Manifesto Comunista Dandy – Progetto per un appendinuvole – Projet pour un portenuages

Compagni!

Una nuvola farà primavera

 

 

 

 

Se volete,
sarò rabbioso a furia di carne,
e, come il cielo mutando i toni,
se volete,
sarò tenero in modo inappuntabile,
non uomo, ma nuvola in calzoni!
La nuvola in calzoni (Tetrattico) di
Vladimir Vladimirovič Majakovskij

traduzione è di A. M. Ripellino

 

 

 

Piovigginava ancora, ma già, con impercettibile subitaneitá di un angelo, era comparso l’arcobaleno: languidamente stupito di se stesso, di un verde soffuso di rosa, con un pallido alone violaceo lungo il margine interno, stava sospeso al di là di un campo falciato, sopra e davanti il boschetto lontano di cui velava una piccola, tremante porzione. Rade frecce di una pioggia che aveva perso il ritmo, il peso, la capacità di produrre suoni, avvampavano qua e là a casaccio nel sole. Nel cielo lavato, brillando in tutti i dettagli della sua scultura mostruosamente complessa, una nuvola di un bianco incantevole si stava liberando da dietro una nube corvina.

da Il dono di Vladimir Nabokov a cura di Serena Vitale

 

OTELLO: Iiiiih… E che so’ quelle? (indica verso l’alto)
JAGO: Quelle… sono… sono le nuvole.
OTELLO: E che so’ ‘ste nuvole?
JAGO: Mah!
OTELLO: (ride) Quanto so’ belle, quanto so’ belle!… Quanto so’ belle! (ride)
JAGO: Ah, straziante, meravigliosa bellezza del creato!

da Cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

Era un periodo che non m’importava niente di niente, quando venni a stabilirmi in questa città. Stabilirmi non è la parola giusta. Di stabilità non avevo alcun desiderio; volevo che intorno a me tutto restasse fluido, provvisorio, e solo così mi pareva di salvare una mia stabilità interiore, che però non avrei saputo spiegare in cosa consistesse.

da La nuvola di smog, di Italo Calvino

 

 

Ora dietro lo schermo s’odono voci di megere,
Ombre di mezzanotte d’uno sciame sulfureo
Danzanti nell’incubo ai margini d’un incubo.
Sui loro capi volteggiano nuvole gonfie
In attesa di aprirsi e che mai s’aprono,
Il cielo vivo, i volti delle stelle.

da Poesie inedite, di Dylan Thomas, a cura di Ariodante Marianni.

 

 

Socrate sono le Nuvole del Cielo, grandiose dee per tutti i perdigiorno. Esse pensieri discorse concettose ci forniscono, l’arte di imbrogliare con tornita chiacchiera, sorprendere e incantare.
Strepsiade Per questo, allora, ne ho sentito la voce, e già l’anima mia si libra, si industria di parlar sottile, di cianciare con fumisterie: a concetti ribattere concettuzzi, opporre l’ultimo dei Discorsi! Ma se possibile, vorrei vederle in faccia.
Socrate Non lo sapevi che erano dee? Non ci credevi!
Strepsiade Perdio, credevo che erano di nebbia e di rugiada, magari ombre di fumo.
Socrate E non sapevi, perdio, che danno da mangiare a folle di saccenti: indovini di Turi, guaritori, sfaccendati con zazzera unghie e anelli, tornitori di canti in girotondo, astronomici imbroglioni. Nutrono fannulloni non senza scopo, poiché le cantano in musica.

da Le nuvole di Aristofane a cura di Benedetto Marzullo, Roma 2003

 

 

 

Quante volte, deliziosamente commosso, ho raccontato i miei dispiaceri alle foglie e agli uccelli, con l’impressione di aprire il cuore ad esseri viventi che mi comprendessero, eppure, al tempo stesso, ad esseri superiori e divini che mi fornissero consolazioni poetiche. Ma nulla, nella natura, invita alle confessioni quanto le nuvole. […] Belle nuvole, quante confessioni avete udite senza ripeterle, quante tristezze avete vedute senza dissiparle, di quante disperazioni siete state testimoni senza consolarle.

Ô beaux nuages, combien vous avez entendu d’aveux que vous n’avez pas répétés, combien vous avez vu de tristesses que vous n’avez pas dissipées, de combien de désespoirs vous avez été témoins que vous n’avez pas consolés. Et surtout de ceux-là qui pleurent éternellement sur une terre étrangère leur femme, leurs enfants, leur patrie si douce […]. De ceux qui, captifs dans les fers, restent des années, l’œil fixé sur l’horizon, le fouillant minutieusement de leur regard inquiet et attentif pour y découvrir une voile, un signal et n’y voyant que vous, légers nuages, seuls témoins de leur infortune, seuls confidents de leurs aveux secrets. Ô beaux nuages, merci de toutes les consolations que vous avez données aux malheureux. (Les nuages)

da Scritti mondani e letterari di Marcel Proust

PS

Ho chiesto ai lettori di NI d’integrare con altri brani estratti da grandi autori questa piccola meteoantologia. Il primo a rispondere è stato Corrado Aiello con questa nota di Pessoa.

 

15.9.1931
Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre sono ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né farò niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
Nuvole… Sono come me, un passaggio sfigurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

da Libro do Desassossego por Bernando Soares di Fernando Pessoa (traduzione a cura di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi)

[…]
Con tutte le nuvole e l’ammaliante luce e il blu
con tutti i bagliori grigi e bianchi, le traduzioni evaporanti
cambiano e riformano incessanti.
Eclissi d’ombre di nuvole attraverso i colli
sostenute dai venti dominanti.

E’ questo scrivere o ricordare? Proiezione o ripetizione?
Reale o irreale? Le memorie di me o l’anti-memoriale
contro la mia vita reale? Che è
una georgica. Come la tua, pure, mi sembra
dovere, dovere, dovere, come i nani di Biancaneve.
Tu, in effetti, traduci me.
E le tue mie poesie sono così ricche e intense
che in francese non so sempre capirle.

Dove sono è un’altra io, toppe d’anti-me,
con sprazzi radicati e schegge libere flottanti.
Quali sono le parole e quali le ombre?
nuvole s’ammontano e accavallano, calessi e assito,
fame di proemio perpetuo.
Siamo amici? ci mancano
le nostre rispettive implicazioni?
[…]

da Draft 42 (Bozza 42) di Rachel Blau DuPlessis, (traduzione a cura di Renata Morresi)

Tutte le immagini dal Progetto di un appendinuvole di effeffe

 

 

 

 

 

 

 

 

9 Commenti

    • Caro Corrado inseriscilo nei commenti e provvederò a illustrarlo. Lo stesso vale per gli altri lettori con brani che non siano i propri. Effeffe

      • Nuvole… Pessoa le menziona diverse volte nel Libro do Desassossego por Bernando Soares (1982), ma questo passaggio risulta a mio avviso particolarmente emblematico:

        33
        (154)
        15.9.1931
        Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento, vivendo nella città senza vivere nella natura in cui la città è inclusa.
        Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà, e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino.
        Nuvole… Corrono dall’imboccatura del fiume verso il Castello; da Occidente verso Oriente, in un tumultuare sparso e scarno, a volte bianche se vanno stracciate all’avanguardia di chissà che cosa; altre volte mezze nere, se lente, tardano ad essere spazzate via dal vento sibilante; infine nere di un bianco sporco se, quasi volessero restare, oscurano più col movimento che con l’ombra i falsi punti di fuga che le vie aprono fra le linee chiuse dei caseggiati.
        Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mi ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso.
        Nuvole… Che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio!
        Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi ( poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione ) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre sono ancora piccole, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, da parte, in un grande isolamento fredde.
        Nuvole… Mi interrogo e mi disconosco. Non ho mai fatto niente di utile né farò niente di giustificabile. Quella parte della mia vita che non ho dissipato a interpretare confusamente nessuna cosa, l’ho spesa a dedicare versi prosastici alle intrasmissibili sensazioni con le quali rendo mio l’universo sconosciuto. Sono stanco di me oggettivamente e soggettivamente. Sono stanco di tutto e del tutto di tutto.
        Nuvole… Esse sono tutto, crolli dell’altezza, uniche cose oggi reali fra la nulla terra e il cielo inesistente; brandelli indescrivibili del tedio che loro attribuisco: nebbia condensata in minacce incolori; fiocchi di cotone sporco di un ospedale senza pareti.
        Nuvole… Sono come me un passaggio figurato tra cielo e terra, in balìa di un impulso invisibile, temporalesche o silenziose, che rallegrano per la bianchezza o rattristano per l’oscurità, finzioni dell’intervallo e del discammino, lontane dal rumore della terra, lontane dal silenzio del cielo.
        Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.

        (traduzione a cura di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi)

  1. Non so se è abbastanza classica per rientrare nel tuo canone, ma mi è tornato in mente un testo di Rachel Blau DuPlessis che traducevo anni fa, e che lei ha dedicato al suo traduttore verso il francese, Jean-Paul Auxeméry, immaginando il processo di traduzione come un riconfigurasi del paesaggio attraverso le proiezioni di nuvole dalla troposfera…
    E’ un testo molto lungo intitolato Draft 42 (Bozza 42), te ne incollo una parte:

    […]
    Con tutte le nuvole e l’ammaliante luce e il blu
    con tutti i bagliori grigi e bianchi, le traduzioni evaporanti
    cambiano e riformano incessanti.
    Eclissi d’ombre di nuvole attraverso i colli
    sostenute dai venti dominanti.

    E’ questo scrivere o ricordare? Proiezione o ripetizione?
    Reale o irreale? Le memorie di me o l’anti-memoriale
    contro la mia vita reale? Che è
    una georgica. Come la tua, pure, mi sembra
    dovere, dovere, dovere, come i nani di Biancaneve.
    Tu, in effetti, traduci me.
    E le tue mie poesie sono così ricche e intense
    che in francese non so sempre capirle.

    Dove sono è un’altra io, toppe d’anti-me,
    con sprazzi radicati e schegge libere flottanti.
    Quali sono le parole e quali le ombre?
    nuvole s’ammontano e accavallano, calessi e assito,
    fame di proemio perpetuo.
    Siamo amici? ci mancano
    le nostre rispettive implicazioni?
    […]

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Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux