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Collegio di entomologia

di Tommaso Lisa

La ricerca della preda vivente non è la ricerca frettolosa dell’ombra di cui si accontenta la pigrizia di spirito che si dà il nome di azione.

Georges Bataille

 

Passeggiando, sul sentiero, trovo sparsi frammenti di carabo. Qua e là delle zampe, qualche elitra, un pronoto. Sono probabilmente residui coagulati nelle feci di qualche predatore, volpe o cinghiale, che la pioggia ha sciolto e dilavato. Frammenti inerti, parti inanimate di una forma che aveva vita. Crea un sommovimento interiore pensare che quelle elitre spaiate, quella carcassa di pronoto, fino a pochi giorni prima erano parti organiche di una creatura attiva. Forme animate, hanno dato nutrimento da vive ad altre forme viventi che, se non venissero raccolte, catalogate e descritte, andrebbero perse, tornerebbero polvere senza storia. Fluttuo sospeso in un tempo metafisico osservando gli sparsi frammenti di carabi. È forse questo ciò che chiedo all’entomologia, uno shock percettivo legato alla memoria di forme archetipiche, un turbamento del pensiero che faccia deragliare la percezione abituale di me nell’esistenza.

Continuo a passeggiare e giungo vicino a una vecchia quercia colpita da un fulmine. Vagheggio da giorni, forse vagellando, la fondazione di un improbabile “Istituto di Entomologia Metafisica”. Meglio ancora, un “Collegio di Entomologia Patafisica”. Oppure una via di mezzo tra i due. Prenderei come riferimento l’iniziatico “Collège de sociologie” fondato dal filosofo e scrittore francese George Bataille, assieme alla rivista “Acéphale”. Forse, più che una congrega d’accoliti, seguaci d’una forma di “entomologia sacra”, dovrei essere l’unico partecipante a quest’attività solipsistica di meditazione. Secondo la “congiura sacra” ideata da Bataille, io, unico membro dell’associazione, dovrei abbandonare la società civilizzata e la sua luce per osservare segretamente il mondo umano fuori dalle coordinate convenzionali, per divenire tutt’altro da ciò che la società vuole, oppure cessare di esistere. Una parodia della metafisica, basata sulla scrupolosa osservazione delle “eccezioni” entomologiche.

Mi chino a terra, ai piedi del tronco, a meditare. L’esistenza non dovrebbe servire solo da testa e ragione. Nella misura in cui l’esistenza diventa razionalmente “necessaria” essa accetta un asservimento. Ma la vita, come testimoniano queste elitre, questi frammenti intrisi di sterco che tengo nel palmo della mano, eccede l’asservimento, la riduzionista ragione dell’utile. Mi avvicino ad un’altra dimensione quando, sul mio piccolo e sdrucito taccuino d’appunti entomologici, che continuo a preferire a un documento di Word o a un programma di registrazione vocale, redigo il “manifesto” con un mozzicone di lapis, da pubblicare nel primo numero di un ipotetico Bollettino:

LA CONGIURA ENTOMOLOGICA

Atti del collegio di entomologia metafisica

Ciò che noi abbiamo intrapreso non dev’essere confuso con nient’altro, non può essere limitato all’espressione di un pensiero e ancora meno a ciò che è considerato come arte.

L’avidità umana incontra il vuoto. Siamo ferocemente entomologi, di un’entomologia elevata a religione, nella misura in cui l’esistenza si ribella alla dittatura della necessità e dell’utile.

Ciò che intraprendiamo è una ricerca di un incognito, di una alterità imponderabile che si manifesta ogni volta che si entra nel bosco in cerca di insetti.

È tempo di abbandonare il mondo civilizzato e la sua luce. Misurare e conoscere tutto porta a un’esistenza senza attrattive. Segretamente o no, dopo aver attraversato gli strumenti della retorica, è necessario porsi in una disposizione d’animo verso l’ignoto, l’inatteso, l’imprevedibile. Ciò che non ha nome e non può essere misurato.

Noi amiamo l’insetto come una alterità assoluta e irriducibile. Lo sottoponiamo a un nome, a una ricerca, a una scomposizione anatomica ma infine, al di là di ogni analisi scientifica quale presupposto di esercizio ascetico, lo scopo è la resa. Arrendersi, esausti, innanzi all’evidenza che, nonostante ogni sforzo della ragione, il significato dell’insetto resta impossibile da comprendere.

Amare l’insetto significa arrendersi davanti a questa frustrazione. Dopo aver provato tutte le strade razionali della misura e della nominazione, l’arte combinatoria della razionalità, deporre le armi della ragione e porsi in semplice contemplazione. A mani tese, con gesto di prostrazione. Di fronte a una mancanza abissale che non è colmabile con nessuna parola.

Oltre la storia, oltre la civiltà. La vita si svolge in un ordine di grandezza che solo l’estasi e l’amore possono ammirare. Nella sua grandezza, nel suo irredimibile tumulto. Colui che, con fare scientifico, tiene ad ignorare o a misconoscere l’estasi è un essere incompleto il cui pensiero è ridotto all’analisi.

Occorre però prima aver attraversato la ricerca e il calcolo, essersi sfiniti nella sistematica, per raggiungere lo stato d’estasi. Tanto più lunga sarà la strada di analisi, quanto più pura sarà l’illuminazione. Bisogna procedere come se davvero la scienza possa spiegare qualcosa, segnare la via del percorso per l’estasi. Ma lo scopo resta la liberazione dalla necessità. La ricerca di un affrancamento dalla necessità.

Una ricerca asservita alla necessità porta alla cecità. Per vedere oltre, occorre sfuggire alla testa, farsi acefali, oppure gastrocefali, o stetocefali. Dopo aver provato con rigore scientifico le estenuanti forme della sistematica dovrebbe apparire evidente come l’insetto non sia del tutto incasellabile, restando un’alterità irriducibile e misteriosa.

Giunti al punto di questa specola, testimonianza di un piano naturale delle cose, il cosmo apparirebbe allora regolato da leggi universali, un ordine che il linguaggio umano non potrà arrivare a comprendere se non nella condizione acefalica.

Ciò che penso e che presento non l’ho pensato né rappresentato da solo. Scrivo nella campagna fiorentina, all’ombra di un una quercia colpita dal fulmine. In questo istante stesso, osservo al contempo ma non simultaneamente la realtà e la sua rappresentazione. Per non vivere come un ragioniere, con gli occhi cavati, che non si sanno più meravigliare di niente, contemplo nel disegno delle elitre di questo insetto il tumulto di infiniti che è la vita.

Chiudo il piccolo taccuino e lo ripongo nella tasca dei pantaloni, lasciando il mozzicone di lapis a fare da segnalibro. Durante la caccia sacra e il rituale di determinazione dell’insetto, divento io stesso insetto. Osservo ancora i frammenti del carabo nel palmo delle mani e dal fondo dell’occhio di Medusa, riflesso sulle elitre del carabo, ecco apparire lo stetocefalo, come in un blasone si specchia il mio stesso volto, in un’araldica mise en abyme.

Una costellazione di nomi si articolano sul territorio, nel labirintico dedalo di sentieri sotto al bosco di lecci, fino al culmine del monte Ceceri, alla radura sommitale, in un moto di ascesa e discesa segnato da varie tappe. Perdo la testa in questa ricerca senza fine di un rapporto più profondo di coesione con l’ambiente. Durante il rituale del ribaltare pietre in cerca del carabo, condotto con cocciuta ostinazione, capisco che l’attesa del carabo deve essere delusa. Dall’insufficienza non si sfugge né col caso, né col sogno. Sono consapevole che si è creato un incanto occasionale, e solo nella consapevolezza dell’incantamento (e non nel disincanto) la vita ha un valore. Perdo la testa in questo gioco potenzialmente infinito di ricordi e descrizioni dell’oggetto dei desideri. Da questa fin troppo dichiarata consapevolezza dell’incanto nascono i sedici racconti seguenti.

I limiti del racconto sono quello di questo stesso bosco che attraverso in silenzio, delineati in questa mappa:

Questo testo è apparso su numero 42 della rivista Liberazioni.

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francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/