Dante e Forese, dopo la tenzone l’affetto

Abbiamo già incontrato Forese Donati, detto Bicci (terzo cugino della moglie ufficiale di Dante, Gemma) qui dove trovate la prima parte della famosa tenzone. La seconda parte l’ho pubblicata qui, dove avevo anche accennato che Dante avrebbe ritrovato l’amico nel Purgatorio. A buon diritto dico “l’amico” perché, malgrado i toni duri e le insinuazioni provocatorie contenute nei sei sonetti della tenzone i due erano buoni amici e gli insulti di quel tipo (“Bicci novel, figliuol di non so cui”, ecc.) erano una specie di moda tra la jeunesse dorée fiorentina della seconda metà del ‘200. L’apparire della famiglia Donati è frequente nelle opere di Dante, la sorella di Forese, Piccarda, sarà incontrata nel Paradiso, tra i beati, mentre il fratello Corso, capo dei guelfi neri a Firenze avrà un ruolo importante nelle varie vicende guerresche tra guelfi e ghibellini – sarà lui, a quanto pare, l’artefice della vittoria dei fiorentini a Campaldino contro i ghibellini aretini – e sarà anche il maggior artefice della cacciata di Dante da Firenze, così che Dante metterà, come vedrete, in bocca a Forese un destino infernale per Corso.
Forese, morto nel 1296, è in Purgatorio fra i golosi, sesto girone, canto XXIII e inizio XXIV; costoro sono puniti, sempre per lo famoso ovvio contrappasso, con l’aver sempre fame e sete e a non riuscire né a mangiare né a bere, per cui sono quanto mai smunti, magri, pallidi e col viso scavato, come appunto descrive Dante nei primi versi che qui cito. Dante si stupisce che Forese sia già nel sesto girone e non nell’antipurgatorio, dove sostano a lungo quelli che si sono pentiti (o convertiti) solo all’ultimo minuto prima di morire, ma Forese spiega che è tutto merito della moglie Nella (leggete i vv. 87-90), la “vedovella mia”.

l’occhiaie anella sanza gemme:
chi nel viso de li uomini legge ’omo’
ben avria quivi conosciuta l’emme.33

Chi crederebbe che l’odor d’un pomo
sì governasse, generando brama,
e quel d’un’acqua, non sappiendo como?36

Già era in ammirar che sì li affama,
per la cagione ancor non manifesta
di lor magrezza e di lor trista squama,39

ed ecco del profondo de la testa
volse a me li occhi un’ombra e guardò fiso;
poi gridò forte: “Qual grazia m’è questa?”.42

Mai non l’avrei riconosciuto al viso;
ma ne la voce sua mi fu palese
ciò che l’aspetto in sé avea conquiso.45

Questa favilla tutta mi raccese
mia conoscenza a la cangiata labbia,
e ravvisai la faccia di Forese.48

“Deh, non contendere a l’asciutta scabbia
che mi scolora”, pregava, “la pelle,
né a difetto di carne ch’io abbia;51

ma dimmi il ver di te, dì chi son quelle
due anime che là ti fanno scorta;
non rimaner che tu non mi favelle!”.54

“La faccia tua, ch’io lagrimai già morta,
mi dà di pianger mo non minor doglia”,
rispuos’io lui, “veggendola sì torta.57

Però mi dì, per Dio, che sì vi sfoglia;
non mi far dir mentr’io mi maraviglio,
ché mal può dir chi è pien d’altra voglia”.60

Ed elli a me: “De l’etterno consiglio
cade vertù ne l’acqua e ne la pianta
rimasa dietro, ond’io sì m’assottiglio.63

Tutta esta gente che piangendo canta
per seguitar la gola oltra misura,
in fame e ‘n sete qui si rifà santa.66

Di bere e di mangiar n’accende cura
l’odor ch’esce del pomo e de lo sprazzo
che si distende su per sua verdura.69

E non pur una volta, questo spazzo
girando, si rinfresca nostra pena:
io dico pena, e dovria dir sollazzo,72

ché quella voglia a li alberi ci mena
che menò Cristo lieto a dire ’Elì’,
quando ne liberò con la sua vena”.75

E io a lui: “Forese, da quel dì
nel qual mutasti mondo a miglior vita,
cinqu’ anni non son vòlti infino a qui.78

Se prima fu la possa in te finita
di peccar più, che sovvenisse l’ora
del buon dolor ch’a Dio ne rimarita,81

come se’ tu qua sù venuto ancora?
Io ti credea trovar là giù di sotto,
dove tempo per tempo si ristora”.84

Ond’elli a me: “Sì tosto m’ ha condotto
a ber lo dolce assenzo d’i martìri
la Nella mia con suo pianger dirotto.87

Con suoi prieghi devoti e con sospiri
tratto m’ ha de la costa ove s’aspetta,
e liberato m’ ha de li altri giri.90

Tanto è a Dio più cara e più diletta
la vedovella mia, che molto amai,
quanto in bene operare è più soletta;93

ché la Barbagia di Sardigna assai
ne le femmine sue più è pudica
che la Barbagia dov’io la lasciai.96

O dolce frate, che vuo’ tu ch’io dica?
Tempo futuro m’è già nel cospetto,
cui non sarà quest’ora molto antica,99

nel qual sarà in pergamo interdetto
a le sfacciate donne fiorentine
l’andar mostrando con le poppe il petto.102

Quai barbare fuor mai, quai saracine,
cui bisognasse, per farle ir coperte,
o spiritali o altre discipline?105

Ma se le svergognate fosser certe
di quel che ’l ciel veloce loro ammanna,
già per urlare avrian le bocche aperte;108

ché, se l’antiveder qui non m’inganna,
prima fien triste che le guance impeli
colui che mo si consola con nanna.111

Deh, frate, or fa che più non mi ti celi!
vedi che non pur io, ma questa gente
tutta rimira là dove ’l sol veli”.114

Per ch’io a lui: “Se tu riduci a mente
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancor fia grave il memorar presente.117

Di quella vita mi volse costui
che mi va innanzi, l’altr’ier, quando tonda
vi si mostrò la suora di colui”,120

e ’l sol mostrai; “costui per la profonda
notte menato m’ ha d’i veri morti
con questa vera carne che ’l seconda.123

Indi m’ han tratto sù li suoi conforti,
salendo e rigirando la montagna
che drizza voi che ’l mondo fece torti.126

Tanto dice di farmi sua compagna
che io sarò là dove fia Beatrice;
quivi convien che sanza lui rimagna.129

Virgilio è questi che così mi dice”,
e addita’ lo; “e quest’altro è quell’ombra
per cuï scosse dianzi ogne pendice132

lo vostro regno, che da sé lo sgombra”.

e fin qui arriva il primo intervento di Forese che proseguirà poi all’inizio del Canto XXIV, in cui dirà la sorte sia di Piccarda che di Corso, e presenterà a Dante un nuovo personaggio, goloso anch’egli, Bonagiunta da Lucca, ma di ciò alla prossima puntata.

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