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Storie di Fiorino: lago in collina


(l’ultima storia di Fiorino è qui)
“Paolaaa!”
“Sì, bestia?”
Ecco, era quello che lo colpiva di lei, di quella ragazzina di tredici anni; come faceva ad essere già brava a rispondere così, con naturalezza, con voce discreta, con un piccolo insulto, leggero, affettuoso, che però metteva avanti le mani; era un dono di natura, pensava Fiorino. E poi era contento, perché quella risposta la Paola l’aveva data al suo amico che l’aveva chiamata, non a lui; era meglio che l’amico, che era poi l’amico del cuore di quegli anni, fosse tenuto un po’ a distanza, perché la Paola piaceva a lui, oddìo, piaceva, sì, come s’intende questo verbo a quell’età, oscura e deliziosa, ma d’estate, in riva al lago, deliziosa proprio, senza tante svenevolezze e rigiri del cuore.
La Paola era figlia di una collega della zia, maestre erano entrambe nella scuola elementare di San Bruno, ma né Fiorino né l’amico del cuore Ernesto le avevano come maestre. Ernesto poi era due anni più vecchio e questo gli conferiva un’aura di autorità, inconfessata ma ineludibile, aveva più esperienza, aveva amici più grandi, faceva allusioni appena intuibili, e qualche volta lasciava cadere delle informazioni scottanti nelle orecchie di Fiorino, che ci doveva pensare un po’ per ricostruirne il senso oscuramente eccitante.
Ernesto e Fiorino andavano tutti i pomeriggi, nei quali i compiti non li occupavano eccessivamente, a fare una passeggiata sulle colline che stavano alle spalle di San Bruno: le colline moreniche, così le chiamavano i maestri che insegnavano la geografia locale, dalle quali, più su si andava, meglio si vedeva il grande lago, sempre un po’ più lontano, fino in mezzo in mezzo. Erano, quelle passeggiate, un inizio certo di educazione sentimentale, una scoperta di libertà espressiva, una conquista lenta e piacevole di comunicazione di nuovo sentire. C’erano delle piccole scalate, dei passaggi che bisognava fare carponi, qualche casa abbandonata sulla quale congetturare chissà quali storie; e c’era il tracciato della vecchia ferrovia, quella che s’era dovuta costruire quando era stato bombardato il viadotto che collegava tra loro due colline vicine, un bel viadotto con arcate a sesto acuto, quasi fossero d’una enorme chiesa gotica, le cui macerie erano rimaste per anni a testimoniare sui prati sottostanti gli orrori della guerra. Tutto il tracciato provvisorio della ferrovia si snodava in mezzo a campi e boschetti, se mettevi l’orecchio sulle rotaie, col cuore in gola, potevi sentire l’avvicinarsi del treno già da lontano.
Era Ernesto che guidava, accettando talvolta, con regale condiscendenza, qualche proposta di Fiorino. Fatto sta che accadeva molto spesso che quelle passeggiate avessero come punto d’arrivo, o comunque di sosta privilegiata, uno spiazzo arioso e piacevole, intorno ad un laghetto, di quelli non grandi, e tuttavia inaspettatamente profondi, che si trovano ad interrompere i pendii delle colline. C’erano tante piante, di cui i ragazzi non conoscevano i nomi e anche tanti fiori, in primavera, quando il piacere di quelle passeggiate acquistava un sapore nuovo e ogni anno diverso; diventava – questo piacere – meno acerbo, e anche più fatalmente maturo, mai del tutto distaccato dalla consapevolezza di una perdita. Anche i fiori cambiavano spesso, e Fiorino ed Ernesto non ci pensavano molto, avevan da confidarsi i loro primi pensieri, da guardare per aria, da fissare il tremolio di quel piccolo specchio d’acqua, che aveva un nome che sapeva un po’ del dialetto del paese e un po’ di oriente misterioso; un nome che poteva essere pronunciato con l’accento un po’ rude che prediligeva le o chiuse, ma che allo stesso tempo conteneva suoni che facevano pensare a famosi edifici orientali.
Ci fu un periodo, tra aprile e maggio, nel quale però i ragazzi rimasero perplessi a guardare l’apparire di una macchia di fiori, che crescevano, nella parte più lontana dal lago, su un terreno arido e sassoso, dove non sembrava che altra erba riuscisse a spuntare. Come degli steli alti e instabili che cominciavano a produrre dei boccioli inspiegabilmente neri, o comunque molto scuri. Fiorino li guardava con una certa inquietudine, e anche la ben nota sicurezza di Ernesto non era più tanto solida.
Fiorino però, che non era mai certo delle proprie conoscenze, non se la sentiva di parlare di piante, era un argomento troppo gentile, quasi fuori luogo, di cui oltretutto non era esperto, da non sottolineare, semmai da gustare di riflesso; era persino disposto a pensare che potessero esistere dei fiori neri. Non aveva forse letto, tra i primi romanzi d’avventura che stavano bene in fila nella sua cameretta, Il tulipano nero, che raccontava una complicata storia, e anche un po’ torbida, dello scatenarsi di straordinari interessi intorno alla creazione di uno speciale tipo di tulipano, dal colore sempre più scuro, fino ad essere nero. E perché poi avrebbe dovuto rivestire un così grande interesse un tulipano nero? Certo erano molto più belli quelli rossi, o gialli, che qualche volta regalavano alla zia maestra.
Ma quelli lì, non lontani dal bordo del laghetto della collina, non dovevano essere tulipani, non avevano quella rigidezza metallica, quel carattere inossidabile del tulipano. Erano sì appesi a steli abbastanza rigidi, ma più alti e con foglioline più tenere e gentili, e portavano delle specie di pannocchie con tanti boccioli, che non sembravano poter dar luogo a un fiore così squadrato come quello del tulipano. Ma Fiorino era possibilista, la zia avrebbe certo saputo di che fiori si trattasse. La zia? Forse, però anche la Paola l’avrebbe saputo, lei che aveva un giardino ben più grande di quello della famiglia di Fiorino, e che ostentava sempre tanta sicurezza sui fiori che capitava loro di vedere.
Ernesto invece, che pure di fiori poco sapeva, aveva sentito dire da qualche parte che gli unici colori che un fiore non poteva avere erano il verde, perché se no si sarebbe confuso con una foglia, e il nero. E quindi quei fiori dello spiazzo arido lo turbavano un po’; quando le certezze sono più rigide, scuoterle può essere più inquietante. Ma mentre parlavano dei fiori, passò il treno, lento sul suo provvisorio tracciato, che per qualche minuto soffocava ogni cosa col suo rumore e col suo vapore bianco e soffice. Sul treno c’era sempre qualcuno che salutava due ragazzini a spasso nella campagna e in pochi attimi frulli di pensieri svolavano su per le rotaie e i due sognavano già di essere su quei vagoni, diretti lontano, a Brescia forse, ma anche a Milano, a Torino, chissà. Una volta Fiorino era andato con la sua mamma in vacanza in un paesino della Liguria, da un’amica di famiglia, e avevano dovuto cambiare molti treni, sbuffanti vapore bianco. Quei treni erano per Fiorino macchine straordinarie e paurose, che gli incutevano, così come altri oggetti della vita, un misto di turbamento e di ammirazione.
Fiorino aveva pensato qualche volta a questa strana mescolanza di sentimenti, e gli era parso di intuire che il turbamento andava scemando a misura che aumentava la conoscenza, il che era naturale, succedeva però anche che questo scemare era un po’ penoso, in quel turbamento era sempre mescolata una qualche gioia.
Ne aveva parlato qualche volta con Ernesto, di questa faccenda e l’amico, che frequentava già il liceo, aveva detto di credere che tutto fosse legato a una certa formula, che suonava odi et amo e che si trovava in un grande poeta latino. Questa formula riguardava il territorio quasi inesplorato dell’amore e sembrava garantire che sempre con quel grande sentimento che doveva essere l’amore, si accompagnava un po’ di odio. Fiorino non capiva come, visto che se vuoi bene a una persona, non puoi contemporaneamente odiarla, e tuttavia avvertiva un’oscura somiglianza con quella storia dei treni, e un po’ anche con quei fiori neri che però … insomma, bisognava aspettare. E doveva anche avere a che fare con quell’altra storia che gli aveva raccontato suo padre non tanto tempo prima, che il voler bene è una cosa e l’amare è una cosa diversa, perché coinvolgeva degli aspetti che Fiorino ancora non controllava.
Ormai del treno che era passato non lontano dal laghetto non rimaneva che un sentore di vapore nell’aria e i ragazzi erano già sul sentiero che tornava verso il paese su un differente percorso.

La Paola non frequentava il liceo, ma “la ragioneria”, una scuola che era arrivata da poco a San Bruno e che aveva subito raccolto molti studenti, che per tante ragioni non volevano immergersi nel “classico”. E poi diceva che voleva andare a fare la segretaria. Quindi al liceo non la si vedeva, però Fiorino aveva imparato che strada faceva quando andava a scuola la mattina e appena poteva andava a scuola in bicicletta: così come per caso la incrociava, e l’accompagnava, con quella posizione di superiorità che la bicicletta, anche a passo d’uomo, dà a chi accompagna qualcuno che cammina.
“Lo sai che ho visto un fiore nero?” le disse Fiorino quella mattina.
“Ma va’, scemo, chissà cosa ti ga visto” rispose la Paola, che aveva la mamma veneta e che quindi nei momenti di spontaneità usava qualche espressione dialettale; del resto anche il papà di Fiorino era veneto puro sangue e quindi lui capiva benissimo. Fiorino nominò il luogo del ritrovamento, ma la Paola non lo conosceva e dunque non poteva negare recisamente, rimaneva tuttavia in quella posizione di scherno appena accennato che cominciava a dare una parvenza di concretezza a quell’idea del poeta latino.
“Ti portiamo noi a vederli quei fiori” propose Fiorino, che non osava dire “ti porto io”, sembrandogli di un’audacia improponibile, e coinvolgendo così, senza averglielo domandato, Ernesto in quest’impresa. “Non se ne parla” rispose subito La Paola, che spesso giocava a fare la ragazza irreprensibile “Chissà poi dove vorreste andare voi”.
Fiorino non poté evitare di arrossire, tuttavia si fece forza e provò ad insistere, raccontando la bellezza dei luoghi e l’emozione del lago e dei fiori. La Paola non promise nulla, disse che forse avrebbe provato a dirlo alla mamma.
Passò una settimana. Non era facilissimo incontrare la Paola quando attraversava “lo stradone” che separava la sua casa dalla scuola e qualche mattina Fiorino si alzava troppo tardi per permettersi quel giro in più; il preside non era tipo da tollerare ritardi, con quel suo fare secco e la voce tagliente che non ammetteva repliche. Come quando Fiorino, che era appena entrato al ginnasio. aveva creduto bene di scrivere sul giornalino del liceo, giornalino da poco inaugurato come elemento di grande apertura verso gli studenti, che gli insegnanti di italiano cambiavano ogni anno; così infatti aveva sentito raccontare dai ragazzi più grandi. Il preside aveva convocato Fiorino, che pure a scuola se la cavava bene, e gli aveva detto due parole secche secche a proposito dell’infangare il nome della scuola. Il giornalino aveva dovuto ospitare una smentita, ancorché un po’ ironica, di penna dello stesso Fiorino.
La zia di Fiorino aveva comperato da poco un apparecchio televisivo, uno dei primi, che funzionavano talvolta e talvolta mostravano invece righe nere orizzontali difficilmente addomesticabili. Ma tale era la novità dell’apparecchio e delle sue prestazioni, che qualche amica veniva la sera a vedere quella nuova meraviglia e a sentirsi Lascia o raddoppia o qualche analogo intrattenimento. Una sera arrivò la mamma della Paola con la Paola e una delle sue quattro sorelle, la Fiorenza; intanto perché non si doveva far vedere che si andava solo con la figlia interessata, e interessata a cosa, poi? Inoltre così si allargava il pubblico e tutto diventava meno ufficiale.
La Paola fece una cosa assolutamente incredibile, che Fiorino mai avrebbe osato pensare, disse cioè, prima dell’inizio dei programmi, con la sua bella, e studiata, spontaneità, al padre di Fiorino, che suo figlio l’aveva invitata ad andare a fare una passeggiata in campagna con lui. Il padre non si commosse minimamente, si limitò a pensare che suo figlio era meno timido di quanto lui pensasse e in qualche modo anzi si compiacque del fatto. Sembrò che in quattro e quattr’otto tutto fosse combinato per l’indomani, che era un sabato e quindi anche il regime dei compiti era un po’ più rilassato.
Ma quel sabato piovve a dirotto e non ci fu nulla da fare.
Certo la storia dei fiori neri era una scusa, questo Fiorino lo sapeva bene, sapeva che gli sarebbe piaciuto mostrare alla Paola i sentieri e i segreti che lui ed Ernesto avevano scoperto un po’ alla volta, in tutte le loro passeggiate. Naturalmente non tutto si poteva raccontare o mostrare alla Paola, non certo quell’indumento femminile che avevano trovato una volta intorno a una casa disabitata e sul quale avevano costruito un bel castello di adolescenziali fantasie, e che avevano poi accuratamente nascosto. E neanche i passaggi più difficili della passeggiata standard, con quel terreno che smottava e sul quale si rischiava di scivolare continuamente sbucciandosi gambe e braccia. Però altre cose sì, l’entrata nascosta e senza lucchetto nella cantina abbandonata, piena di ciarpame vecchio e polveroso e di sedie spagliate e anche di qualche pelle di biscia che magari avrebbe prodotto un brivido persino nella Paola. E poi vediamo se adesso crederà a quei fiori neri, pensava Fiorino, che non aveva ancora trovato il coraggio di raccontare ad Ernesto che aveva invitato la Paola in quel loro luogo intimo, luogo della collina e del cuore, che facevano tutt’uno.

Glielo disse all’uscita di scuola il lunedì dopo; Ernesto abitava vicinissimo al liceo, quindi non si poteva fare un pezzo di strada assieme all’uscita da scuola, ma si poteva fermarsi sotto casa sua a parlar fitto. Fiorino spiegò che la Paola s’intendeva di fiori perché aveva la mamma col giardino grande, che lei stessa coltivava e che quindi era praticamente una spedizione di studio. Non fu difficile convincere l’amico, anche perché sotto sotto anche a lui la Paola non dispiaceva, anche se ogni tanto parlava con nonchalance di una certa Lorenza, una delle grandi che faceva già l’ultimo anno e non si sapeva che università sarebbe mai andata a scegliere; con quella grinta che già manifestava. Ernesto stava abbottonato quanto alle sue esperienze femminili, un po’ perché Fiorino era piccolo e non bisognava scandalizzarlo, come veniva talvolta pubblicamente – e spiacevolmente – dichiarato, un po’ perché c’era poco da raccontare, un po’ anche perché Ernesto temeva di incontrare la disapprovazione di Fiorino, al cui giudizio, comunque, teneva. Dunque si fissò per mercoledì, tempo permettendo, perché giovedì era il giorno leggero, c’era ginnastica e religione. Mercoledì splendeva un bel sole fin dal mattino, Fiorino faticò un poco a concentrarsi alla lezione di greco; era ancora al primo anno di questa materia nuova e affascinante e ancora bisognava allenarsi per leggere speditamente quei caratteri e quegli accenti e ancora non era in grado di capire quanto leggeva, se non in rarissimi casi di vocaboli semplici e studiati da poco. “Aretè timèn férei”, quella frase che stava in uno degli esercizi sulla prima declinazione l’aveva colpito molto fin da principio, la virtù porta onore, sarà vero si domandava Fiorino, che nella sua piccola vita del dopoguerra, non aveva visto molti esempi di virtù; salvo la sua mamma, naturalmente, che però aveva troppo presto perduta; e gli era rimasta quella frase, pensando che forse la si poteva dire solo in greco, che sarebbe stonata in qualsiasi altra lingua; perché l’onore poi che cos’era di preciso, dopo averci molto pensato Fiorino arrivava alla conclusione che era la stessa cosa della virtù, e allora la frase tanto bella però si svuotava di senso; ma non doveva essere neanche esattamente così, l’onore era qualcosa di cui suo padre parlava molto come di cosa sacra e irrinunciabile e quindi bisognava imparare un po’ alla volta a intuirne lo spessore.

Alle due del pomeriggio suonarono alla porta e Fiorino, col boccone in gola, si precipitò ad aprire: erano arrivati assieme, la Paola ed Ernesto, ma s’eran trovati casualmente sullo stradone e la piccola punta nel cuore di Fiorino si smussò subito. Lui era già pronto, col maglioncino sulle spalle e delle scarpe grosse e pesanti, così uscì senz’altro con i due amici.

L’inizio della passeggiata era sempre lo stesso; bisognava guadagnare l’inizio delle colline percorrendo un pezzo di strada asfaltata, ma il traffico non era asfissiante e il tragitto passava rapidamente. Appena cominciava il sentiero cominciava anche la salita, che non era molto erta, era però lunga e continua; Fiorino preferiva fermarsi spesso a guardarsi intorno; e lo faceva perché il suo fisico non era di quelli robusti che resistono solidamente a qualsiasi fatica, il suo fiato non era pronto come quello dei suoi compagni, e Fiorino intuiva che non sarebbe mai stato un atleta e un arrampicatore: avrebbe sempre dovuto tollerare quella sua situazione senza dolersene troppo, o almeno non troppo pubblicamente; si poteva forse parlarne a qualche amico in quei momenti di confessione totale che facevano poi stare così bene; ma pochi amici andavano bene per questo, ed Ernesto non era certo tra questi. Di fronte alla Paola, poi, figuriamoci.
Si fermarono spesso, a guardare il grande lago, che da lì cominciava a mostrare la forma del suo bacino inferiore, un po’ arrotondata e svasata e anche le margherite e le violette, che i due maschi mai avevano notato, ma che la Paola immediatamente individuò con molti commenti istruttivi sulla capacità d’osservazione dei maschi.
Passarono la casa disabitata, evitarono con un piccolo giro la scalata con la terra che smottava e d’un tratto si trovarono sullo spiazzo del laghetto, in uno dei suoi momenti migliori; la superficie dell’acqua appena marezzata e un fresco che mitigava il calore dell’emozione di quella intimità. Non si sentiva cinguettio di uccelli, né latrato di cani; ci si poteva arrendere ad un momento di quieto godimento di una natura ferma; tutti e tre si lasciarono contagiare da questa sensazione e la assaporarono senza fretta. Era ancora presto per il passaggio del treno e il resto del mondo poteva aspettare.
Accadde improvvisamente: la Paola volse lo sguardo verso lo spiazzo arido, culla dei loro fiori neri, ed emise un grido di gioia spontanea: gli asfodeli, gli asfodeli!! E rise poi, rise con quella sua voce inimitabile, calma ed insieme emozionante, una voce che non evocava mai la tragedia, ma che tendeva a comunicare sicurezza. In cima agli steli che appena ondeggiavano alla brezza, nella parte bassa di quelle pannocchie, erano sbocciati degli stupendi fiori bianchi; “gli asfodeli” gridò la Paola, “che la mia mamma ama tanto e fatica a far crescere. Così sarebbero questi i vostri famosi fiori neri?” Aggiunse con quella sua affettuosa ironia, “Questi sarebbero?” Fiorino ed Ernesto non sapevano che dire, ma avevano indubbiamente di che osservare: quei boccioli neri della settimana precedente avevano incominciato a schiudersi e allora appariva la loro vera natura: dei petali candidi e lucenti da abbagliare; asphodelus albus confermò la Paola, che ancora sorrideva di piacere.
“Quel nero che avete visto voi dementi era quello dell’esterno del bocciolo, è per meglio conservare il bianco che c’è dentro.”
Fiorino taceva.
“Ah ecco perché” si intromise Ernesto, che era un dannunziano convinto, “ecco perché D’Annunzio dice “funebri come gli asfodeli dell’Ade”, parlando delle sue parole, nelle Stirpi canore, che è tutta una festa di parole e di suoni”.
E giù a parlare delle parole di D’Annunzio e di che tipo doveva essere stato quel poeta così raffinato e così matto e forse così malato.
Un’altra inquietudine svaniva nella testa di Fiorino, il fiore nero non c’era più, trapassava dal nero al bianco, una palpabile metafora del progredire della conoscenza, Fiorino perdeva un’altra fonte di turbamento. Anche la pena del vivere mutava forma rapidamente.

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