Mezzo chilo di carne

Nature morte à la table rouge – Nicolas de Staël, 1953

 

di Elisabetta Foresti

Cucino, pulisco, lavo, stiro.
Una sveltina, e via. Prima. Adesso, contaci. Ma tanto. Loris torna a casa stanco, le rughe agli angoli degli occhi. Guai a dirglielo. S’inseguono anche sulla fronte. Intorno alle labbra.
Mezzo chilo di carne, nient’altro.
La figlia, soltanto. La cerca, la vuole, la bacia. La tiene stretta, la coccola. Prima cercava, voleva, baciava. Me. Mi abbracciava, prima.
Io, il contenitore. La vita tenuta, contenuta, trattenuta in pancia. Nove mesi. Forse otto. È nata prima. Non mi ricordo.
Il contenitore, questo lo ricordo. E prima, il lavoro, i viaggi per il lavoro, l’inglese per il lavoro. Come lo so. Loris, no. Loris dice due parole. How much is it. Nemmeno. How much for this. Neppure. How much the price. Neanche. How much. Non lo so, non chiederlo, con te non esco. E because. Si dice why. Non farla lunga, ho visto come mi guardi. Il Bronzo di Riace. Un pezzo d’uccello. Quando ti ricapita.
Lo ho avuto, mi ha avuta. Tutto lì. Ci siamo avuti nello specchio dove si guarda. La testa girata. Ehi, sono qui, sono sotto di te. Posizione alla missionaria. Al massimo, a capriola. Meglio, a pecorina. L’amazzone o il granchio no, io sopra no, il comando io, no. Non sia mai.
Gira la testa e guarda la sua erezione, si eccita, guarda sé stesso che penetra. Sotto, può starci chiunque. O una cosa qualunque. Un buco qualunque. Non sono io a eccitarlo. Non ero. Penetrava. Guardava. Girava la testa. Prima. Ora, niente. Ora, Flaminia.
Dispongo piatti, forchette, bicchieri. Li sento. Chiacchierano. Paroline, vocine. Cinguettano, loro. È pronto a tavola. I maltagliati con la colatura di alici. Aglio, prezzemolo. L’ho visto su internet, facile. Non c’è il secondo. C’è, il secondo. Sogliola lessa, due patate per lui. Per lei, il purè. Per me, niente. Non mi piace niente, non ho voglia di niente.
Sigarette, balcone.
Prima, uscivo. Ora, esco in balcone. Al laboratorio di analisi trattavo il sangue. Emocromi, sieri, coagulazione. È sempre sangue. Quello non è cambiato, ci vivo dentro. Potessi levarlo.
Prima, il viso di Loris era liscio. Ora, no. Il mio, non so. Ma tanto.
I pensieri, i pensieri, se potessi cancellarli. Se potessi cancellare le parole. Dice che stare fuori in balcone è stupido. Sto fumando. Hai l’alito che sa di posacenere, per questo non ti bacio. Non mi baci, per questo riempio la bocca di altro. Sei sciatta, sei pallida, sei stupida, leggi almeno, ravvivati almeno, vestiti, vai in palestra, vai a correre al laghetto, senti un’amica.
Ma chi.
Prima le avevo. Sofia, Gisia, Erika. Non gli interessavano, loro. Persone comuni, loro. Non erano medici, politici, imprenditori. Neppure i mariti. Uno realizzava boiserie in legno, l’altro aveva la passione per l’orto, nessuno dei tre amava il calcio, o la Formula Uno.
Che te ne fai.
Ci parlo, tu non sai parlare con gli altri, tu non li lasci parlare gli altri, tu parli solo di te stesso.
Le amiche, inutili, mettono in testa idee minatorie, minano noi, pericolose, invidiose. Ma quando.
Ne accendo un’altra, la brucio in cinque boccate. Loro, dentro, guardano il film. Quello scelto da lui. È adatto, non è adatto alla visione di una bambina. Chi se ne importa.
Con Loris, la gente che conta, deputati, chirurghi, produttori. Uno, me lo ricordo, la festa-orgia, mi spinse contro il caminetto fumante di ciocchi ancora umidi e lamelle di compensato. La lingua simile a una spatola dura.
Mirko, si chiamava. Forse, Marco. Gli ho alzato una ginocchiata in mezzo alle cosce. Trenta secondi di voce baritonale mutata in flauto. Loris ha perso un cliente. Le botte, poi. Consulente finanziario, lui, al Senato, lui.
Feccia.
Inviti a cena, serate danzanti, vestiti di raso, di shantung, una gonna di tulle, le scarpe di vernice lucida, i tacchi, il male ai piedi, i capelli acconciati a boccoli, arricciati, stirati, messi a chignon. Gli uomini intorno, gli sguardi addosso mentre Loris dice che la Morning Star ha quotato quei fondi azionari Top pick, Buy, Hold, Sell. Compriamo, vendiamo, il portafoglio cammina, lo storno, se c’è, lo recuperiamo. E il Mirko, o il Marco di turno mi offre il bicchiere, il vino devi imparare a gustarlo, Alice, poi a berlo, il Nebbiolo, il Barbaresco, l’Amarone, ma che me ne importa. Le mani, a posto. Togli quelle sudice dita dal culo. Mi tasta. Il vino, in testa. Faccia perlacea che si fa rubino. Che cazzo fai. Risate, impaccio, le scuse, sta poco bene. Ma chi. Gli uomini mi guardano storto, le donne mi odiano. Loris dice sei inutile. Ma perché. I pugni. Non mi ha più portata.
Chissà chi ci porta, adesso, alle serate danzanti, alle fiere del benchmark, alle sbronze di vini, di dita che insistono e pescano.
Una qualunque. Un buco qualunque. Un culo qualunque.
E dopo, lei. Flaminia. Il nome lo ha scelto Loris. Non è della madre. Magari. Ho trovato le lettere. Neppure tanto nascoste. Sotto i calzini. Forse voleva sapessi. Forse voleva umiliarmi. Ci è riuscito. Il nome dell’ex. Il nome della donna che lo ha portato all’altare e lì lo ha lasciato. Ha sposato un altro. Fabio mi pare. No, era Fazio. La donna della perennità, quella che ha contato. Il ripiego, io. Neanche riuscito. La donna, lei, che ha detto: no.
Avrei voluto esserci.
Io, il contenitore.
Questo devi essere, almeno questo. Dammi un figlio, una figlia, ti ho sposata, ti ho dato una casa, un balcone, le sigarette, ti ho strappata al laboratorio, al sangue, alle urine, alle feci che analizzavi. Ti ci sporcavi. Sporca. Inutile. Strappata.
Adesso le mangio, le feci, le bevo, le urine, il sangue.
Settima sigaretta. Copro i sapori. Dentro, l’eco di un colpo di pistola. Flaminia strilla, si copre gli occhi. Li vedo. Vedo le loro spalle. Seduti sul divano adiacente al balcone, sotto la finestra. Loris la rassicura, la stringe, la sua vita, l’erede. Ha il respiro corto, gli duole la spalla, dice, il braccio, dice, spostati Flaminia. Un altro sparo. Ad avercela una pistola.
Mezzo chilo di carne.
Così ha detto Gesù. O almeno credo che fosse Gesù. Nel sogno. Che io pensavo lo voglio, Loris. Quando mi ricapita. Nel sogno stavo in una chiesa. O almeno credo che fosse una chiesa, ma poteva benissimo essere un magazzino. Era pieno di casse, di scatoloni, di pacchi. Era pieno di gente che entrava, che usciva, gente carica di pacchi, di scatoloni, di casse. Sono Grazie. Così ha detto Gesù. Seduto, anche Lui, su uno sgabello addossato alla parete, in mezzo allo scatolame che non riuscivo a vederne l’inizio, e non riuscivo a vederne la fine.
Lo hai chiesto tu. Ma dove, ma quando.
Sorride. È bello, Gesù. O chiunque sia. Ma cosa ho chiesto. Prendilo, è tuo. Allungo la mano. Una busta bianca coi manici. Per niente pesante. Questo mezzo chilo di carne, portalo via. Se lo dice Lui. Esco con la busta per niente pesante. Accanto, mi affiancano, o precedono, o seguono uomini e donne. Trasportano fuori pacchi più grossi. Più pesanti.
Grazie, sono Grazie più grosse. La mia, mezzo chilo di carne. Nulla di più. Puzza pure. Ma lo volevo, e Lui me lo ha dato. Il giorno dopo, Loris ha chiamato. L’inizio e la fine di tutto.
Aspiro, undicesima sigaretta. Il fumo colora di grigio il nero del cielo. Dirada, svanisce, dissolve. Potessi dissolvermi. Potessi dissolverlo. Pensieri, brutti pensieri. Cancellali.
Flaminia mi vuole bene. Io, forse. Sua figlia. Neanche mi vede, quando c’è Loris. Senza, è meglio. Tua figlia. Ma chi la voleva. Sparita, finita con lei l’ultima identità.
Chi ero, chi sono.
Il culo, le tette, la fica, prima. Il contenitore, poi. I pugni, poi. Adesso, chi sono. Cucino, pulisco, lavo, stiro. La serva. Brandelli di feci, di urine, di sangue. Ma tanto.
Dice sei sciatta. Leggins attillati, stasera, maglietta di viscosa a fiori gialli, una delle tante. Troppe. Vecchie. Ma nuove, messe una volta.
Stivali di camoscio neri, lunghi al ginocchio. Ho coperto i lividi col fondotinta. I capelli, con le trecce, li ho fatti ondulati. Gonfi, biondi. Candy-Candy. O era Holly hobbie.
Nemmeno guardata. Nemmeno vista. Non mi vede. Ha baciato Flaminia. Senza, è meglio. I pensieri, i pensieri cancellali. Il contenitore, i lividi, la serva, le lettere. Lo ammazzo. Cancellalo. Lo ammazzo. Cancellalo, cancellalo. Lo ammazzo. Lo ammazzo, lo ammazzo.
Ma come.
Il coltello a seghetta. No, il coltello dell’arrosto. Affilato. Mezzo chilo di carne infilzato. Riprenditelo.
Amato. Forse. Finché l’ho scopato. Scopata allo specchio. Scopava lo specchio. Mica me.
Scuoto la cenere. Scintilla rovente che ondeggia. Plana sulla maglia. Fiori gialli carbonizzati. Buchi minuscoli, buchi sulla maglia, buchi nel cervello. Riempili. Con cosa. Svuotali. Con cosa.
Coltelli. Appesi sul muro in balcone. Insieme al prosciutto, al lonzino, alla pancetta, alle salsicce. E l’olio, bidoni di olio buono, e vini rossi d’autore. Per farmene che.
Mascarello, Tili, Vietti, Gaja, Antinori. E bianchi spumanti, Pommery, Taittinger, Cristal, Krug, Bollinger, Dom Pérignon. Costosi. Molto costosi. Regali dei suoi clienti. Ma per cosa.
Spread e swap rate. Ma chissene.
Coltelli, invece. Dentati, lisci, a scimitarra, a falcetta, da disosso, curvi per scuoiare, con uncino per sventrare, triangolari a punta per scannare. Coltello da scanno. Utile per eseguire tagli precisi e penetranti, lama rigida, manico ergonomico. Da scanno. Lo scanno. Cancellalo.
Mamma mi prendi un bicchiere d’acqua. Pensaci tu. Mamma devo fare pipì. Mamma, mamma, mamma. Sto fumando. Ventesima sigaretta. Torpore. Muoio? Magari.
Loris dice vai al gabinetto da sola, sei grande. Non voglio. Papà è stanco, papà ha male alla spalla, al braccio. La voce roca, il gomito sollevato. Il culo dal divano, Loris non vuole alzarlo.
Senza, è meglio.
I lividi in faccia, se dico me ne vado. Quindici giorni di tempo. Non uno di più. La questura non sente ragioni, non si denuncia al sedicesimo giorno. Ma perché.
I lividi, il trucco, il regalo, un fondotinta nuovo, Christian Dior. Ma dove. Sulla guancia, stupida, mi hai provocato tu. L’ho provocato io. Le lettere sotto i calzini. La donna che conta. La figlia che porta il suo nome. L’ho provocato io. E prima. Pure. L’ho sempre provocato io.
Chi eri, chi sei.
Sei grande abbastanza per andare al gabinetto da sola. Loris insiste. Flaminia scuote la testa. Quando hai finito tira la catena e scompari nel cesso, scompari nelle fogne infinite. Lo dico, lo penso, non lo dico. Forse, neppure lo penso. Flaminia mi vuole bene. Io, può darsi.
Dice il medico che sono depressa. Sono fessa, in realtà. Cosa ci faccio qui. Subisco. Come subivo Paolo. Me lo ricordo, lui. Abusava di me davanti allo specchio. O era dentro lo specchio. Lo specchio ritorna. Dice il medico che riproduco schemi passati. Sepolti. Ma mai scordati. Mi ha dato un mucchio di pillole. Le prendo e dormo. Dormo tantissimo. Dormo di pomeriggio. Ma dopo, ritorno. Dopo, cucina, pulisci, lava, stira. E allora. Per forza, hai una figlia, hai un marito. E allora. Hanno bisogno di te. Ma chi. Flaminia è grande e io sono vecchia. Avvizzita, finita, finire, morire. Lo sono già. Morta. Contenitore sgombrato.
Flaminia al gabinetto da sola, ci va. Un piedino dopo l’altro, il kilt scozzese, il cerchietto storto. Da sola.
Loris è solo. Cancellalo. I gomiti sollevati, le braccia incrociate sul petto. Senza, è meglio. Cancellalo. Niente più pugni, lividi, umiliazioni. Loris mi chiama. Cancellalo. La finestra è aperta. Cancellalo. Il collo, la nuca, le spalle. Mi dà le spalle, la nuca, il collo, il coltello. Cancellalo. Collo, coltello, cancellalo. Coltello, coltello.
A due mani. Prendilo, preso. Colpisci secco, deciso, al centro del collo. Colpisco, affondo, dal collo alla gola. Sangue, un torrente di sangue. Mezzo chilo di carne scannato.
Sciacquone tirato. Flaminia, senza è meglio.
Giro la lama nel buco. Scavo. Buchi nel cervello. Riempio. Di sangue. Altro che pillole. Ma ormai.
Estraggo il coltello, strattone, levato. Flaminia cammina. Pulisco la mano sui leggins. Flaminia.
Il cerchietto storto, il kilt scozzese, i piedini sottili, uno dietro l’altro. Mamma, stai ancora fumando. Andiamo a dormire. Papà, perché non si muove. È stanco, no, è morto. Ma forse, non col coltello. No, non c’è il coltello, non c’è il sangue. Non piangere. Ha avuto dolore al braccio, dolore alla spalla, al petto. Ha stretto le braccia sul petto.
È possibile, dice, mi abbia chiamata. Non ho sentito. Forse, era in cerca di aria. Ma tanto.
Vieni, Flaminia, abbracciami. Papà se ne è andato. Così.
Mezzo chilo di carne, in meno.

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.