Mots-clés__Attesa

 

Attesa
di Ornella Tajani

Lucienne Delyle, J’attendrai -> play

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Ph. Mimmo Jodice, “Attesa”, 1999

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Da Louis-René des Forêts, Les Mendiants, Gallimard, 1986, traduzione inedita di Camilla Diez

«Quando non ti amerò più, sarà il ritorno del caos», dice Otello, ma io dico che quando non lo amerò più sarà il ritorno alla serenità. Ha detto che sarebbe venuto alle due ed erano le due e dieci. Mi sono alzata, sono andata verso l’armadio e ho aperto le due ante, ho infilato la mano sotto la pila di biancheria morbida, ho toccato la pendola piatta e fredda e l’ho posata sullo scrittoio. Ho teso l’orecchio ma il rumore violento della fiera copriva i rumori familiari: i rintocchi, il cigolio della porta e i passi. Le donne salgono sui vagoncini e in cima a un ripido pendio si stringono l’una all’altra, avvertono un delizioso bruciore nel petto. Il vagoncino è lento, lentissimo, poi precipita; le viscere scendono nelle gambe, esplodono grida; la gente, a testa in su, da sotto le guarda ridendo. Mi sono rimessa a letto, le mani incrociate sotto la nuca. Quando credevo di sentire il cigolio della porta mi alzavo di scatto e tutta stordita mi guardavo allo specchio premendomi le tempie con il palmo delle mani e giravo per la stanza, non sapendo più che farne, delle mani: non è lui, non è lui, lo so che non è lui, ma rimanevo immobile, i muscoli dolorosamente contratti (mi dicevo che non era lui perché se mi fossi detta che era lui ogni speranza sarebbe sfumata: bisogna dire no ed è sì, o sì ed è no), e attraverso la parete ascoltavo i passi che si allontanavano nel corridoio e che venivano coperti dalla musichetta delle giostre, poi non sentii più nulla. Mi ha mentito di nuovo, e continuavo a dirmi che non sarebbe venuto. Non verrà e stavolta è finita davvero, ma al tempo stesso pensavo che forse il pranzo si era protratto, avevano bevuto e fumato sigari, non poteva andarsene o magari avevano iniziato tardi, aveva perso la nozione del tempo e non sapeva che erano già le due e un quarto (non verrà, non verrà, non verrà) e lo vedevo in mezzo a volti congestionati, rideva e parlava a vanvera come sempre gli uomini dopo un buon pasto (non verrà, non verrà). Quando ieri sera mi aveva detto che sarebbe venuto alle due avevo avuto la certezza che sarebbe venuto, la certezza che sarebbe venuto proprio alle due, ma erano le due e un quarto passate, forse il mio orologio va avanti di cinque minuti. E difatti l’orologio di Sainte-Anne batté il quarto, e fui sollevata: era una vittoria sul tempo. Così tornavamo tutti indietro di cinque minuti, e durante quei cinque minuti sono rimasta seduta senza muovermi, mi bruciavano le mani, gli occhi sorvegliavano la lancetta, la vedevo scendere, ero furiosa che fosse tanto rapida e tra poco avrebbe nascosto il IV. Già sapevo che non sarebbe venuto. Ma perché, quando mi stava davanti e mi ha detto, inclinando la testa e sollevando un cappello immaginario, che sarebbe venuto alle due, non ho insistito perché mi confermasse che sarebbe venuto proprio alle due in punto? Mi guardava con quegli occhi così vivaci che ero assolutamente sicura che avrebbe mantenuto la parola. Ora ero assolutamente sicura che non sarebbe venuto. La lancetta era scivolata sul IV e continuava il suo cammino silenzioso. La lunga cenere della sigaretta mi era caduta sulle ginocchia. Mi sono alzata e ho scrollato la cenere leggera dalla gonna. Mi ricordavo le sue parole: «Faccio quello che mi pare, ascolto il sangue nelle vene, io, mentre tu non saprai mai cos’è la vita perché stai sempre ferma ad aspettarla, invece di inseguirla», non ho osato dirgli che lo inseguivo notte e giorno, e quando sono sola nel mio letto penso: «Sta con l’altra», e vedo come si china su di lei, come le sorride e vedo come fossero sopra la mia testa i suoi occhi grigi attraversati da tutti i riflessi della passione. Eppure della passione non sapeva nulla, conosceva solo il piacere. Avrei voluto che fosse nel mio cuore un minuto soltanto per vederne le ferite. O forse l’amava? Se sapesse che lo inseguivo notte e giorno sarebbe così contento che mi ignorerebbe ancora di più, perché allora saprebbe che i miei sentimenti non si fermano di fronte a nulla.

Ero rimasta sdraiata, tranquilla, con gli occhi aperti, mentre il brusio della folla che saliva dal porto a ondate d’intensità variabile rendeva più dolorosa la mia solitudine. Poi non ho pensato più a nulla, non aspettavo più, non soffrivo più, e per molto tempo rimasi con la mente vuota. Di colpo, le vibrazioni dell’orologio: mi ronzarono le orecchie. Lentamente mi sono seduta; avevo i capelli appiccicati alle tempie, e lentamente ho ripreso i sensi; poi mi sono alzata: la stanza girava piano piano. Quando ho sentito Valencia biascicata senza slancio dall’organetto della giostra i miei occhi si sono riempiti di lacrime. Guardavo i miei piedi rosa, solcati da vene azzurre, con le dita strette nelle scarpe di camoscio e mi sono ricordata che era domenica. «Devi cercare e troverai», diceva, «ma tu resti immobile ad aspettare che la vita ti piova dal cielo. Non devi aver paura dei tuoi impulsi, rincorri ciò che può darti gioia, non è la gioia a venire da te, sei tu che devi andarle incontro, e più tardi dovrai correre, e più tardi ancora, quando non avrai più la forza di correre, almeno potrai dirti sorridendo: l’ho avuta quando ho potuto averla e cerco di averla ancora quando ormai non posso più; quindi sono ancora viva», ma lui parla così perché cerca una gioia qualunque; oppure è più fortunato degli altri. Perché forse l’ama e sta con lei, ecco perché non è venuto. E, di nuovo, lo vedevo chino su di lei, le accarezzava la mano, gli occhi la penetravano con un tiepido chiarore, eppure era sempre sdegnoso come se tutto gli fosse dovuto, e di nuovo ho sentito il desiderio di addormentarmi: non volevo più vedere quelle immagini, non volevo più sentire le sue parole che al mio orecchio, risalendo dal passato, si agitavano come mosche d’estate. Avrei voluto che fosse notte e sprofondare nel buio, nel buio, il buio, ma quando chiudevo gli occhi vedevo una distesa rossa che mi bruciava le palpebre e preferivo vedere la luce brutta e cruda. Lo cercavo notte e giorno: come era stato in mia presenza, gentile o ostinato, come aveva recitato, e tutti i suoi gesti, tutte le sue espressioni riprendevano vita a mezzanotte, quando nell’albergo regnava finalmente il silenzio e sentivo solo le fronde, il mare, i muggiti delle navi. Pesavo le sue parole più dolci e quelle più cattive, le più dolci mi sembravano spesso venirgli dal cuore e le più cattive elaborate dal cervello per nascondere quelle più dolci, per turbare la mia fiducia, perché è convinto che l’amore sia un gioco e per alimentare la fiamma si debba stuzzicare la gelosia. Era colpa mia: avrei dovuto amare un uomo che cerca il riposo. L’amore, una pianura tenera e malleabile (e al tempo stesso mi dicevo: «No, no, io amo solo la violenza, non so che farmene di quegli uomini mansueti che si fanno comandare a bacchetta; lui è un uomo, un uomo, un uomo»). Attraverso la camicia sentivo una frescura leggera e salina, un po’ umida; la fronte poggiava sulle braccia incrociate, la bocca sul copriletto madido di lacrime; sotto la pelle delle tempie si stringevano due tenaglie. Non verrà e sta con lei. «Il giorno in cui non ci sopporteremo più troncherò all’instante», diceva, «bisogna essere schietti, perché la libertà esige schiettezza.» – «Ma Grégoire, noi non ci lasceremo, non ci lasceremo mai.» Lui fischiettava e mi guardava con un’aria assorta, impietosita, intollerabile. Mi ero stretta a lui ed eravamo rimasti per un po’ senza parlare. Ciascuno va per la sua strada, ciascuno va per la sua strada, aveva canticchiato, e le strade non si incontrano; suppongo fosse una citazione (alle domande imbarazzanti lui risponde con delle citazioni); poi mi aveva abbracciata e aveva posato le labbra ardenti sulle mie e io avevo pensato, stupida che sono, che quella fosse la risposta migliore, ma ora so che era un insulto.

Mi sono girata, sbadigliando, e sono rimasta stesa sulla schiena, con gli occhi spalancati e le mani sotto la nuca lacerata da un dolore cocente, a guardare il soffitto chiazzato di macchie di ruggine tanto da somigliare a una mappa. Mi sembrava che il lungo gemito di una nave, le risate dei bambini, le spirali rapide e cristalline degli organetti e il baccano metallico del Scenic Railway mi martellassero forte la fronte, le tempie e la nuca, e mi gridassero che era finita, finita, finita, che la vita mi metteva alla porta: vattene, vattene, vattene; prendevano a calci un cadavere, vattene, vattene, vattene, non ce ne importa nulla di te, vattene, vattene, vattene, nulla di te, nulla di te. Mi sono tirata su di scatto: il sole che splendeva sotto le tapparelle abbassate faceva brillare il nichel della pendola, che segnava le tre meno un quarto; mi sentivo perduta, impotente, presa in trappola come una mosca nel ritmo monotono e vorticoso della giostra, e le sue grida acute squarciavano l’aria assonnata come grida di rivolta in un mondo pesante, dolciastro e opprimente. Mi sono alzata. Davanti allo specchio mi sono stropicciata gli occhi con il fazzoletto attorcigliato; ho acceso una sigaretta e mi sono affacciata alla finestra: la folla era ammassata contro le giostre che, viste dall’alto, parevano ombrellini; palloncini gialli, rossi, verdi e azzurri svolazzavano altissimi, uniti in un grappolo multicolore, trattenuti a terra da fili invisibili; un odore di scuderia, di torrone, di noccioline, di bambini e di folla saliva a ondate fino a me, e sulla piattaforma brulicavano le macchinine, minuscole macchie rosse che si scontravano in una specie di danza vana e scomposta tra le urla di gioia e gli spari del tiro al bersaglio. A fare da sfondo, rimorchi scuri, golette bianche e pesanti barconi carichi di carbone e sabbia rossa.

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.