimosse dal discorso pubblico.
     
     
     L’ambiguità principale sta nella natura stessa della lotta e del rapporto tra le forze in campo. Attaccata alla Cina continentale, Hong Kong è imprendibile per una potenza straniera. E’ ancora meno immaginabile uno scenario in cui il popolo di Hong Kong, disarmato, abbia la meglio sulla polizia militarizzata locale e sull’Esercito di Liberazione Popolare cinese. Gli unici strumenti di pressione contro il regime a disposizione dell’opposizione interna e esterna sono quelli che prevedono la distruzione di Hong Kong così come è ora, danneggiando il popolo da liberare molto più del regime che lo opprime: rimozione dei privilegi commerciali concessi dagli Stati Uniti, paralisi economica della città tramite proteste e scioperi. Presto si è imposta tra gli slogan del movimento quella che suonava come una sentenza: se bruceremo, brucerete con noi.
     
     
     Il movimento di liberazione di Hong Kong ha dovuto fare i conti con l’impossibilità, presto evidente, di raggiungere i propri obiettivi. Implicita la scelta: se Hong Kong non può appartenere al suo popolo, è giusto che sia distrutta affinché non possa appartenere al regime?
     Altra scelta: combattere nel sistema, con il rischio di legittimarlo, o contro il sistema? Un appello alla Corte Suprema ha valore, nel momento in cui Pechino può ignorarne le decisioni emettendo una “interpretazione” della legge? Il Parlamento è un luogo dove condurre una battaglia per la democrazia, malgrado solo la metà dei seggi siano eletti dal popolo, e gli altri siano occupati per lo più da teste di legno nominate di fatto da Pechino? O è il palazzo di un potere tirannico e illegittimo, pieno di inutili cianfrusaglie da sfasciare, come è accaduto il 1 luglio 2019?
     Se Pechino può cambiare il sistema a suo piacimento e senza contraddittorio, vincere una battaglia all’interno del sistema serve a qualcosa di più che costringere il regime a gettare la maschera, e diventare più apertamente autoritario?
     
     
     Ricostruire la storia clinica della nevrosi chiamata Hong Kong non è scontato. Hong Kong non è mai stata una democrazia: il “gioiello della Corona” inglese era nient’altro che un possedimento coloniale, una preda di guerra. Per la mancanza di democrazia e libertà si può incolpare sia la Cina autoritaria che la dominazione coloniale del Regno Unito democratico, da cui la Cina ha ereditato molte strutture di potere: una su tutte, la polizia, che negli anni 60 ha represso con successo le rivolte marxiste e le spinte decolonizzanti. Anche il potere di emettere leggi senza passare per il parlamento, che il Capo dell’Esecutivo Carrie Lam si è attribuita nel settembre 2019, viene dall’ordinamento coloniale inglese.
     
     
     Più facile è abbozzare una diagnosi, per quanto poco scientifica: la dissociazione è una forma di difesa dell’ego che prevede la separazione o il ritardo dell’emozione che di norma accompagnerebbe la situazione presente. Molti a Hong Kong ammettono di vivere nella negazione, ignorando l’avvicinarsi inesorabile del 2047, anno in cui è prevista l’integrazione della città al sistema del resto della Cina.
     
     
     La nevrosi non affligge solo i residenti di Hong Kong, ma anche gli osservatori esterni. Al picco delle proteste, la pubblicazione di regime ⇨ Xinhua ha avuto buon gioco a notare che nel 2018 lo ⇨ Human Freedom Index, pubblicato dal Fraser Institute, collocava Hong Kong al terzo posto al mondo per “libertà umana”, dietro solo a Nuova Zelanda e Svizzera, e al di sopra della gran parte dei paesi democratici. Il Fraser Institute è un importante think tank canadese: come spiegarsi che abbia preso un l’abbaglio tale da giudicare che gli abitanti di Hong Kong fossero tra i più liberi del mondo, malgrado Pechino avesse già rifiutato di concedere elezioni democratiche, malgrado Hong Kong sia, in ultima analisi, la regione amministrativa speciale di uno stato dispotico?
Un’altra classifica, quella dell’⇨ Economist Intelligence Unit, classifica Hong Kong come “democrazia imperfetta”, così come gli USA o l’Italia. Come si può considerare una democrazia, sia pure imperfetta, un territorio in cui i partiti di opposizione non hanno mai potuto vincere le elezioni, pur ottenendo la maggioranza dei voti popolari?
     Si sarebbe tentati di attribuire queste valutazioni senza senso al desiderio delle istituzioni “neoliberiste” di continuare a fare affari con il regime cinese, nascondendo sotto il tappeto gli aspetti sgradevoli così come si mette il cerone a un cadavere. Ma la stessa pubblicazione del Fraser Institute emette una dura condanna del regime già nell’introduzione. Anche l’Economist Intelligence Unit identifica la Cina come uno stato autoritario. Queste valutazioni incoerenti dei think tank occidentali rappresentano più che banali ingenuità o menzogne: considerarle frutto di interesse o ignoranza non permette di coglierne il carattere – appunto – nevrotico, dissociato.
     
     
     L’Occidente ha bisogno di credere che Hong Kong sia libera; innanzitutto per giustificarsi di averla abbandonata nelle mani di una dittatura senza consultare il suo popolo. Ma anche per crogiolarsi nell’illusione della fine della storia, immaginando la Cina intera lungo un percorso inevitabile di democratizzazione (e liberalizzazione dell’economia) che la porterebbe ad assomigliare sempre di più a Hong Kong, e per estensione, all’Occidente. Riconoscere che Hong Kong non sia avviata lungo la via della libertà, e che men che meno lo sia la Cina continentale, significa distruggere il sogno dell’Occidente, la nostra pretesa di essere il culmine di un processo storico inarrestabile verso il progresso. La dissociazione come forma di difesa dell’ego, appunto, difesa dai sensi di colpa e dai dubbi su se stessi.
     
     
     Nevrotico è stato l’intero approccio dell’Occidente all’ascesa della Cina. La dissociazione è stata istituzionalizzata attraverso quella che Shaun Breslin ha chiamato ⇨ privatizzazione della politica estera, in cui obiettivi di politica estera dello stato vengono perseguiti da istituzioni private, come aziende, missioni commerciali e organizzazioni non governative; lo stato, al contempo, si defila. I singoli obiettivi di politica estera possono così essere perseguiti senza bisogno di guardare il quadro generale, e soprattutto rimuovendo gli elementi più sgradevoli. Un ministro degli esteri, soggetto alla pressione dell’opinione pubblica, può trovare difficile ignorare l’arresto illegale di un libraio per un reato di opinione; la delegazione di un consorzio commerciale può farlo senza problemi.
     
     
     III. Lo strappo – Luglio 2020
     
     
     Gli strappi tendono a verificarsi sulle linee di faglia. Hong Kong sta sulla frontiera tra le due superpotenze US e Cina; ma anche su un’altra linea di faglia globale, quella tra i popoli e le élites nevrotiche che dal popolo traggono la legittimazione del loro potere, ma che sopportano sempre meno l’imprevedibilità del popolo e gli ostacoli che il processo democratico pone alla “buona” amministrazione tecnocratica. Elites che hanno guardato con simpatia ai successi della Cina in campo economico; élites che – non avendo il coraggio di proporre direttamente il modello autoritario cinese – ⇨ hanno indicato negli anni passati i sistemi più soft di Singapore e Hong Kong come una possibile strada da seguire affinché l’eccesso di democrazia non arresti il progresso. Eccolo qui il vostro progresso post-democratico, penso con soddisfazione; eccolo andare in fiamme sotto le molotov dei giovani militanti per la democrazia.
     L’incendio si espande così oltre Hong Kong e le fiamme avvolgono Minneapolis, New York, Los Angeles. La reazione repressiva delle istituzioni democratiche degli Stati Uniti non è troppo diversa da quella di Hong Kong. La retorica di Washington ricalca quella di Hong Kong e Pechino: i manifestanti sono accusati di essere terroristi, definizione illogica e contraria a ogni evidenza, ma che può essere utilizzata per giustificare la repressione poliziesca della comunità intera. Ai poliziotti è lasciata carta bianca, garantita l’immunità; l’habeas corpus è sospeso senza particolari remore.
     
     
     La tempistica degli strappi è sempre imprevedibile: una comune esperienza di chi ha a che fare con un sistema nevrotico è quella di scoprire quanto a lungo una situazione insostenibile possa essere sostenuta. Così, quando finalmente si arriva allo strappo, si viene presi in controtempo.
     La Legge di Sicurezza nazionale imposta da Pechino, senza passare per le istituzioni locali, ha preso di sorpresa anche gli osservatori più pessimisti. Persino il Capo dell’Esecutivo ha dovuto ammettere di essere stata tagliata fuori dal processo, di non aver potuto leggere il testo della legge prima che fosse promulgata. Una legge così platealmente autoritaria ha costretto il mondo e i residenti di Hong Kong stessi a guardare con lucidità l’inconsistenza delle garanzie promesse da Pechino, e delle pretese libertà di cui si godrebbe in questa Regione amministrativa speciale della Cina.
     Dal primo luglio, data di entrata in vigore della nuova legge (e anniversario della cessione di Hong Kong alla Cina), è cambiato tutto. Alcuni attivisti, come ⇨ Nathan Law, hanno trovato rifugio all’estero per sfuggire alle persecuzioni.
     D’altra parte, la guarigione dalla nevrosi non consiste forse nell’adattarsi all’ambiente sociale che circonda l’individuo? Non resta che aspettare qualche anno per vedere Hong Kong, rimossi gli elementi più indesiderati, adattarsi al sistema senza libertà del resto della Cina.

Il distretto centrale di notte (HSBC Building)

     
[ le immagini sono dell’autore dell’articolo ]
  1. Nato a Roma nel 1992, dal 2017 vivo e lavoro a Hong Kong. Ho partecipato alle manifestazioni per la democrazia a Hong Kong, senza particolari affiliazioni, come milioni di altri cittadini e residenti. Mi firmo con uno pseudonimo, dato che manifestare a Hong Kong è ormai di fatto illegale e punibile con il carcere.
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  5 comments for “Hong Kong è una nevrosi

  1. RoccoSan
    14 Agosto 2020 at 10:39

    Grazie mille per il tuo articolo. Finalmente ho letto qualcosa di interessante per capire quanto accade ad Hong Kong. Tra tutto quello che si dice però non riesco proprio a capire quale sia l’orizzonte rivoluzionario delle proteste. In fin dei conti mi pare che l’utopia si appiattisca sulla creazione di una sorta di Lussemburgo\Singapore nel mezzo della Cina. Il potere di fatto (la sovranità) di Hong Kong risiede nella sua finanza e nelle imprese di distribuzione chi si registrano lì per beneficiare di svariati vantaggi e coprire l’est asiatico e oltre. Le sue genti potranno, a ragione, avere maggiore voce in capitolo sulle decisioni di housing sociale o spazi pubblici, urbanizzazione smart o sistemi di traportabilità all’avanguardia, ma in fin dei conti chiedono di sostituire una rete di potere locale con un’altra. Le vere scelte di politica economica e l’essenza neo-liberale di Hong Kong non mi pare siano mai state messe in discussione dalle proteste. Anzi spesso si riducono a nuove e vecchie forme di nazionalismo e a generalizzate pulsioni anti-cinesi. Alcune azioni pare abbiano colpito direttamente supermercati cinesi o attività commerciali cinesi. Non so se “appartenessero alla Triade” ma mi paiono seguano modalità “da gangster” non dissimili da quelle della metropolitana che citi e che non conoscevo. Cioè sembra ci siano i sintomi di una strana etnicizzazione del conflitto piuttosto che di una lotta per la democrazia tout court. Correggimi se sbaglio perchè su questo punto trovo sempre pochissimo scartabellando tra diversi giornali. Di questi tempi bisogna proprio fare attenzione a non rendere la democrazia un semplice feticcio dietro cui sentirsi dalla parte giusta della storia. Poi si fanno le guerre e si dice che è arrivata la democrazia appena si indicono le elezioni (Iraq, Afghanistan ecc.). Oppure si lascia decidere di materie fondamentali “il popolo” producendo campagne disinformative su vasta scala (vedi Brexit). Salvo poi scacciare presidenti democraticamente eletti perchè non allineati (Maduro, Morales, Rousseff per citare gli ultimi). E’ un pò pochino così.

    • Alessandro Malaterra
      15 Agosto 2020 at 18:10

      Ciao Rocco, grazie a te del commento. Provo a rispondere come posso ai punti che sollevi.

      Non credo ci sia una singola visione di società da parte degli attivisti per la democrazia e dei loro simpatizzanti. Gli obiettivi per cui si battono (suffragio universale, rule of law, presunzione di innocenza, diritto di parola) sono principi per lo più accettati da tutte le forze politiche nei paesi democratici; per cui anche a Hong Kong uniscono persone che in un parlamento democratico siederebbero dai lati opposti dell’arco costituzionale.

      Il capitale locale è dalla parte di Pechino: lo sono i costruttori, e lo sono le banche (anche banche occidentali: HSBC e Standard Chartered hanno firmato la petizione in favore della Legge di Sicurezza Nazionale).

      Il nazionalismo o localismo è in effetti sempre più presente. La posizione tradizionale dei politici pro-democrazia era quella “pan-democratica”, che vede la democrazia a Hong Kong come una tappa verso la democrazia nella Cina intera (ed è dichiaratamente anti-indipendentista). I localisti si sono affermati più di recente, con il radicalizzarsi dello scontro: sono per lo più giovani e fortemente autonomisti o anche indipendentisti.

      Quando dici “Cioè sembra ci siano i sintomi di una strana etnicizzazione del conflitto piuttosto che di una lotta per la democrazia tout court.” cogli – credo – la differenza tra la visione pan-democratica che ha come obiettivo la democrazia in tutta la Cina, e la visione localista che ha abbandonato le speranza di un processo di democratizzazione in Cina e quindi si concentra solo su Hong Kong, escludendo i cinesi del continente. Le tensioni tra i due campi non mancano, anche se si sono avvicinati recentemente per opporre un fronte unito alla repressione sempre più aggressiva del governo.

      Con il radicalizzarsi dello scontro, purtroppo, è anche aumentato il sentimento anti-cinese, cosa che personalmente trovo sbagliata: il regime di Pechino opprime in primo luogo i cinesi residenti sul continente.

      Si sono verificati episodi di vandalismo ai danni di società controllate dal Partito Comunista Cinese o società locali o straniere che si sono espresse contro le proteste (per esempio Maxim’s e HSBC). Non riesco a farmi un’opinione in proposito: non credo che servano alla causa, ma neanche le marce pacifiche sono servite, quindi fatico a condannarli.

      L’occidente ha un atteggiamento peloso e ipocrita verso le proteste, concordo. Detto questo, certe azioni dei paesi occidentali possono fare una differenza concreta nella vita di chi vive a Hong Kong (soprattutto concedere asilo e residenza a chi vuole andarsene), per cui cerco di valutarle oltre l’ideologia, per i loro effetti pratici (anche se prese da personaggi discutibili come Boris Johnson)

      Un’ultima osservazione: la reazione dell’Occidente alle proteste a HK non ha seguito la solita divisione tra destra e sinistra. Credo che questo dimostri l’inadeguatezza di queste categorie “occidentali” per leggere quello che succede in un territorio con un contesto e una storia diversa dalla nostra.

      • RoccoSan
        17 Agosto 2020 at 06:09

        Mi sono messo a guardare un pò di genealogie su wikipedia per cercare di capire meglio quello che definisci “capitale locale” e ho trovato forse alcuni spunti interessanti. Non ha senso ovviamente contestualizzare le attuali proteste dentro la storia economica di HK, però, potrebbe essere utile osservare alcune mutazioni dentro processi più ampi. In questo senso HK come città-stato è sorta da un progetto commerciale e coloniale di alcune “company” che negli anni sono diventate multinazionali, con sede appunto ad HK, ma con holding finanziare in diversi paradisi fiscali (British Virgin Islands e Cayman Islands sono quelle che appaiono di più). Ognuna di esse è attiva in svariati settori, da quello farmaceutico al real estate, dalle infrastrutture alla grande distribuzione etc. Anche le due compagnie private dell’elettricità di HK sono controllate da holding in paradisi fiscali. Analogo discorso vale per le “company” che gestiscono il porto. E’ interessante notare che la costellazione di imprese che oggi vivono ad HK hanno come antenati comuni i tre principali Hongs (intermediari commerciali) dell’epoca coloniale sorti con la privatizzazione della Compagnia delle Indie Orientali Inglesi dopo le guerre dell’oppio. Tra queste la più famosa nonché unica ad essere sopravvissuta è la Jardine Matheson. Dare un’occhiata alla storia economica di questa “company” potrebbe aiutare parecchio a capire le direzioni del “capitale locale” e la natura strettamente neo-liberale di HK fin dalla sua nascita.
        La costruzione delle proteste in chiave “anti-cinese” a me pare quindi miope. Ad esempio, uno dei maggiori Tycoon di HK, “Sir Li Ka-shing”, proprietario di un impero con holdings alle Cayman, filantropo, cinese di nascita e residente di HK pare piuttosto affine alle proteste. Non trascurerei poi che dopo la campagna anti-corruzione di Xi Jinping molti capitali “cinesi” sono volati tra HK e altri centri finanziari della regione. Per aumentare la complessità, visto che sono un tifoso di calcio, mi sono andato a riguardare anche la storia dell’acquisto del Milan da parte del fantomatico Mr Yonghong Li, cinese, proprietario di miniere mai esistite o semplice prestanome di qualcuno rimasto ben nascosto. Alcune delle aziende che hanno mosso i capitali verso la Fininvest hanno sede fittizia ad HK e hanno utilizzato i loro conti alle Cayman. Tutto legale per carità. La questione però riguarda la capacità di tracciamento e la perseguibilità di certe attività commerciali, cioè l’accordare ad autorità locali il potere di arginare il sistematico superamento di “obblighi territoriali” da parte di flussi di capitale in perenne circolazione. Solo riportando quest’economia dentro la società si può, a mio parere, parlare di democrazia con cognizione di causa. Altrimenti, si conferma una sorta di ultraliberismo 2.0 che si regge sull’anarco-capitalismo dei “grandi geni imprenditoriali” del nostro tempo in cui poi avremo bisogno della loro filantropia per produrre vaccini oppure sfamare regioni intere della terra. Magari si avrà anche il diritto di voto, ma vivremo comunque dentro dei regni governati dai consigli direttivi delle loro Company e dai loro apparati di legali e lobbisti.
        In questo senso, allora, la richiesta di non-estradizione in un paese “non democratico” diventa una scelta molto complessa che non riguarda solo le genti di HK ma anche certi equilibri geopolitici globali. Personalmente non mi piacerebbe diventare strumento per gli aggiustamenti di conti tra i “Trump” dell’Asia.
        Le sacrosante richieste di “libertà di espressione” se non entrano nel merito di queste dinamiche fondative della città, rischiano di diventare troppo ingenue. Invece di svelare, illuminare o far dire rischiano di produrre un ulteriore velo dietro il quale i rapporti di potere in cui HK è impelagata possono nascondersi meglio.

        • Alessandro Malaterra
          18 Agosto 2020 at 11:50

          Una sola correzione – KaShing non è affatto vicino al campo pro-democrazia, si è anzi espresso a favore della Legge di Sicurezza Nazionale ( https://www.scmp.com/news/hong-kong/politics/article/3086289/tycoon-li-ka-shing-throws-weight-behind-hong-kong-national )

          Per il resto sì, Hong Kong è un posto contraddittorio attraverso cui fluiscono i capitali provenienti da stati democratici che vanno a finanziare una dittatura, e i capitali in uscita da quella stessa dittatura, appartenenti alle élites che vogliono per sé e per i loro capitali la libertà che non sono disposti a concedere in patria.
          Mi sembra che la visione del Partito Comunista sia quella di mantenere questa funzione di HK, ma liberarsi della sua “società aperta” che è diventata ormai troppo difficile da controllare.

          • RoccoSan
            21 Agosto 2020 at 04:37

            Scusami per aver portato i miei commenti su campi che forse non riguardano direttamente i temi che vengono affrontati normalmente su questo blog. Sono stato però imbeccato dal tuo bel tentativo di raccontare le proteste dentro una prospettiva più ampia, quella della nevrosi appunto. Poi mi sono lasciato andare ad analisi pur superficiali di flussi finanziari per tentare di riportare l’analisi di eventi e soggetti della contesa fuori da categorie occidentali o da destra-sinistra. Mi piaceva l’idea di de-colonizzare le proteste sia dal Partito Comunista, sia da Pompeo, Trump e Jhonson e dai loro apparati militari che tendono a sopravvivere e ad essere più duraturi dei mandati democratici dei loro capi. Questo tuo ultimo commento però cade un pò dentro la visione per blocchi e, scusami ancora, sa un pò di nuova guerra fredda. La Cina non è solo la patria di elite comuniste e cattive che costringono il popolo dentro un regime totalitario. E’ da decenni la fabbrica del mondo e in molti vi hanno fatto immensi guadagni. Quei capitali che citi non sono solo dell’elite cinese. Non è facile nazionalizzare i conti economici di imprese multinazionali o semplificarli come “capitali provenienti da stati democratici che vanno a finanziare una dittatura”. Mi sembra pretestuoso osservare il modello economico di Hong Kong non come una “mega-città” ma come la “banca cinese”. Questa non è la storia dell’isola in cui vivi e questa non è solo una semplice contraddizione in cui la sua “società aperta” si barcamena. E’ invece a mio avviso una sua condizione d’esistenza. La vedo piuttosto come una possibile traiettoria interpretativa in cui chiedersi come mai i modelli democratici asiatici tendano alla lunga a forme autoritarie di vario tipo. Vivo in Laos e siamo probabilmente agli antipodi della modernità incorporata da Hong Kong. Siamo poco più di 6 milioni su un territorio grande come UK. C’è il Partito Comunista e il movimento pro-democratico locale è composto per lo più da anti-cinesi e da filo-monarchici. Ma viviamo in un contesto rurale in cui la politica del quotidiano si compone di conflitti molto diversi. Di solito è più facile criticare il governo “cattivo e incapace” invece che tentare forme di democrazia reale e dal basso o economie alternative che possano sostenerla. Questa in fin dei conti è la migliore maniera di proporre sistemi politici non interpretabili dalle nozioni e categorie occidentali (in cui, ad esempio, non è detto che occorrano elezioni, ma leadership negoziate e diffuse).

            Per la serie meglio non semplificare mai:

            su Li Ka-shing guarda anche questo articolo:
            https://economictimes.indiatimes.com/news/international/business/hong-kongs-richest-man-is-losing-friends-in-china-and-the-west/articleshow/76825709.cms

            Per approfondire su sistemi politici altri e sulle cosiddette “galactic polities” come strumento interpretativo anche dell’Asia c’è un libro scaricabile gratuitamente di due antropologi molto importanti:
            https://haubooks.org/on-kings/

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