A Mario Guaraní Galzigna

di Mariasole Ariot

 

Ricordo la prima volta che ci siamo parlati: ero appena rientrata a Vicenza dopo gli anni trentini, abitavo in una casa buia. Ho una memoria vivida per i dialoghi, debole per le immagini, ma ricordo sempre i luoghi precisi e la posizione dei corpi quando si parlano. Me ne stavo seduta sul divano con un gatto, la luce accesa e troppo forte, e ti immaginavo da qualche parte nella tua città, forse nella casa di cui ogni tanto apparivano scorci di fotografie ne L’ordine del discorso, la rubrica che curavi. Io avevo un gatto, tu avevi un cane.
 
Ero imbarazzata, come gli studenti nell’aula insegnanti, a comporre il numero che mi avevi lasciato negli interni, poi fu una lunga conversazione di un’ora e più come due nuovi amici. La mia tristezza, la tua sensibilità, la mia pena, la tua capacità di entrare nella pena senza invadenza, le mie parole, le tue parole. 
Sei stato uno dei primi lettori dei frammenti di un libro che sto portando a termine, era il duemilaquindici. L’avevi letto in rete, e tu eri un divoratore di parole, avido di conoscenza, nel sapere ma fuori dal Sapere di cui si gonfiano il petto certi accademici – e ti premeva conoscere e far conoscere, ti premevano i vasi comunicanti, così siamo diventati vasi comunicanti.  

Poi ci siamo scritti, e poi è arrivata la voce.  

Abbiamo parlato delle derive della psichiatria, abbiamo parlato di Artaud, abbiamo parlato della melancolia, delle Lettere a Theo di Van Gogh, della disperazione, dell’epoca a cui inappartengo, di quella che stavi cartografando,la psichiatria, l’etnopsichiatria, la psicoanalisi, la filosofia, la resistenza, il resistere. Mi hai fatto parlare sottovoce di me, mi hai parlato con discrezione di te, delle tue ricerche, delle tue passioni. Io suonavo Schubert quand’ero bambina, tu lo ascoltavi, e lo cantavi.
Appassionato è l’aggettivo giusto per darti un nome. Ne avevi aggiunto uno al tuo: Guaraní, di ritorno dal tuo viaggio in Brasile. Mario Guaraní Galzigna  

Eri serio ma non eri serioso, conoscevi la risata:e abbiamo anche riso. 

Dovevamo vederci quell’anno, ma non ci siamo incontrati – io, troppo timida per tutto. 
Poi è passato il tempo, io ti seguivo, tu mi seguivi, sempre in sordina, senza mai fare troppo rumore.
Avevi capito quello che scrivevo più di molti altri, sapevi in quali radici affondava il mio discorso che non aveva ordine, e lo sapevi senza sapere, prima di saperlo, e io seguivo il tuo come si faceva in certe aule fumose delle lezioni francesi degli anni Sessanta, quando a volte sfuggono parole ma resta forte il desiderio di andarle a ricercare, ritrovarle, ritrovare chi le ha pronunciate, rimasticarle, sentirle in bocca e trascriverle. Non avevo la conoscenza per comprendere tutto ciò che scrivevi, ma le cose non passano solo attraverso la comprensione, riescono a tracciare solchi invisibili, direzioni, e tu li tracciavi, le tracciavi. Percorsi. 

Per me eri un po’ così, forse lo eri per tutti: arrivato da un’epoca passata dove la sete di libri e lavagne e pensiero era grande. Ma vivevi anche il fondo del presente, lo scavavi, nei tuoi libri di filosofia, di epistemologia, e nel tuo impegno nella salute mentale. Archeologo dell’esistenza.
Il tuo volto mi ha sempre ricordato qualcuno, ma non ho mai saputo chi, e ancora non lo so, un volto come un enigma da decifrare, ma il sorriso delle tue foto con tua moglie Maddalena non era un enigma, diceva una sincerità delicata.  

Un giorno abbiamo unito le nostre visioni, qui, tu hai messo le parole, io uno scorcio in bianco e nero che, avevi detto, sembrava un violino. In realtà era solo l’interstizio del sedile di un treno. Resta questo saggio, la tua profondità, la meticolosità della ricerca della linea della frase, le lingue, il linguaggio, l’arte, la filosofia.
Un anno fa ci siamo riscritti, non stavo bene, mi invitasti a raggiungerti a Padova, parlare dal vivo, volevi aiutarmi. Un’altra lunga telefonata, gentile.  
Gentile è un altro aggettivo con cui vorrei ti si ricordasse. 

Ti risposi che quando avrei avuto le forze l’avrei fatto. 
Poi ho atteso, non ce l’ho fatta. Ancora una volta. Ho saputo ora della tua scomparsa, e sono rimasta in silenzio. Credevo ci saremmo visti, non ci siamo mai visti.
Resta tutto quel che resta, tutto quello, così tanto, che ci hai lasciato.

Mariasole

mariasole ariot

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) ha pubblicato Anatomie della luce (Aragno Editore, collana I Domani - 2017), Simmetrie degli Spazi Vuoti (Arcipelago, collana ChapBook – 2013), La bella e la bestia (Di là dal Bosco, Le voci della Luna 2013), Dove accade il mondo (Mountain Stories 2014-2015), Eppure restava un corpo (Yellow cab, Artecom Trieste, 2015), Nel bosco degli Apus Apus ( I muscoli del capitano. Nove modi di gridare terra,Scuola del libro, 2016), Il fantasma dell'altro – Dall'Olandese volante a The Rime of the Ancient Mariner di Coleridge (Sorgenti che sanno, La Biblioteca dei libri perduti 2016). Nell'ambito delle arti visuali, ha girato il cortometraggio "I'm a Swan" (2017) e "Dove urla il deserto" (2019) e partecipato ad esposizioni collettive. Ha collaborato alla rivista scientifica lo Squaderno, e da settembre 2014 è redattrice di Nazione Indiana. Aree di interesse: psicologia, sociologia, arti visuali, filosofia - e in generale tutto ciò che concerne tematiche riguardanti l'esistenza. Preferenza per forme di scrittura sperimentali (in poesia e prosa) 

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