AGRICOLTURA E SCIENZA

di Giacomo Sartori

Nell’ambito del dibattito attorno all’approvazione della legge sul biologico, e delle polemiche che lo accompagnano, Internazionale ha pubblicato un interessante reportage di Stefano Liberti sull’agricoltura biodinamica. Esso ha il pregio di mettere il naso in alcune aziende, dopo tante rappresentazioni caricaturali, o per meglio dire aprioristiche scomuniche, che hanno costellato gli interventi e di far parlare alcuni agricoltori del settore. Mostrando che certo, ci sono alcune pratiche che la scienza non può provare, ma anche e soprattutto degli ottimi e innegabili risultati in termini produttivi, economici e ambientali.
L’indagine di Liberti aiuta a vedere da vicino il piccolo mondo dei coltivatori biodinamici. Le persone intervistate per dare voce anche a chi critica questi metodi, tirano però fuori i soliti luoghi comuni che riflettono una condanna senza appello, facendo leva su un supposto minaccioso pericolo di un correlato oscurantismo, risultato della negazione della razionalità e della scienza. E l’autore stesso conclude che sono attualmente compresenti “due diversi e poco conciliabili modelli agricoli: il primo, quello convenzionale, basato sulla chimica e sul cosiddetto ciclo azoto-fosforo-potassio; il secondo basato maggiormente su un approccio rigenerativo e un’attenzione alla fertilità del suolo”. Quasi si trattasse di affinità personale per l’una o per l’altra visione, e insomma di opinioni, e come se la scienza, che è appunto al centro della polemica che riguarda l’agricoltura biodinamica, e dell’articolo, non entrasse in gioco.
Quando invece sono proprio le varie discipline scientifiche che ci dicono, gridano, che l’agricoltura attuale ci ha portati a danneggiamenti irreversibili del suolo (che riducono le superfici coltivabili, e le rese), a insostenibili consumi di materie fossili (la sintesi dei principali concimi chimici, quelli azotati, richiede molta energia fossile) e di risorse naturali (i concimi fosforici si trovano in natura, ma le riserve si stanno esaurendo), a insostenibili emissioni di gas a effetto serra (il problema è che l’agricoltura emette principalmente i più nocivi, e in particolare metano e ossidi di azoto), a una tragica diminuzione della biodiversità delle piante coltivate, a apocalittici effetti sugli insetti, compresi i pronubi, necessari per l’impollinazione (e quindi per la vita delle piante, e per la nostra alimentazione). La scienza di dice che a questi danni letali si aggiungono i malanni riparabili, ma in genere non facilmente, e spesso con costi molto alti, alla fertilità del suolo (in particolare la molto problematica diminuzione di sostanza organica), alle falde, ai corsi d’acqua, ai laghi.
La scienza ci dice che il modello di agricoltura prevalente nei paesi ricchi, e che si è voluto esportare con maggiore o minore fortuna in quelli poveri, ci sta portando alla catastrofe, e non potrà produrre a lungo le derrate alimentari che ha fornito per un breve periodo che va da qualche decennio a un secolo. Lo dicono in modo sempre più documentato le pubblicazioni scientifiche, ma anche gli organismi internazionali che si occupano di agricoltura e di ambiente, nonché il gruppo Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico. E lo dicono in modo sempre più accorato sempre più numerosi appelli singoli o collettivi di scienziati. Questa valanga di incontrovertibili voci e prove ha influenzato l’ambiziosissimo cambio di rotta (il Green Deal) dell’Unione Europea, e ha modellato le due annesse strategie specifiche From farm to fork e Biodiversità. E anche la maggior parte dei singoli Stati sono stati obbligati a cominciare a correre ai ripari, con una riluttanza minore o maggiore. Perfino gli Stati Uniti, patria dell’agricoltura industriale più impattante e degli organismi modificati, negli ultimi anni hanno condizionato gli aiuti pubblici all’adozione di norme di lavorazione dei suoli e di protezione delle zone vulnerabili (Farm Bill).


Porre il problema in termini di contrapposizione tra chi crede nella scienza, e appoggia una agricoltura convenzionale, e chi non ci crede, e si ripiega verso tecniche biologiche (e biodinamiche), come fa Liberti, e con lui ben più intransigenti e faziosi scienziati (che di solito non conoscono l’agricoltura), è una rappresentazione che non rispecchia in alcun modo la realtà dei fatti. Si tratta purtroppo di una crisi generale dell’agricoltura, analizzata in modo sempre più chiaro dalla scienza, per la quale vanno trovate in tutta fretta delle soluzioni che non possono prescindere dalla scienza. Mettendo a punto delle tecniche non impattanti, a basso o alto contenuto tecnologico (la discriminante è piuttosto questa), atte a produrre abbastanza cibo per nutrire tutta l’umanità anche in futuro (per ora ne produciamo in sovrabbondanza, la fame non è legata a una penuria).
L’agricoltura biologica, che per molti versi si ispira alle pratiche agricole tradizionali, avendo sempre fatto attenzione a venire a patti con la natura, rappresenta una validissima risposta, un campo di esperienze dove può attingere, anche se per molte colture (non tutte) ha rese minori (soprattutto in termini di una maggiore richiesta di manodopera). Per nutrire in particolare l’Africa, dove la rivoluzione verde non ha funzionato, e i suoi futuri due miliardi di abitanti, questa è senz’altro l’unica via praticabile, sono ormai d’accordo i massimi esperti e gli organismi pubblici e privati (si veda il recente libro di Pierre Jacquemot, l’Harmattan, 2021).
Per essere efficiente e ecologicamente valida anche l’agricoltura biologica, così come la permacultura e l’agricoltura biodinamica (tutte volte a una maggiore connessione con i meccanismi della natura), hanno però bisogno di migliorie, confronto di esperienze, sperimentazioni scientifiche, investimenti, esattamente come l’agricoltura convenzionale. Si trovi un valido agricoltore biologico italiano che non è d’accordo con questa affermazione. Quando, ricordiamolo, l’Italia è l’ultimo paese in Europa, con la Grecia, per gli investimenti nella ricerca agronomica (ma anche nei Paesi dove si spende di più gli approcci non convenzionali sono marginalizzati). La contrapposizione frontale tra due modelli,  come se i problemi non fossero gli stessi, come se non ci fossero di fatto soluzioni intermedie (una agricoltura industriale meno impattante, una agricoltura biologica industriale …), e passerelle (tecniche che migrano in un senso o nell’altro), fa comodo solo a chi vuole mantenere lo status quo. Vale a dire principalmente alle lobby dell’agrochimica, che come Liberti sa meglio di chiunque altro, avendo analizzato a fondo i destini a esse legati delle derrate alimentari, sono potentissime, controllano una grossa fetta della ricerca (anche pubblica),  e sono influentissime sulle scelte politiche (in Europa come negli Stati Uniti) e sul modo stesso di come le problematiche sono rappresentate e affrontate, dagli addetti al lavoro come nelle università.
Tasto molto dolente, chi si ritrova ora a difendere l’indifendibile “agricoltura chimica”, quella che vede la produzione agricola nei riduttivi termini di apporti di concimi chimici e di pesticidi, ignorando le complesse dinamiche ecologiche coinvolte, sono i principali interessati, gli agricoltori. Non tutti, perché molti sono sempre più coscienti dei problemi in gioco, ma i meno preparati, i meno informati, i meno aperti. Che sono pur sempre tanti, la maggioranza. Per decenni i coltivatori sono stati ammaestrati con rigide ricette imposte dall’alto, sono stati abituati a vedere le loro pratiche nei riduttivi termini che facevano comodo a chi vendeva i prodotti chimici, ignorando che in un cucchiaino di terra ci sono miliardi di microrganismi, alcuni dei quali essenziali, e che ogni intervento ha i suoi complicati effetti, le sue ripercussioni sull’ambiente. In una soggiacente visione semplificata della natura, ricevevano ben precise soluzioni: centocinquanta unità di azoto, cinquanta di potassio e quaranta di fosforo, duecento grammi di formulato per ettolitro. Perdendo così la loro millenaria attitudine all’osservazione, all’attenzione, al ragionamento, la loro propensione alla prevenzione, alla prudenza, all’innovazione, allo scambio di esperienze. Perdendo, aggiungo per inciso, la passione per la terra, per il loro lavoro.
Si noti che queste attitudini, comparse parallelamente alle prime colture già nell’antica Mesopotamia, come documentano le tavolette di argilla che si riferiscono all’agricoltura, sono alla base della scienza, che appunto nomina, classifica, mette ordine e sperimenta a partire dall’osservazione. I mesopotamici, grandi coltivatori, erano acuti osservatori, argutissimi redattori di (prescientifici) elenchi e liste. Doti analitiche che l’agricoltura biologica e biodinamica si sforzano ora faticosamente di recuperare, e senza le quali esse non possono essere praticate. È molto più difficile fare agricoltura biologica che convenzionale, ci vogliono più capacità di osservazione, più informazioni, più intelligenza, più curiosità, più volontà. Insomma più scienza. Per chi conosce un minimo le aziende biologiche (e biodinamiche), opporre il loro approccio a quello scientifico, non ha fondamento. Uno degli intervistati nel reportage invoca a chiare lettere l’aiuto della scienza per spiegare interventi che nei fatti si mostrano validi. A meno che per scienza si intendano solo le sperimentazioni svolte in chissà quale ambiente – le caratteristiche del sito sono sempre fondamentali in agricoltura – e dando per scontato un modello di comodo della natura, sotto l’ala dei colossi dell’agrochimica: chi le conosce, e non ignora la molteplicità di fattori in gioco, ne conosce anche i limiti intrinseci. E a meno di intendere per scienza solo la genetica molecolare e la microelettronica. Resta il fatto che se l’approccio di un agricoltore biologico non è attento e razionale (scientifico), la sua attività, viste le poche armi a sua disposizione, è destinata a fallire.
Molti agricoltori, e le loro associazioni professionali, preoccupati (legittimamente) per i loro redditi e per i loro futuro, sono ora gli acerrimi nemici, e forse il principale ostacolo, per una svolta ecologica del settore agricolo. Nelle recenti asprissime negoziazioni per la nuova Politica agraria europea (PAC 2023-2027), si è visto bene come molti Stati, a cominciare dalla Francia, hanno dovuto ridimensionare le loro ambizioni in campo ambientale per non indisporre eccessivamente gli animi degli agricoltori, che sono anche dei temuti elettori, e delle loro potenti organizzazioni. Del resto vanno capiti anche loro. È facile proibire, standosene seduti in un ufficio a Bruxelles, l’utilizzo di questo o di quel formulato chimico, o decretare che la quantità di pesticidi deve essere ridotta del 50% di qui al 2030. Molto più arduo è poi ritrovarsi abbandonati a sé stessi in una fattoria, con l’incertezza dei guadagni, a combattere per avere dei buoni raccolti senza le armi alle quali si è abituati (purtroppo impattanti), senza che siano proposte delle valide alternative.


Stupisce come in un Paese dove il biologico ha un così grande peso, anche economico, con migliaia di persone e associazione e strutture coinvolte (compresi i sempre più numerosi biodistretti), e una presenza crescente anche nelle istituzioni (al voto della legge in Senato c’è stato un solo voto contrario), trovino tanto spazio mediatico visioni dell’agricoltura biologica (e biodinamica, che funge da capro espiatorio) tanto scontate e lontane dalla realtà. E come anche le argomentazioni più superficiali e retrive, che ricordano da vicino quelle in Francia negli anni Settanta, stando a quello che racconta uno dei pionieri di quella fase, Claude Aubert, provochino reazioni appena udibili dal grande pubblico. Altrove, anche dove prevale l’agricoltura industriale, e il biologico ha un peso molto minore, analoghi attacchi, con argomenti così inconsistenti e così arroganti, provocherebbero una violenta levata di scudi sui media di associazioni, singoli agricoltori, ricercatori, esperti, ecologi, filosofi che si occupano del concetto di natura e dei rapporti tra uomo e natura, addetti alla filiera bio, che riporterebbe il dibattito su binari meno “ideologici”, e più utili. Certo, Petrini interviene su Repubblica, ma la sua voce isolata fa un po’ l’effetto di un vecchio saggio costretto a rimettere, dalla sua trincea, i puntini sugli i. E la stessa Repubblica da peraltro enorme spazio a irrealistiche tecnologie innovative basate sugli assunti più miopi dell’agricoltura industriale. L’impressione che resta è che l’ambiente, e i problemi ambientali dell’agricoltura, che non a caso nel piano di rilancio è considerata come un comparto da riammodernare, senza cambiare nulla, senza alcun miglioramento delle conoscenze, non siano considerati strategici, e siano snobbati dal mondo intellettuale. Anche dopo l’emergenza sanitaria, che è un risultato degli stravolgimenti ambientali, anche dopo le dure prove dei cambiamenti climatici che hanno colpito quest’anno l’Italia.

 

NdA: chi fosse interessato può vedere anche un mio pezzo precedente (3 agosto) su Micromega: Agroecologia, agricoltura biologica, ricerca
Sull’agricoltura biodinamica segnalo questa intervista a Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’Agricoltura Biodinamica, vicepresidente di FederBio e membro permanente del Tavolo ministeriale sul biologico e il biodinamico

Le prime due immagini: agricoltura industriale nel Santerre (Dipartimento della Somme, Piccardia); l’ultima: vigneto biodinamico sulla collina di Trento

1 commento

  1. bellissimo pezzo, Giacomo, grazie, equilibrato e, per quel che ne so, molto bene informato, e che andrebbe molto diffuso. Con buona pace della nostra esimia senatrice Castellani, che combatte le sue battaglie in nome della “vera scienza”.

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.