Due poesie di Anne Sexton

di Anne Sexton

traduzione di Viola Di Grado

 

ELIZABETH, SPARITA*

1.

Stai nel tuo nido di morte vera,
oltre lo stampo delle mie dita nervose
che ti sfioravano la testa smaniosa;
la vecchia pelle corrugata, il fiato dei polmoni
bambina cresciuta rimpicciolita che guardava in alto
alla mia faccia dondolante sul letto umano.
E da qualche parte hai pianto, lasciami andare lasciami andare.

Stai nella cassa della tua ultima morte,
ma non eri tu, non eri tu alla fine.
Le hanno imbottito il petto, ho detto;
questa mano di argilla, questa maschera di Elizabeth
non sono vere. Da dentro il raso
e il camoscio di questo letto inumano,
qualcosa ha urlato, lasciami andare lasciami andare.

2.

Mi hanno dato le tue ceneri e le conchiglie d’ossa,
sferraglianti come caraffe nell’urna di cartone,
sferraglianti come pietre benedette dal forno.
Ti aspettavo nella cattedrale dei sortilegi
e ti aspettavo nel paese dei vivi,
ancora con l’urna canticchiata al petto,
poi qualcuno ha urlato, lasciami andare lasciami andare.

Così ho gettato le tue ultime conchiglie d’ossa
e mi sono sentita piangere per il tuo sguardo,
il tuo volto di mela, il presepio semplice
delle braccia, l’aroma di agosto
della pelle. Poi ho ordinato i tuoi abiti
e gli avanzi dei tuoi amori, Elizabeth,
Elizabeth, finchè sei sparita.

 

VOLER MORIRE

Visto che lo chiedi, sappi che di solito non ricordo.
Cammino, vestita, illesa dal viaggio.
Poi il quasi indicibile estro ritorna.

Persino allora non ho niente contro la vita.
Conosco bene i fili d’erba di cui parli,
I mobili che hai esposto al sole.

Ma i suicidi hanno una lingua speciale.
Come falegnami, vogliono sapere gli arnesi.
Non chiedono mai perché costruire.

Due volte mi sono dichiarata, con tale semplicità,
ho posseduto il nemico, ingoiato il nemico,
Gli ho sottratto l’ingegno e la magia.

Così, pesante e pensosa,
più calda dell’olio o dell’acqua,
ho riposato, salivando dalla bocca.

Non pensavo al mio corpo al punto croce.
Persino la cornea e l’urina avanzata, sparite.
I suicidi hanno già tradito il corpo.

Nati morti, non muoiono sempre,
ma ammaliati, non dimenticano una droga così dolce
che farebbe sorridere i bambini.

Ficcare tutta quella vita sotto la lingua! –
Quello è già passione.
La morte è un osso triste, ammaccato, diresti

eppure mi aspetta, anno dopo anno
per annientare dolcemente una vecchia ferita,
Per svuotare il mio fiato dalla sua meschina prigione.

Là, in equilibrio, i suicidi a volte si incontrano,
Accaniti su un frutto, su una luna gonfiata,
abbandonando il pane che scambiarono per un bacio,

Lasciando il libro sbadatamente aperto,
Una frase non detta, il telefono sganciato
e l’amore, qualunque cosa fosse, un’infezione.

***

ELIZABETH GONE

1.

You lay in the nest of your real death,
Beyond the print of my nervous fingers
Where they touched your moving head;
Your old skin puckering, your lungs’ breath
Grown baby short as you looked up last
At my face swinging over the human bed,
And somewhere you cried, let me go let me go.

You lay in the crate of your last death,
But were not you, not finally you.
They have stuffed her cheeks, I said;
This clay hand, this mask of Elizabeth
Are not true. From within the satin
And the suede of this inhuman bed,
Something cried, let me go let me go.

2.

They gave me your ash and bony shells,
Rattling like gourds in the cardboard urn,
Rattling like stones that their oven had blest.
I waited you in the cathedral of spells
And I waited you in the country of the living,
Still with the urn crooned to my breast,
When something cried, let me go let me go.

So I threw out your last bony shells
And heard me scream for the look of you,
Your apple face, the simple creche
Of your arms, the August smells
Of your skin. Then I sorted your clothes
And the loves you had left, Elizabeth,
Elizabeth, until you were gone.

 

WAITING TO DIE

Since you ask, most days I cannot remember.
I walk in my clothing, unmarked by that voyage.
Then the almost unnameable lust returns.

Even then I have nothing against life.
I know well the grass blades you mention,
the furniture you have placed under the sun.

But suicides have a special language.
Like carpenters they want to know which tools.
They never ask why build.

Twice I have so simply declared myself,
have possessed the enemy, eaten the enemy,
have taken on his craft, his magic.

In this way, heavy and thoughtful,
warmer than oil or water,
I have rested, drooling at the mouth-hole.

I did not think of my body at needle point.
Even the cornea and the leftover urine were gone.
Suicides have already betrayed the body.

Still-born, they don’t always die,
but dazzled, they can’t forget a drug so sweet
that even children would look on and smile.

To thrust all that life under your tongue!-
that, all by itself, becomes a passion.
Death’s a sad Bone; bruised, you’d say,

and yet she waits for me, year after year,
to so delicately undo an old wound,
to empty my breath from its bad prison.

Balanced there, suicides sometimes meet,
raging at the fruit, a pumped-up moon,
leaving the bread they mistook for a kiss,

leaving the page of the book carelessly open,
something unsaid, the phone off the hook
and the love, whatever it was, an infection.

 

* Elizabeth gone è inedita in italiano.

francesca matteoni

Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Insegno storia della magia e della medicina, religioni comparate e altri corsi presso alcune università americane a Firenze. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ho curato libri collettivi ispirati al fiabesco e collaboro con riviste online, fra cui L'Indiscreto e Kobo. Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto in Sardegna. I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. A lunedì alterni mi si può ascoltare su Fangoradio, con la trasmissione Sàivu. Abito con il gatto Ariel. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/ 

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