IPERSENSIBILITÁ

di Antonio Potenza

Da due mesi, ogni sera, la mia caviglia sinistra inizia a gonfiarsi come se qualcuno ci soffiasse dentro aria fresca. A guardarla dall’alto mi è subito parsa una zampa di elefante con quelle grinze orizzontali piuttosto scavate al livello del calcagno. Me ne sono accorto grazie agli occhi attenti di un mio amico, fisioterapista, o qualcosa di simile. Tra le strade di Otranto mi ha avvisato del mio arto gigante, chiedendomi se mi facesse male. Sorpreso ho guardato il piede rispondendo che no, non avvertivo nessun dolore. E la conversazione finì lì: se qualcosa non fa male, benché stramba, perché preoccuparsi?
O almeno, al momento pensai così. Quindi tutta l’estate ho continuato a gonfiarmi come un palloncino da festa, ogni sera. Alcuni giorni fu anche divertente aggirarmi tra la gente in ferie, come un freak. Guardavano la caviglia gonfia, talvolta costretta in una calza stringente rubata dal mobiletto del bagno di nonna, con un misto di curiosità e preoccupazione. Dal canto mio non me ne preoccupavo, né della caviglia né del pubblico. L’ironia mi parve una buona cosa, per questo inventai tecniche di approccio esilaranti nelle quali non mostravo i muscoli o la mia arguzia, piuttosto la mia zampa elefantina. I miei amici erano sicuri che avrei fatto colpo.
Ad ogni modo l’estate andò avanti tra pomata e calza stringente, nonché senza conquiste. La mattina un fuscello, la notte un pachiderma: dannata caviglia licantropa.
Il dottore a fine della stagione calda, a rientro dalle ferie, non fu divertito dal racconto. Nemmeno la tecnica di approccio gli strappò un sorriso. Non lo biasimavo, ma iniziavo a preoccuparmi. Lei ha un problema di circolazione sanguigna, disse. E allora esami a cascata: radiografia, ecografia, analisi del sangue, tac e altre cose dai nomi piuttosto complessi.
A distanza di un mese sono di nuovo qua, in sala d’aspetto, stringendo i risultati delle mie avventure cliniche. Non riesco a nascondere una certa apprensione. Immagino per un istante, nella mia mente un baleno piuttosto lungo, quello che potrebbe succedere da qui in poi. In questo nervoso vaticinio riesco a guardarmi dall’esterno e da lontano mentre zoppico tutte le sere della mia vita come uno stanco animale ferito, fuoriuscirà dalle caviglie sangue di quercia, sulla pelle cresceranno inflorescenze colorate e tracce di corteccia si abbarbicheranno sul dorso del piede, posso scorgere con una certa semplicità le difficoltà che mi aspetteranno da qui in poi, i miei genitori ormai canuti si curveranno su di me come infiacchite badanti con le occhiaie marcate, sbotteranno per i miei malati capricci, sbufferanno le sere in cui avrò il piede così grande da non poter uscire dalla porta – oddio, pensai, distruggerò gli infissi – i miei amici stufi di prendermi sotto il braccio sul lungo mare di Gallipoli mi abbandoneranno dietro il camioncino dei panini, quale donna, mi chiedo infine, vorrà uscire con me? Il sesso adesso è la mia prima preoccupazione: chi avrà il coraggio e la voglia di scarrozzarmi in auto con lo spirito umano di lasciare, ogni sera, ogni volta, ripetutamente, un gonfio pachiderma alla propria abitazione? Nessuna.
Ho un attacco di panico. Credo lo sia, perché la laringe si stringe in gola, poi in petto avverto l’occlusione dell’aria, la trachea comincia a rinsecchirsi. Lascio i documenti sulla sedia traballante della sala d’aspetto e mi getto nell’aria aperta. Penso che il sole sia eccessivamente chiaro, il cielo estremamente limpido. Un’eccedenza che però mi inietta tranquillità, così il respiro torna normale. Ho accesso quindi nuovamente alle mie facoltà cognitive e con passo disinvolto, incurante degli sguardi curiosi delle signore in sala, ritorno al mio posto.
Lancio un’ultima occhiata ai documenti, mentre sul collo inizia a bruciare un punto preciso all’altezza dell’attaccatura dei capelli. Che fastidio, mi gratto con una certa insistenza. Che doppio piacere, il prurito termina quando il dottore chiama il mio nome. Poco dopo nel suo studio la sua espressione è ancora più interrogativa. Oggi ha anche la fortuna di vedere il mio piede gonfio, perché ¬– sorpresa – non ha deciso di sgonfiarsi. E quindi Dottore, dico, mentre sbatto la gamba sulla caviglia, oggi è fortunato: mi dica un po’, di cosa soffro?
Quello guarda i fogli. Poi il calcagno grinzoso e tumido e il suo sguardo passa da uno all’altro per un po’ di volte. Sono divertito, quanto spazientito.
Mi faccia parlare con uno specialista, dice e mi congeda.
A casa provo a rilassarmi, ma la mia abitazione è un posto meno comodo ultimamente di ciò che era solo pochi anni fa. Le imposte sono quasi sempre chiuse e la cucina o il salotto, che danno direttamente sulla porta principale, sono costantemente abitate da fila di ombre schiarite da quei pochi fili di luce che riescono a sgattaiolare. Stessa situazione nelle camere. La televisione è un elemento di disturbo, per chi abita questa casa insieme a me è solo un costante vociare. Anche a basso volume le risulta strillante.
Entro nello scenario grottesco in punta di piedi, ultimamente anche a causa del mio handicap ferino, ma soprattutto per una specie di preoccupazione intima. Attraverso la cucina e sul letto a due piazze ci trovo mia madre, distesa con il viso verso l’alto. Ha la pelle dello stesso colore dell’ambiente, i suoi occhi brillano a volte.
Come va oggi?
Risposta puntuale: come sempre. Ha il viso gonfio, gli occhi umidi. Credo abbia pianto. La mia presenza non la intima a muoversi, continua a osservare il lampadario, senza voltarsi. Ritorno nella mia camera ad aprire la finestra, lo faccio di nascosto come se fosse la mia prima sigaretta. Mi stendo sul mio materasso ad una piazza che non vuole crescere. Il mio corpo negli anni è cambiato ma lui rimane sempre così angusto. Dalla finestra appena aperta seguo una lama di luce che si allunga tagliando perpendicolarmente la stanza fino al cuscino e al mio viso. In uno sforzo d’immaginazione mi guardo dall’esterno: i miei occhi sembrano bicromi. Quello a sinistra, colmo di folgore mattutina, conserva i fantasmi dei sorrisi di mia madre, prima che partisse mia sorella, prima che mancasse mio padre, quando gestiva la casa tornando dal lavoro come se fosse il suo giaciglio fiorito. L’altro, traboccante di oscurità, guarda la realtà adesso: due esistenze slavate che rimpiangono il passato e rifiutano il futuro con angosciante esistenza del presente.
Sul collo inizia improvvisamente ad esplodere lo stesso prurito di questa mattina. All’attaccatura dei capelli sento come un formicolio bruciante, mi gratto con insistenza, senza che quello diminuisca. Attraverso la cattedrale d’ombre, in direzione del bagno. La luce esplode come una cometa sul soffitto, ora riesco vedermi chiaramente allo specchio. Mi contorco in una posizione scomoda ma che per un lasso di tempo piuttosto breve mi permette di vedermi il collo. I muscoli si contraggono, ma ce la faccio, la vedo: una grossa macchia si sta estendendo da sotto i capelli, ha la superficie puntinata, la tocco ed è rugosa, il suo colore è di un amaranto intenso. Faccio un pensiero: sembra una fragola. La sfioro nuovamente con le dita, la sensazione è la stessa che avvertirei accarezzando il frutto.
Un attacco di panico si impossessa di me come un arcaico spirito tribale: cammino per la stanza, consumo il pavimento, lavo le mani, bagno i polsi. Il bruciore continua e sento anche il piede gonfiarsi, posso avvertire un soffio che scorre attraverso le vene del mio arto. L’angoscia però si placa improvvisamente quando sullo schermo del cellulare vibrante appare il nome del mio medico: Mi raggiunga domani in studio, ho una teoria.
Intanto mamma non mangia. Questo è l’ennesimo problema della sua condizione. Il dottore mi ha detto che sta scivolando in una specie di stato depressivo, ancora non totale, ma non sottovalutabile. La causa? Mia sorella. Ha deciso di andare via da casa, senza alcun avviso o traccia, come rivoluzione alla vita borghese e ordinata. Le sue telefonate arrivano dalle quattordici alle quindici. Rispondo, è sorridente. Le passo mamma, continua ad essere felice, dice di esserlo, lo ripete spesso e a me questo puzza. Ad ogni modo ogni volta a chiamata terminata mia madre si ammutolisce, mi passa il cellulare e piomba nel mondo oscuro della sua mente. Il tuffo è così repentino che non faccio in tempo a trattenerla che è già saltata dalla scogliera. Posso solo vedere le gocce bianche del suo corpo che infrange l’acqua mentre se ne va in camera, a rifugiarsi nell’abbraccio caldo delle sue ombre e tra i rimpianti mielati delle foto della buonanima di Papà.
Il cibo, lo capisco, non riesce ad entrare in un corpo chiuso. Il suo organismo ha deciso di retrocedere verso un passato più luminoso. Tuttavia, visto che questo processo biologicamente non è attuabile mia madre rimane con la mente appena slanciata indietro e con tutto il resto è bloccata in un carapace ammuffito. Io la guardo, questo posso fare: lì dentro non entra cibo, tantomeno parole. Ci provo lo stesso, le preparo la cena, cucino i suoi pasti preferiti, se necessario la imbocco. Ma quella sbotta e se ne va. A volte ricorda me alle prese con le mie vecchie pene d’amore, solo che la situazione è molto più grave. Ciò su cui insisto maggiormente sono le pillole che le ha prescritto il dottore. Solitamente stazionano sul mobiletto in bagno. Caramelle al ripieno di serotonina.
Ho già presentato i miei dubbi al dottore. Le liquirizie alla dopamina non funzionano, ma tra i due non sono io ad avere una laurea in medicina. E tant’è: faccio il possibile qui, perché la condizione tetra di mia madre fa male di rimbalzo anche a me.
Ora colto da questo prudore lancinante corro in camera da lei, come facevo quando mi sbucciavo le ginocchia, quando piangevo, o ero triste. Lei mi coccolava, diceva che tutto poteva passare instillandomi quel senso di fiducia nello scorrere del tempo, nell’evoluzione delle cose.
Adesso mi guarda appena. Rimasugli del senso materno nei miei confronti. Ora ho la stempiatura ampia, il petto largo, uno stipendio e qualche capello bianco. Può smettere di preoccuparsi.
Passerà, dice solamente e sarà l’unica parola che dirà per tutto il giorno.
Ore dopo sono nel mio letto a leggere, guardo la caviglia che non ha smesso di crescere, conseguentemente alla mia ansia. Ho lo sterno sfondato dall’angoscia, una fragola sul collo e il piede di un elefante. Aspetto solo il circo, e mi addormento.

Il giorno dopo sono al 505 di Viale Aldo Moro. La sala d’aspetto è vuota alle sette del mattino. Dico buongiorno ad alta voce perché qualcuno mi senta. Sulla parete si incasellano poster con facce sorridenti, denti bianchi che consigliano di fare gli esami a tempo debito, di vivere bene, inni alla salute. Eppure, lo dico a me stesso, chi cazzo ci crede.
Buongiorno, ripeto.
Nessuno risponde. Scrivo al dottore e torno a casa.
Nella cattedrale d’ombre si allarga un pianto. Non lo localizzo per un po’, poi uno sferragliare convulso mi suggerisce di guardare in cucina. Lì mia madre come un golem rovista tra forchette e posate. Lo stridio della ricerca aumenta di volume, graffia nei timpani. Cosa fai, mamma. Fruga, rovista. Cosa cerchi, mamma. Il volume si placa: l’ha trovato. Lo punta al cielo come una lancia benedetta. Il grosso coltello da cucina brilla appena nell’unico raggio di sole che entra nella basilica di oscurità. Il dio nero delle angosce sta consacrando questa abitazione.
Ha lo sguardo vuoto, lo avvicina al braccio, ma le mie gambe scattano come due grosse molle ferrate, la blocco, non ha molta forza. Il coltello è di nuovo nel cassetto, ma ho negli occhi la lama che si avvicina alle sue vene, la pelle che freme al di sotto, il sangue allora inizia a irrorarsi nella gamba. La caviglia si gonfia, ma ho come l’impressione che non sia la sola. Sento il prurito che mi pervade, adesso accompagnato da un certo bruciore al petto, che scende giù per le braccia. Lievito, titanico sbotto, gigante avanzo verso quella bambina dai tratti stanchi e invecchiati. È così piccola adesso sotto il mio sguardo gigante, la vedo lontana, vicino al pavimento. Mi guarda dal basso con due grandi occhi grandi. Le grido parole di cui non ricordo il suono, di cui non capisco il significato. Immagino il mio viso rubicondo di furia, guardo il suo che invece è livido di paura. Con l’indice sono imperativo: in camera, e lei sgattaiola via.
Mi sgonfio, soffio fuori la rabbia nella solitudine della cucina. La sento singhiozzare di là. Mi accascio ai piedi del lavabo e piango. Nel frigno avverto un altro pizzicore violento, questa volta nell’avambraccio. Con le guance umide lo guardo: una larga macchia verde si sta estendendo verso il gomito. La scruto meglio, ha delle striature geometriche, ben tirate. Sembrano foglie, penso. Sono foglie, dico. Me ne da certezza nuovamente il tatto: l’indice passandoci su avverte una consistenza squamosa, ma più morbida.
Ho come l’impressione mi stiano crescendo delle felci sul braccio.
Lo passo sotto l’acqua. Quella, fresca, tiene a bada il dolore e chiarifica la consistenza di questo eritema eccezionale: sono decisamente delle felci quelle che vedo sul mio avambraccio.

Nella notte si accavallano le immagini di mia madre che con ghigno allegro si allarga la carne con il coltello, io sono lì che la guardo inerme, vorrei fare qualcosa, avvicinarmi magari, ma un’inflorescenza profumata si annoda tra le dita, cerco di aprirle senza risultato, perché – ora lo vedo – le radici doppie e coriacee si allungano fino a terra, il mio sforzo è vano, mia madre adesso ha le braccia aperte e ride di una felicità autentica, da quanto non la vedevo così solare, ma sanguina copiosamente, tra poco morirà, penso, ma le liane mi bloccano, alle mie spalle spunta il viso acuminato e biondo di mia sorella, dice solo due parole: è giusto così.
Mi sveglio in uno spasmo afono che mi decomprime il petto. Le mani che passo sulla fronte si inumidiscono di sudore perlaceo. Nel buio attraverso la casa, sento il respiro pesante di mamma che dorme. Non so che ore siano tanto gli occhi felini si sono abituati alla penombra, potrebbe essere l’alba come mezzogiorno. L’orologio in cucina segna le sei del mattino, piscio e mi sciacquo la faccia. Controllo le mie escrescenze con le quali sono sceso a patto: la caviglia elefantina, la nuca di fragola, l’avambraccio di felce. È tutto qui, a testimoniare non so cosa. Mi sembra si siano allargate, inspessite, mi stancano la pelle arrossata e infistolita.
Scrivo al dottore: mi chiami. E così fa dopo un paio d’ore. Ha la voce impastata, mi accorgo però che si sforza di mantenere un certo tono. Gli racconto tutto, dei miei eritemi floreali, degli attacchi di mamma. Sul secondo punto si defila scusandosi per non essere uno psicologo e subito dopo pronuncia nome e numero di un suo collega; sul primo punto invece dice solo che si tratta di ipersensibilità escrescenziale. È stato monitorato un solo caso nella letteratura.
E cosa dice questo caso, chiedo in un tono piuttosto piccato; spaventato.
Non dovrebbe morire, dice e il che mi consola.
Deve applicare una crema a base di cortisone, dovrebbe bastare.
Tutto qui. Penso. Ho una pianta sull’avambraccio, un frutto sulla nuca e basta del cortisone? La soluzione mi sembra sbrigativa, ma tant’è: il dottore mi saluta e riattacca, la sua giornata lavorativa è portata a casa. Mi guardo attorno, il mio avambraccio verdastro è la cosa più chiara in questa penombra gotica.

Chiamo mia sorella. Il cellulare suona a vuoto. Come sempre, sarà lei a richiamarmi quando ne avrà voglia o modo e la cosa mi disturberà, poiché in caso di necessità la sua presenza è soffusa, mitigata, quasi annientata. Quando penso che non si farà sentire, rispunterà la sua voce attraverso l’altoparlante dicendo che sta bene, che è felice, che si diverte. Dove, con chi, o per cosa, non lo sappiamo.
E così sull’ultimo squillo, decido di scriverle: richiamami, sto diventando una pianta.

Mia sorella non mi ha chiamato, per un tempo talmente dilatato che ho smesso di contare. La immagino felice nel suo idillio anarchico. Quanto è luminosa la sua rivoluzione, quanto di contro è scura la mia quotidiana monotonia. Guardo il soffitto su di me che si allarga in cupole scure, gargolla di carbone alitano zaffate di piombo, pronunciano bestemmie e bramiscono nell’aria. Mi sorprendo a pensare, in quelle lingue di fuoco nero che si allungano dai soffitti gotici della mia stanza, a mia sorella non più con rabbia o nostalgia. Sento irrorata nel sangue una nuova sensazione che si coagula nei punti del mio eritema, prudono di nuovo. Penso a lei con una specie di pacata rassegnazione nella quale il suo corpo che si allontana dalla cattedrale è sfolgorante di luce. La vedo allontanarsi verso un tramonto verdognolo, striato di smeraldi, posso quasi sentire la sua voce che mi avvisa che oltre l’orizzonte c’è un’oasi. Andrà lì, dice, così ammiro i suoi ultimi passi in direzione della luce come la più bella rivoluzione compiuta dopo Martin Lutero.
Mi guardo attorno, monolitico, e decido di aprire le finestre compiendo la mia personale azione sovversiva. Scaccerò le bestie sui soffitti e non mi chiedo quale possa essere la reazione di mia madre, penso sia adulta e che a tale sgarbo risponderà con una reazione matura. Le passerà, concludo.
Parto da quella d’entrata e la spalanco, oltre riesco a vedere il viso dei passanti, le case dei vicini. Mentre lascio che le persiane sbattano sul muro e che la luce mi bagni accecandomi, prima di richiudere la porta a vetri arriva anche un certo odore di aria fresca. Mi chiedo quale stagione sia, mentre avverto crescere il formicolio sugli eritemi, ma continuo ad ignorarlo. Benché spostandomi da una stanza all’altra mi baleni il dubbio che possano essere loro a muovere gli animi di questa rivolta.
Poi passo nella mia camera, in quella vuota e abbandonata di mia sorella, l’altra in cucina, quindi in salotto, infine arrivo nella stanza di mia madre. Nel buio chiaro riesco a vederla ancora una volta immobile a guardare il tetto, adesso sono sicuro che anche lei vede le gargolla, le sente ammansirla. La sorpasso con noncuranza, mosso da una certa cupidigia luminosa e ariosa. Mia madre con voce smorta e lineare mi dice di non aprire. Non l’ascolto perché sento un certo bisogno bruciante catalizzarsi lungo le braccia, nelle ascelle, al di sotto della mascella, quindi ripete: non aprire. Adesso ha il tono di un comando: non aprire, fa nuovamente, ma io ho come una sete bruciante in gola.
La ignoro, sto già aggeggiando con la maniglia. Un attimo dopo mi allungo verso la persiana, la spingo con le dita e nello stesso attimo sento mia madre che scatta dal letto. Con la coda dell’occhio la vedo balzare con un’agilità ferina, la stessa che hanno gli animali di fronte ad un pericolo. La luce inonda la camera da letto restituendomi i suoi dettagli assieme i ricordi della mia infanzia incastrati lì dentro. Per un piccolo istante chiudo gli occhi, potrei descrivere dettagliatamente la reazione carsica delle mie cellule, o piuttosto il loro movimento di apertura verso l’ossigeno luminoso, come una boccata dopo un’immersione, un timido ritorno alla vita.
Il maremoto di folgore però minaccia la stabilità di mia madre che come un animale notturno si nasconde nell’unico angolo d’ombra rimasto, dietro l’armadio. La guardo con una superiorità pietosa, inondato di aria e di luce. Avverto, mentre mi avvicino a lei con la stessa cura con cui ci si avvicina ad un puma, che le mie cellule vibrano adesso. La testa si alleggerisce, i polmoni si ampliano.
Mancano pochi passi, lei è un piccolo animale nell’angolo, accucciato con una banale illusione di protezione. Ha le gambe al petto, prima tremava, ma adesso noto che le sue mani si sono fermate. I suoi occhi mi fissano, le sue iridi si allargano ora irrorate da dopamina, bisognose di luce. Si muovono e individuo perfettamente ciò che stanno osservando: la mia caviglia, il mio avambraccio. Quindi improvvisamente si alza. Fuori dalla finestra sentiamo il fruttivendolo gridare che oggi ha cipolle fresche, con una cantilena ripetitiva. Si avvicina a me e mi sfiora il braccio, continuo a guardarle la testa dai capelli stanchi, bianchi e diradati. Poi si sposta alle mie spalle.
Sento un movimento netto, una specie di trazione, poi un piccolo rumore di qualcosa che si stacca. Mi volto e la sorprendo con una grossa fragola nelle mani.
Dovremmo lavarla prima, fa.
Sembra una bambina, vorrei abbracciarla, ma mi blocca dicendo: non devi preoccuparti più per me, altrimenti diventerai una pianta.
Mi pare di tranquillizzarmi con la stessa facilità con cui ho respirato aprendo le finestre poco prima, e mi sembra di sentire la caviglia sgonfiarsi improvvisamente. Succedeva anche a tuo padre, dice.
Ci guardo nello specchio dell’armadio adesso, abbracciati, cullando un’obesa fragola rossa. Vorrei porgerla al fantasma lucente di mia sorella, con un certo orgoglio e poi dirle: ecco, Amelia, la nostra fragile ribellione luminosa.

*Immagine di Vasco D’Ospina

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