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Radio days: Martina Bertoni

Trasfigurazioni

in conversazione con Martina Bertoni

di Mirco Salvadori

Ricordo di aver chiuso gli occhi, forse per riposare o letteralmente sprofondare nel sonno da mesi rincorso, al pari di un veloce levriero che stremato si lancia comunque all’inseguimento di una finta lepre, troppo veloce per esser raggiunta. Ancora intontito dalla perdita di coscienza, il cuore che sfugge al proprio battito riapro gli occhi cercando di trovare l’equilibrio della memoria.

Dov’ero, cosa stavo cercando prima della perdita di coscienza. L’eco delle dimenticanze mi scivola addosso, fatico a focalizzare e solo il riverbero di un suono proveniente dalla finestra spalancata mi aiuta nel processo del ricordo.

Esco all’aria aperta e vengo travolto dal sordo rumore del sole accecante che penetra il viavai della vita, un’apparente semplice confusione dispersa tra le vie e trasformata dal calore della luce in sospeso istante di infinita attesa. Cammino instabile, seguo l’esile riverbero musicale che insiste e danza cercando la mia percezione e inizio a ricordare il nome di un locale. Ancora non so perchè lo ricordo e perché devo trovarlo.

Lo cerco mentre cammino lungo strade che non conosco, seguendo una linea immaginaria capace di unire tra loro distanze sconfinate. Potrei trovarmi a Pordenone come a Berlino, non ha importanza. Ciò che conta è il suono che ora inizio a udire chiaro, così come le altre informazioni che improvvise giungono a riconnetermi con il mondo che mi circonda. Sono preghiere quelle che sento, sono voci che parlano lingue straniere quelle che fluttuano nello spazio intriso di pesante e silente bisogno di una pausa liberatoria. Sono i versi di un poeta di strada che riesce a suonare dei nastri magnetici, testimoni di antiche registrazioni, il microfono ben inserito nel più recondito orifizio emotivo. E’ la voce di un antico strumento che sa adattare le sue corde vocali, comunicando nelle mille lingue che l’animo umano riesce a percepire.

Eccomi giunto, l’insegna di questo disadorno luogo risplende nella luce che via via va scemando, sono giunto fin qui per incontrare colei che forse potrà raccontarmi che significa inoltrarsi lungo la strada delle emozioni alla ricerca di una rinascita nella difficile e complicata ricerca di se stessi.

È da quando ti ascolto che sento il desiderio di farti una prima domanda. Con cosa entri in contatto quando le vibrazioni del tuo violoncello iniziano ad apparire danzando nelle tue visioni..

Domanda difficile, non lo so nemmeno io…di sicuro con le vibrazioni fisiche dello strumento. Una delle caratteristiche peculiari del violoncello è che viene suonato con tutto il corpo: le ossa, i muscoli, la cassa toracica entrano in risonanza. E’ un fatto fisico ed è una sensazione magnifica.

Come dialoga Martina Bertoni con il suo strumento, sei conscia della potenza che sa sviluppare e come la controlli, sempre tu voglia controllarla.

Sonare per me è un esercizio costante di controllo. Il violoncello richiama sempre ad una disciplina, la cui parte interessante sta nel forzare i propri limiti fisici e interpretativi verso l’espansione. C’è poi una particolare affinità mia personale con le frequenze più basse. Lo strumento con cui suono ora non è più un violoncello nel senso classico, si tratta di un pre-prototipo, su ispirazione dei violoncelli antichi a 5 corde, ma in carbonio e la corda in più è in basso.

Io credo sia importante per meglio conoscerti, ascoltare un riassunto del tuo percorso formativo ma anche geografico. Martina Bertoni può considerarsi un’anima errante, colei che viaggia ma non vaga. E’ questo forse il termine più appropriato, se rapportato alla tua storia?

Sempre stata in viaggio, fin da piccolissima. Mio padre era ferroviere e sono cresciuta trascorrendo molta della mia infanzia in treno. Viaggiare per molti anni è stata una necessità logistica, fino a che è diventata una costante nella mia vita. Sia come musicista che come individuo. Mi piaceva e mi piace tuttora stare in viaggio ed imparare a vivere in luoghi diversi. Ringrazio gli anni trascorsi da studente universitaria in perenne borsa di studio in Europa dell’Est, come ringrazio gli anni passati in tour in giro per il mondo. Sono cresciuta in provincia a Nord Est, un posto morbosamente morbido, in cui tutto è comodo ma non c’è quasi nulla da fare. Stare in giro mi ha sempre fatto stare meglio. Fino ad ora ho avuto un’esistenza fortunata e ricca di storie. Ora sono ferma qui in Germania.

Durante il cammino hai incontrato molti musicisti, alcuni di questi sono stati fondamentali per la tua crescita. Come hanno contribuito alla tua formazione.

Ho incontrato ed ho avuto a volte la fortuna di lavorare con un numero incredibile di musicisti ed artisti. Tutto sommato la mia storia musicale è facilmente visibile e rintracciabile per tutti. Sono incredibilmente grata per tutti gli incontri che hanno costellato il mio passato. Alcune di queste collaborazioni sono state lunghe e prolifiche, ed ovviamente hanno lasciato insegnamenti ed esperienze, com’è normale che sia.

La mia formazione è stata lunga, sparsa e diversificata ed è un processo ancora in corso.

Paradossalmente l’accademia è stata fondamentale nell’insegnarmi la disciplina, quanto sia determinante volere infrangere i propri limiti, ed il puro valore dello studio. I lavori più sperimentali mi hanno dimostrato quanto sia importante cercare ridisegnare le mappe.

La cosa curiosa è che tutte le mie collaborazioni ed incontri del passato sono legati al periodo in cui da violoncellista, suonavo con e per altri artisti, la musica era sempre di qualcun altro. Per me è un periodo concluso, quello che faccio ora non ha punti di contatto col passato. Quando ho cominciato a scrivere per me ho deciso che non avrei più suonato il violoncello con o per altri, almeno per un bel po’.

Che umanità incontri quando decidi di partire alla ricerca di te stessa, quale il salto che devi prepararti a fare per iniziare a capire che la strada è quella giusta.

Sono a mio agio quando sono presente nel presente, e per me è imperativo cercare di imparare quello che non so e non crogiolarmi troppo nel passato, nel comfort di ciò che so già fare. Ad esempio, mi piace l’idea di sedermi davanti ad un pezzo di hardware o un software e non avere la più pallida idea di come funzioni. Poi la parte per me più seducente è capire come mettere tutto in comunicazione con il mio strumento. Se c’è questo senso di sfida costante allora credo di essere sulla strada giusta, sperando poi che possa arrivare un risultato interessante. Non sempre succede. In questa fase ho davvero poca umanità intorno, tendo ad essere schiva.

Il musicista, al pari dello scrittore, riempie le sue pagine con una stesura capace di esprimere diversi stati d’animo che amplificano il loro messaggio anche grazie alla profondità espressa dal suo strumento. Partiamo dal primo capitolo: All Ghosts Are Gone uscito nel Gennaio dello scorso anno per l’etichetta islandese FALK, acronimo del provocatorio Fuck Art Let’s Kill. Prova sublime che rivolge lo sguardo dietro di sé, fissando le ombre che pian piano svaniscono. Parlacene.

All the ghosts are gone è stato il primo album. E’ stata una scrittura terapeutica, il culmine di un periodo di cambiamento, fatica e di transizione personale. Dovevo recuperare molte energie. Per la prima volta ho avuto del tempo a disposizione per prendermi cura di me e per scrivere musica in totale indipendenza ed isolamento. E’ stato laborioso capire dove volessi andare, stilisticamente parlando. Ho provato a trovare un modo per scrivere qualcosa che mi piacesse e mi convincesse. Il risultato è All the Ghosts Are Gone…sono stupita e felice per quanto bene sia stato accolto.

Esiste una componente letteraria ispirativa nel tuo lavoro di costruzione musicale, testi o autori che riescono in qualche modo a influenzare le tue composizioni?

In generale non direi. Alcuni dei lavori recenti hanno riferimenti testuali letterari (Edda, Kurt Vonnegut, Stanislaw Lem), nati per il desiderio di lavorare assieme a mio marito che viene dal teatro e possiede una visione per il perfomativo assolutamente fantastica. Se devo citare uno scrittore preferito dico David Foster Wallace sopra ogni cosa. Ciò che però mi ispira musicalmente parlando è più legato al senso della vista, alle immagini, reali o no che siano

Le tracce dei tuoi lavori trovo siano tossiche, quell’idea di tossicità legata a una cultura romantica, un fluire di sostanze che ti trascinano lentamente altrove, nella beatitudine o nella mestizia di luoghi altrimenti non raggiungibili. In questo album il mio sentire ha individuato due brani in particolare che contengono una dose maggiore di oppiacei: Blu, quasi un canto alla luna e Notes At The End Of The World, con il suo lento e costante progredire verso una rinascita che sola può giungere dopo una fine. Ti teniamo per mano Martina, accompagnaci dentro il tuo suono.

Sono gli unici due brani dove ho deciso di cominciare a scrivere dai beats. Ho provato a partire dalla parte opposta al mio strumento. In quel periodo ascoltavo Punctum, Vatican Shadow, Kangding Ray, Varg 2TM…diciamo che questi due brani in particolare sono i frutto distonico dei miei ascolti del periodo.

Per Blu avevo a disposizione delle tracce di violoncello molto liriche – l’elemento lirico del violoncello è la parte per me più controversa del mio strumento – e la direzione è stata quella di provare a farle marciare dentro una griglia ritmica per smorzare i tutto questo pathos. Notes at the End…è il primo esperimento non strumentale, nato in maniera quasi casuale con mio marito, Hinrik Thor. Abbiamo appoggiato il testo al primo tentativo, la prima take è risultata perfetta e senza troppo pensare è saltato fuori un perfetto ultimo brano per il disco, una specie di commiato asciutto.

Ciò che la tua musica esprime è anche il risultato di una ragionata e studiata commistione di pensiero musicale classico e moderno. Il suono del violoncello, espressione prettamente legata alla risonanza acustica, viene ‘contaminata’ dall’immissione di materia digitale e analogica sintetizzata, che ne aumenta particolarmente la capacità di penetrazione. Una scelta non scontata, anche se assai diffusa, per chi si è formato in conservatorio. Spiegaci.

ll violoncello è uno strumento antico il cui repertorio è legato al passato. Più ci si avvicina all’oggi è più diventa difficile rappresentare il presente con uno strumento così costretto e determinato da codici precisi. La mia scelta è frutto della necessità di potermi riconoscere nel mio presente, con gli strumenti e le conoscenze che ho e che posso potenzialmente implementare. Il conservatorio è un istituto museale, che si occupa di preservare una tradizione. Il presente va nella direzione del digitale, è sintesi, è realtà aumentata, dialogo con AI. La velocità è esponenziale e questi sono tutti aspetti per me molto affascinanti.

Nel Dicembre dello scorso anno ti ritrovi a Reykjavìk, ti capita di andare ad abitare in un appartamento completamente vuoto nei sobborghi della città. Nella completa solitudine di un Natale vissuto al Nord, chiusa in un appartamento del tutto disadorno, componi le tracce del tuo ultimo disco. Nasce così Music For Empty Flats uscito a Gennaio per la berlinese Karl Records. Cosa sei riuscita a scorgere in quelle stanze vuote, cosa ti ha suggerito il silenzio nordico, quale racconto scaturisce da questa, immagino profonda esperienza.

Il silenzio e un po’ di isolamento sono spesso per me necessari per produrre musica e per stare bene. Durante il Natale 2019 mentre ero a Reykjavik ho iniziato ad abbozzare quello che poi sarebbe diventato Music for Empty Flats. Avere tempo e spazio a disposizione è stata una grossa fortuna. Ho poi completato il disco qui a Berlino, durante i primi mesi della pandemia. Ancora, tempo e spazio a disposizione. Ho potuto concentrarmi su un processo di asciugatura del modo in cui scrivo musica. Meno tracce e molto più spazio acustico da sfruttare. Sono riuscita a trovare un modo diverso di scrivere e a liberarmi ancora di più dalla necessità melodica e armonica a cui il violoncello normalmente confina. Ora lo posso considerare al pari di tutti gli altri intetizzatori, come un semplice generatore di suono. Nel mentre è arrivata Karlrecords e tra pochissimo il disco esce.

Dal Nord Europa all’Italia, un paese nel quale conti di tornare?

Sono felice di tornare per vedere la mia famiglia, sarebbe bellissimo poter tornare anche per delle date ma i tempi al momento sono ancora confusi e molto incerti per tutti. Per il resto ora la mia vita è radicata qui.

 

All the ghosts are gone Martina, grazie.

Grazie a te Mirco!

Link utili:
 VIDEO TRACCIA ULTIMO LAVORO: https://www.youtube.com/watch?v=cDmYSZ00m2Q
 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux