Mots-clés__Latte

Latte
di Enrica Maria Ferrara

Björk, Mouth’s Cradle -> play

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Da Toni Morrison, Amatissima, trad. Giuseppe Natale, Roma, Frassinelli, pp. 84-85.

«Ha visto tutto?»
«Ha visto tutto.»
«Te l’ha detto lui?»
«Me l’hai detto tu.»
«Come sarebbe a dire?»
«Il giorno che sono arrivato qui. Mi hai detto che ti hanno rubato il latte. Prima non sapevo che cos’era che l’aveva sconvolto. È stato quello, credo. Sapevo solo che c’era qualcosa che l’aveva fatto a pezzi. In tutti quegli anni, i sabati, le domeniche e gli straordinari la notte non l’hanno mai nemmeno sfiorato. Ma quello che ha visto in quel granaio, quel giorno, l’ha fatto a pezzi come un fuscello.»
«Ha visto?» Sethe si stringeva saldamente i gomiti, quasi a impedire che volassero via.
«Ha visto. Deve aver visto.»
«Ha visto quello che mi facevano quei ragazzi e li ha lasciati ancora respirare? Ha visto? Ha visto? Ha visto?»
«Ehi! Ehi! Senti un po’! Ti dico una cosa, maledizione. Un uomo non è un’accetta. E taglia, e sgobba e spacca ogni minuto della giornata. Maledizione! Certe cose lo toccano. Certe cose che non può buttar giù come una pianta perché ce le ha dentro.»
Sethe passeggiava avanti e indietro alla luce della lampada, su e giù, su e giù. «Il contatto clandestino ci disse che era per la domenica. Mi hanno preso il latte, lui ha visto e non è sceso giù? È arrivata la domenica e lui niente. È arrivato il lunedì, e ancora niente. Ho pensato che fosse morto, ecco cosa. Poi ho pensato: L’hanno preso, ecco cosa. Poi ho pensato: No, non può essere morto, se no lo saprei. E poi vieni qui tu, dopo tutto questo tempo, e non mi dici che è morto, perché non lo sai nemmeno tu, così ho pensato: Be’, forse s’è solo trovato una vita migliore. Perché se era qui vicino, se non voleva vedere me, almeno veniva a trovare Baby Suggs. Ma che aveva visto non l’avevo mai saputo.»
«Che importanza ha, adesso?»
«Se è ancora vivo, e se ha visto quello che è successo, qua dentro non metterà piede. Non Halle.»
«L’ha fatto a pezzi, Sethe.» Paul D alzò lo sguardo verso di lei e sospirò. «Forse posso anche dirti tutto. L’ultima volta che l’ho visto, stava seduto vicino alla zangola. Aveva la faccia tutta imbrattata di burro.»
Non successe nulla e Sethe ne fu lieta. Di solito, dopo aver sentito qualcosa, riusciva subito a raffigurarsi la scena. Però ora non riusciva a raffigurarsi quello che le aveva detto Paul D. Non le veniva in mente nulla. Facendo attenzione, molta attenzione, passò a una domanda più ragionevole.
«Che cosa ha detto?»
«Niente.»
«Non una parola?»
«Non una parola.»
«Gli hai parlato? Non gli hai detto niente? Gli avrai pur detto qualcosa!»
«Non potevo, Sethe… è che… non potevo proprio.»
«Perché?»
«Avevo il morso in bocca.»
Sethe aprì la porta d’ingresso e si sedette sui gradini della veranda. Il giorno era diventato azzurro senza che spuntasse il sole, però lei riusciva ancora a distinguere i neri profili degli alberi, nel prato più in là. Scuoteva il capo, rassegnata a quella mente ribelle. Perché la sua mente non rifiutava nulla? Nessun tormento, nessun dispiacere, nessuna immagine troppo odiosa, troppo ripugnante per poterla accettare? Come un ragazzo vorace, ingoiava tutto. Perché almeno una volta non poteva dire: No, grazie; ho appena mangiato e un altro boccone non mi va giù? Maledizione! Sono già sazia di due ragazzi coi denti muschiati, uno che mi succhia al seno e l’altro che mi tiene ferma, e il maestro tanto istruito che se ne sta lì a guardare e scrive tutto. Sono ancora sazia di quello, maledizione, non posso tornare indietro e metterci altro. Metterci mio marito che se ne sta a guardare sopra di me, nel fienile – nascosto lì vicino – l’unico posto dove pensava che nessuno l’avrebbe cercato, a guardare da sopra quello che io non riuscivo a guardare proprio. E senza fermarli – guardandoli e lasciandoli fare. Ma il mio cervello vorace dice: Oh, sì, grazie, ne voglio ancora un po’ – così ce ne metto ancora un po’. E appena comincio, non c’è più fine. C’è anche mio marito accovacciato vicino alla zangola, che si imbratta tutta la faccia col burro e col latte cagliato, perché non riesce a togliersi dalla testa il latte che m’hanno preso. E, per quanto lo riguarda, lo possono anche sapere tutti. E se era già così a pezzi allora, adesso sarà certamente morto. E se Paul D l’ha visto e non ha potuto salvarlo, non ha potuto consolarlo perché aveva il morso di ferro in bocca, allora c’è ancora dell’altro che Paul D mi può raccontare e che il mio cervello vuole accettare subito, senza problemi, senza mai dire no, grazie, non voglio sapere, non voglio ricordare. Ho altre cose da fare: per esempio, preoccuparmi per domani, per Denver, per Beloved, per la vecchiaia e le malattie, per non parlare dell’amore.
Ma al suo cervello il futuro non interessava. Carico del passato, desideroso d’altro ancora, non le lasciava spazio per immaginare, tanto meno per fare progetti per il domani. Esattamente come quel pomeriggio, tra le cipolle selvatiche – quando un altro passo era tutto quello che riusciva a vedere del futuro. Gli altri impazzivano. Perché lei no? La mente degli altri si fermava, tornava indietro e passava a qualcosa di nuovo, ed era quanto doveva essere successo a Halle. E come sarebbe stato dolce: loro due di nuovo presso la latteria, accovacciati vicino alla zangola, a spiaccicarsi in faccia il burro fresco, granuloso, senza più la minima preoccupazione al mondo. Sentirlo viscido, appiccicoso – strofinarselo tra i capelli, osservare come gli scivolava tra le dita mentre lo strizzavano. Che sollievo, smetterla subito lì. Chiuso. Finito. Strizzare il burro. Però i suoi tre bambini erano in viaggio per l’Ohio sotto una coperta, intenti a succhiare zucchero, nessun gioco col burro avrebbe potuto cambiare le cose.

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[Mots-clés è una rubrica mensile a cura di Ornella Tajani. Ogni prima domenica del mese, Nazione Indiana pubblicherà un collage di un brano musicale + una fotografia o video (estratto di film, ecc.) + un breve testo in versi o in prosa, accomunati da una parola o da un’espressione chiave.
La rubrica è aperta ai contributi dei lettori di NI; coloro che volessero inviare proposte possono farlo scrivendo a: tajani@nazioneindiana.com. Tutti i materiali devono essere editi; non si accettano materiali inediti né opera dell’autore o dell’autrice proponenti.]

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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