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Nel labirinto interiore di Andrea Gentile

di Francesco Iannone

Tramontare è il titolo del nuovo romanzo di Andrea Gentile ed è anche il nome della protagonista dello stesso, una bambina, almeno per la prima parte del racconto, e un destino universalmente inevitabile.

Siamo sempre a Masserie di Cristo, un paese, oggi diremmo un borgo, con il quale i più assidui lettori di Andrea Gentile hanno già maturato una certa familiarità (era già il paese in cui agivano i protagonisti de I vivi e i morti, sempre edito da minimum fax). Credo si possa genericamente collocare in Molise, Gentile è infatti isernino, anche se un Masserie di Cristo esiste a ridosso di Castel di Sangro, in Abbruzzo, ma in realtà sono più convinto che Masserie di Cristo sia l’ovunque o che addirittura non abbia nelle intenzioni dell’autore una sua identificata geografia. Che sia una terra del dentro, una località interiore, un labirinto interno all’umano mi pare la più credibile delle ipotesi. È ancora una volta lo spazio dove le due dimensioni, ciò che vive e ciò che non è più in vita, si sovrappongono e si con-fondono nell’indistinguibile del mondo.

Possiamo dire che Tramontare è il simbolo di se stessa, è la rappresentazione magica di ciò a cui protende la sua esistenza, e l’esistenza di ognuno alla fine della conta dei giorni. E cosa c’è alla fine? È una corsa sul cerchio. Un ritorno al punto di partenza. Il mistero, così spesso evocato nel testo, ora contemplato come presenza certa, ora disconosciuto, è ciò che avvia e disattiva il mondo, e la stessa Tramontare.

In Tramontare siamo immersi in un mistero. E che l’autore faccia esplicitamente uso di questa parola potrebbe significare che quel senso di indeterminatezza che impegna le nostre vite nella decodifica dei segreti di quel mistero, qualunque esso sia, costituisca l’ossatura del testo proprio perché costituisce l’ossatura della vita di ognuno. Potremmo perciò parlare di romanzo esistenziale, se ce ne fosse bisogno, se un romanzo o una qualsiasi opera letteraria potesse degnamente esistere ignorando la problematicità del reale.

Ma chi è Tramontare? O cos’è? Se vogliamo risolvere la questione al livello del simbolo. “Parliamo della dimensione. Parliamo del dolore”, scrive Gentile nel capitolo intitolato “Soglia”. E la soglia, se non è un limite, è lo spazio nel quale sosta chi parte e chi ritorna. E i personaggi del romanzo, dal Bambino Nitido alla Maestra, dal padre alla madre attendono qualcosa offrendosi come il nudo legno della croce. Scrive a questo proposito Gentile per mezzo di Tramontare: “Anche tu, come me non hai pelle a proteggerti? Anche tu, pur essendo nitido, sei al tramonto?” Siamo nei sotterranei dell’esistenza, nei sottoscala dove Tramontare ha pensato di custodire una pecora, ci muoviamo in quelle oscurità, è il buio la malattia di cui siamo affetti. Una malata umanità che però non annienta il desiderio di “approfondire le armonie” che convertono il seme, il “sottosuolo” a cui sembra destinata la vita di Tramontare, in germogli.

Cosa cerca Tramontare? Cosa cerca l’uomo? Potremmo dire la libertà. Arrendersi è essere liberi, si legge ad un certo punto della storia. Ma arrendersi a cosa? A chi? In fondo ci aggiriamo nel bosco come cani solitari che ringhiano al nulla, ancora Gentile. Fiutiamo le orme, immaginiamo sentieri. E il bosco è ancora uno spazio del dentro, una intricata combinazione di ciò che siamo nell’intimo. Vaghiamo per i vuoti di noi mendicando l’ultima cerimonia della parola, quella che ci consegnerà a noi stessi e ci consentirà di riconoscerci nel nostro nome.

Che Andrea Gentile sia uno degli autori più originali del nostro fiacco panorama letterario credo sia ormai indiscutibile. Ma che la sua “poetica”, perché di poetica bisognerà parlare per poterlo inquadrare, anche se qualsiasi tentativo di classificazione opererebbe in modo riduttivo e mortificante, sia ancora tutto da indagare mi sembra un dato altrettanto certo. La critica, (ma esiste una oggi una critica che sappia “secernere”, “scegliere”, volendo ancorarci all’etimologia del termine), dicevo, quindi, la critica si avvicina alla sua opera con un certo stordimento relegandola ora ad un vago meridionalismo noir, ora ad un fantasy nutrito di ingredienti folkloristici. A mio avviso entrambi i respiri, seppure potrebbero essere considerati pretesti letterari fondati, non descrivono in modo definitivo i mondi a cui vorrebbe introdurci l’autore.

E non parlo di mondi casualmente dacché i tre lavori centrali della produzione di Gentile (che vi consiglio di recuperare, inoltre, L’impero familiare delle tenebre future edito ormai qualche anno fa dal il Saggiatore) erigono, per poi demolire di volta in volta, mondi che sono sovrapposizioni di nascite e tramonti che si armonizzano e si respingono in un succedersi di conflitti e pacificazioni che replicano i turbamenti interiori ed esistenziali di ogni uomo vivo, presente a se stesso.

Tramontare si configura come un’epica del possibile, e pure dell’impossibile, dove tutto ciò che accade è anche il suo contrario, dove la realtà è una crosta che i personaggi sono chiamati ad attraversare con gli strumenti, pochi, rudimentali, che hanno a disposizione. Esistono ragioni inafferrabili, esiste l’imponderabile, esiste quel mistero che Tramontare porta inscritto negli occhi e che fa inorridire la Maestra tanto da chiederle di allontanarsi, di distogliere lo sguardo. È così irricevibile il mistero? Ne siamo così spaventati? Forse è per disabitudine, forse è perché non siamo sufficientemente allenati e allora ci difendiamo opponendo una resistenza tenace.

Il testo ha un impianto spiazzante perché concepito essenzialmente in due momenti: una prima parte, apparentemente autonoma rispetto alla seconda, racconta di una bambina ed è fitta di incontri e accadimenti. La seconda parte, invece, ci presenta una donna in età matura nel pieno groviglio delle sue paure, dei suoi pensieri. Un lungo, ragionato delirio di una donna avvinta ai suoi tormenti e alle sue solitudini. Una donna in attesa di essere appunto “riconosciuta” come d’altronde auspica l’autore già nella prima arte del romanzo. La donna è tutta protesa verso l’arrivo di un nipote che possa affrancarla dalla sua disperazione. Attende un nome, un viso, una voce amata che sappia restituirla a se stessa nell’amore.

quella rappresentata da Gentile è una malata umanità che prova a raccogliere gli scoli del proprio sangue nei catini della speranza. La Sorella, che è poi la sorella della stessa Tramontare, è il dio di Masserie di Cristo, è l’idolo ai piedi del quale si prega per la salvezza, personale e del mondo. La libertà, sembra volerci suggerire Gentile, che è la somma aspirazione dell’uomo, si avvera, ragionevolmente, in un legame, è il recinto santo dentro cui l’uomo cuce i suoi respiri facendone preghiere.

La narrazione di Gentile procede poeticamente, per accostamenti, isterie emotive, immagini che di volta in volta attraversano gli strati per giungere al bianco ancoraggio delle ossa, altro elemento di ritorno nel testo. Il tempo del romanzo consegna al lettore armonie remote, dimenticate, e che la giovane, e poi adulta, Tramontare, richiama nel testo con i suoi gridi timidi, le sue piccole implosioni intime. Con la sua volontà di scavo, tenterà infatti di scavare in classe un cunicolo, ci ricorda che l’unica attività che riscatta la dignità dell’umano è l’offerta di sé agli abissi, ai vuoti dei propri baratri. Gentile ci consegna così un’opera che riavvia in noi un lavoro a cui la letteratura sembra volerci disabituare. E questo è il suo più grande merito.

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