Cedere a “Yoga” di Carrère

 

di Valerio Paolo Mosco

Ha una caratteristica Carrère che probabilmente gli viene dalla sua esperienza come sceneggiatore, quella di fissare in alcuni dettagli visivi la narrazione. Quando narra ad esempio della sua esperienza nella clinica psichiatrica fissa il tutto su un particolare: il risveglio dopo gli elettroshock con la presenza sopra di lui di una misera stampa di un quadro di Dufy. Un quadro calligrafico, di stanco impressionismo, con la sua marina e le signore di fine secolo infiocchettate e gli immancabili bambini vestiti alla marinara. Personalmente ricordo da giovane una stampa simile, chissà forse la stessa, era a casa di un mio amico con cui studiavo in maniera stentorea e le tante volte che alzavo lo sguardo dai libri verso la misera stampa provavo una certa misteriosa irritazione. Carrère ha dato forma con la sua scrittura alla desolazione che questa stampa mi ispirava. Sta qui la sua magia: quella di essere tutto sé stesso, tutto dentro il suo ipertrofico io e allo stesso tempo cogliere un fatto, un frammento, un’inezia che lo rende confidenziale con il lettore. Tutto in lui è io, ma io siete voi che sono io: sembrerebbe questa la formula.

Il modello del suo ultimo libro è ancora una volta le “Confessioni” di Agostino, l’inventore del canone autobiografico occidentale e questa volta Carrère segue il modello senza quei filtri che avevano caratterizzato le altre opere. È abile Carrère, si sa, e la sua abilità alle volte irrita. Ci si chiede, catturati dallo scorrere delle pagine, se quella spontaneità torrenziale non sia artefatta, se, da buon bipolare come egli stesso ammette di essere, il sincero non sia unito all’artefatto in una crasi inestricabile. Un altro esempio. Il libro come si sa è dedicato allo yoga, ma nello scorrere delle pagine lo yoga scivola via lasciando il posto al duro racconto della sua depressione, del bipolarismo, dei ricoveri e all’ancor più duro racconto della sua tendenza nevrotica, manipolatrice dell’altro. Poi, poiché si rende conto che ha esagerato, che rischia di scioccare con la sua anima nera noi lettori e allora inizia a raccontare della sua esperienza nell’isola di Lesbo con i ragazzi migranti e anche qui la sceneggiatura non può mancare del particolare significativo. Questa volta è un Samsung Galaxy che avrebbe dovuto regalare ad uno dei ragazzi del centro di accoglienza che però di notte scappa. A questo punto, emulando il ragazzo, l’inquieto Carrère decide anche lui di scappare lasciando il Samsung Galaxy non solo nel cassetto della stanza, ma anche nella nostra memoria.

La narrazione di questa e di altre vicende è torrenziale, egocentrica ma incredibilmente non scivola nel patetico, nel cattivo gusto dell’esagerazione. Carrère, da bravo alto borghese progressista, ha infatti un innato senso del buon gusto: sa che il kitsch e il ridicolo sono crimini intollerabili, a confronto tutti gli altri sono veniali. Lo yoga dunque, i problemi psichiatrici, i centri accoglienza e descrizioni di amici, amanti, moglie, figli e quant’altro. Ma non sono questi i veri soggetti di un racconto rapsodico, catturante, ma lo scrivere, l’ossessione di scrivere che prende il posto della vita, che riduce il mondo e le persone a null’altro che strumenti, a vittime sacrificali, di quella che Henry Miller definiva la “deliziosa tortura”. Gli scrittori hanno da sempre scritto della scrittura: Baudelaire, Flaubert, Proust, Virginia Woolf, Hemingway, Flannery O’Connor…possiamo continuare. Carrère lo fa trascinandoci con lui e lo fa senza remore, senza pudore. La sua è una confessione per l’appunto spudorata, come spesso è spudorato il comportamento di una certa sinistra intellettuale da ZTL, di vacanze nelle isole con yoga e nenie buddiste e trousse con zuccherini omeopatici dentro e quant’altro. Eppure ciò non irrita in Carrère e non irrita perché lui, a noi che lo leggiamo, sa ripetere l’ultimo verso di una famosa poesia di Baudelaire: “…ipocrita lettore, mio simile, mio fratello”. La tonalità con cui per tutte le 300 pagine del libro ce lo ripete è seducente e noi, lettori lusingati, cediamo alle avances.

 

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gianni biondillo
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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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