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Su Yasmina Reza: Arte, Il dio del massacro, Babilonia

[Quest’anno il premio Malaparte è andato a Yasmina Reza. Quello che segue è il testo scritto da Giuseppe Merlino, membro della giuria presieduta da Raffaele La Capria, e letto in occasione della premiazione. ot]

 

di Giuseppe Merlino 

Sono consapevole della parzialità di questo elogio rispetto alla ricchezza dell’opera di Yasmina Reza. Farò una breve premessa in tre punti.
Un libro famoso, tradotto in Italia negli anni ’80, scritto da un sociologo polacco sfuggito alle stragi naziste, Norbert Elias, si intitolava La civiltà delle buone maniere, che venivano intese come una struttura fondamentale della “civilizzazione”: laboriosamente emerse nelle società di Corte italiane, si erano poi diffuse in tutta l’Europa, per imitazione.
Di recente un filosofo tedesco, impertinente, Peter Sloterdijk, ha scritto un libro dedicato all’ira e alle sue forme, Ira e tempo (2018), e ha formulato un nuovo incipit della nostra storia occidentale (e non solo), l’altro essendo quello del Vangelo di Giovanni: in principio erat Verbum; il nuovo incipit lo sostituisce con un in principio erat Ira: l’ira di Achille, certo, origine del poema omerico e della letteratura occidentale; ma anche l’ira di Dio, nella Bibbia, che si manifesterà nel Giudizio Universale, dies irae; e poi l’ira delle masse, capitalizzata storicamente dai giacobini (1789) e dai bolscevichi (1917), insomma dalla Rivoluzione, senza dimenticare il dimenticato Mao Tse Tung.
Ma rispetto a queste grandi “Banche dell’Ira” che ne è oggi della formidabile energia della Collera (da koléra=bile)? La situazione è molto diversa, e la risposta del filosofo è che, oggi, l’energia dell’Ira è dispersa, non organizzabile, e che la nuova Internazionale è un’Internazionale misantropica e malinconica; atrabiliare, con le sue articolazioni di malumore, carattere irritabile, permaloso (da: per male), suscettibile (da suscipere = prendere su di sé), e maniere brusche; e con i connessi sentimenti di superfluità sociale e di indifferenza. Altri hanno parlato di una guerra civile molecolare (Enzensberger), di un clima di avversione amorfa, di una competizione pulviscolare, e perfino di un nuovo cogito: irrito e mi irrito, dunque sono. Il paesaggio nel quale abitiamo è/sarebbe quello di un individualismo rancoroso, solitario e vendicativo: da lontano, forse, ci guarda stupito il conte di Montecristo che nell’ultima pagina del romanzo rinnega la sua calcolatissima vendetta e la giudica oltraggiosa: quis ut Deus? Insomma non si avrà una visione sociale consistente se non si riconosce come e quanto l’uomo disturbi l’uomo nella frizione continua di una vicinanza odiosa!
Per chiudere questa premessa, cito un solo verso da un formidabile testo teatrale, il Misanthrope (1666) – è Alceste, il misantropo, che parla: Je veux me fâcher et ne veux point entendre (atto I, scena 1, vs. 5) che tradurrei: “mi voglio arrabbiare e non voglio sentire ragione!”. L’ira, si vede, è una passione (perciò è anche un peccato capitale) e rimane un’energia anche se è isolata e depotenziata; non c’è galateo stoico che la trattenga.

Vengo subito a Yasmina Reza e a un suo testo teatrale perfetto, Arte (2009), nel quale mi è sembrato di leggere un Misanthrope dei giorni nostri.
Tra due vecchi amici, Marc e Serge, molto legati, si scatena un litigio violento, insolente, quasi inconciliabile, perché Serge ha comprato un quadro – un monocromo bianco – di un artista contemporaneo, esposto anche al Beaubourg, per una cifra considerevole per lui, se non per il mercato. Marc, il suo grande amico, giudica il quadro grottesco, risibile, e deplora vivamente che il suo amico sia vittima del grande snobismo in voga: diventare un “collezionista” d’arte contemporanea e godere anche di un upgrading sociale; fin qui il litigio è molto proustiano, ruota intorno al prestigio sociale, e penso all’amicizia tra Bloch e il Narratore nella Recherche. Marc denuncia, col furore di Alceste, l’impostura dell’oggetto acquistato (una “merda”) e delle ragioni di quell’acquisto; e, senza persuaderlo ma accusandolo con una sincerità feroce, vuole sottrarre Serge all’imbroglio dell’arte e riconquistare la centralità che lui, Marc, aveva ottenuto nella mente e nel cuore di Serge.
C’è un terzo personaggio: Yvan, sommerso da inquietudini matrimoniali, familiari (le donne che lo circondano sono tutte temibili primedonne) e professionali (cambiamenti di lavoro repentini). Da lui, come terzo, si pretende un giudizio sullo scontro in atto, e sempre più furioso. Yvan recalcitra e invoca la tolleranza, Marc la depreca: si scrive “tolleranza”, dice, ma si legge strafottenza o odiosa compiacenza. Yvan, per Marc, è un ruffiano servile, un’ameba (complice il suo psicanalista), un uomo spugnoso, ibrido, ambiguo, insomma un vigliacco. Ira e gelosia, alleate, esecrano i tiepidi, i riduttori di intensità!
Chi è Marc? È colui che resiste al proprio tempo, è intransigente (eroico?) nella sua solitaria opposizione al mondo così come va; è un virtuoso del sospetto; un teorico dell’amicizia come reciproca ammirazione, con un’asimmetria, però: uno dei due amici è più ammirevole dell’altro, e questo è lui, è l’amico magistrale. È l’Alceste del 21° secolo, con il suo esprit contrariant: «(Marc a Serge) C’è stato un tempo in cui eri orgoglioso di avermi come amico…Amavi la mia stranezza, la mia propensione a starmene appartato. Ti piaceva esibire la mia ruvidezza in società, a te che vivevi in modo così normale. Ero il tuo alibi. Ma… alla lunga, a quanto pare, questa specie di affetto si inaridisce… Con la vecchiaia, conquisti la tua autonomia… (…) E io odio questa autonomia. La violenza di questa autonomia. Mi abbandoni. Vengo tradito. Sei un traditore per me.» (Y.R., Arte, trad. Federica e Lorenza Di Lella, Adelphi, 2018, p. 83).
E Serge chi è? È un recente appassionato di arte contemporanea, usa categorie post-moderne come decostruzionismo; rifiuta l’idea di essere nel flusso di una moda; sacralizza l’arte (“idolatra”, lo accuserà Marc) pur riconoscendone i maneggi mercantili; e gode, tacitamente, di esordire come collezionista.
Insomma, al centro di Arte c’è la peripezia di un’amicizia possessiva e gelosa, in cui l’amico è il grande specchio “buono” in cui l’altro si riflette con piacere e si riconosce in un appassionato narcisismo. L’appannarsi dello specchio dell’ammirazione si chiama tradimento. Taccio il finale e la sua brillantissima soluzione; dico solo che l’amicizia tra i due ritrova un po’ di calore e il quadro monocromo viene reinterpretato come la traccia di un’assenza umana in un paesaggio innevato, addirittura come un quadro (post-) figurativo. Serge tiene più a Marc che al quadro? A costo di un piccolo inganno? Tutti sistemati? Così sembra!

Vengo a un’altra pièce perfetta e celebre, Le dieu du carnage, scritta nel 2007.
Siamo in una casa borghese, a Parigi, dove due coppie si incontrano per discutere e risolvere una vicenda che riguarda i loro figli undicenni: uno dei due, escluso dalla banda di compagni, guidata dall’altro, perché accusato di aver fatto lo spia, colpisce il compagno con un bastone; risultato: un labbro tumefatto, la rottura di due incisivi, e il nervo di un terzo dente scoperto.
La scena si apre con frammenti di consueta cortesia e di civile ovvietà, ma velocemente si arriva a ingiurie sanguinose, a gesti violenti contro gli oggetti (occhiali, borsa, portacipria, tulipani, libri…) che, nelle intenzioni, sono rivolti contro i corpi dei presenti; e le dichiarazioni di principio, lodevoli e progressiste, sono smentite nella pagina successiva, poi sbeffeggiate apertamente (Y.R., Il dio del massacro, trad. Laura Frausin Guarino-Ena Marchi, Adelphi, 2011, p. 86 «…Veniamo qui per sistemare le cose e questi ci insultano, ci strapazzano, ci fanno lezioni di cittadinanza planetaria, nostro figlio ha fatto bene a riempire di botte il vostro, e con i vostri diritti dell’uomo mi ci pulisco il culo!»), e si arriva alle percosse tra i coniugi (p. 73, «Véronique si avventa sul marito e lo picchia diverse volte, con disperazione scomposta e irrazionale»).
Véronique, la più rigorosa sostenitrice della civile convivenza (prepara un libro sui massacri nel Sudan ed espone dei table books molto sofisticati) è coinvolta in una doppia rissa: quella coniugale, e l’altra con i genitori del bambino violento; esasperata, però, teorizza la fatuità delle sue stesse idee: «Comportarsi in modo civile non serve a niente. La buona creanza è un’idiozia che ci rammollisce e ci rende deboli…» (p. 53), e si arruola tra i fedeli del dio del massacro.
Due forme di iracondia si intrecciano nella pièce: quella interna alla coppia («Michel. Io dico una cosa, la coppia è la cosa più terribile che Dio possa infliggerci.»; p. 66), riflesso di una più vasta inimicizia tra maschio e femmina (si pensi all’aforisma di Ceronetti, «i cristiani, aboliti i giochi dei gladiatori, inventarono il matrimonio»), e quella esterna, tra le due coppie di genitori.
Le posizioni non sono compatte: ci sono intese fugaci tra le due donne che irridono i modelli di virilità lodati dai mariti: Ivanhoe e John Wayne con la sua colt; e dall’altro lato ci sono le intese gradasse e labili tra i due mariti che si vantano di voler andare “fuori di testa” e di riuscirci, «Michel… Abbiamo fatto i simpatici, abbiamo comprato tulipani, mia moglie mi ha camuffato da uomo politicamente corretto, ma la verità è che sono del tutto privo di autocontrollo, sono uno che va fuori di testa.», (p. 57).
È un irresistibile strip-tease di brutalità millantata e di impulsività mascolina, incoraggiato da un ottimo rum invecchiato, Coeur de Chauffe (nome allusivo), che piace a tutti.
Nell’andamento dell’incontro, in cui circolano rabbia e disprezzo, irrompe la voce del corpo; Annette, madre del piccolo aggressore, colta da nausea, ha un violento conato di vomito; un getto prepotente e catastrofico investe suo marito Alain e i preziosi cataloghi sul tavolino: due bersagli del suo maggior disprezzo: la superficialità vile dell’uno e l’ostentazione vanitosa degli altri. È un segnale del suo disturbo interiore; è un’aggressione che non può essere punita perché è fisiologica; è un sintomo del più vasto disgusto che Annette ha di sé e dei suoi tre interlocutori; un tempo ci sarebbe stato uno “svenimento”, cioè un’assenza o un’evasione, qui c’è una presenza, attiva e nauseabonda, in perfetto accordo con la situazione.
I figli restano in ombra nel corso di questa visita: sono poco conosciuti dai loro genitori, gli “stronzetti” sono più tollerati che voluti; sono pretesto per enunciazioni morali e nobili principi; infine scompaiono dal campo di battaglia degli adulti!
Un’osservazione che ricavo da questa pièce, perfetta e crudele, è che la rissa (per i greci la Rissa era la dea Eris, dea della discordia, sorella di Ares, dio del massacro) non ha una conclusione, è un loop, non si estingue ma si esaurisce solo se e quando i contendenti soccombono esausti, letteralmente scarichi.

Vorrei solo accennare a un altro libro di Yasmina Reza, Babilonia (trad. Maurizia Balmelli, Adelphi, 2016), un romanzo, e nominare poi il suo libro più recente, Serge, del 2020 (Flammarion).
Sono due storie, ma soprattutto due voci che raccontano, una femminile e una maschile.
Elisabeth, la voce femminile di Babilonia, racconta la storia di Jean-Lino Manoscrivi (francese, di origine italiana, ebreo), un vicino di casa, a cui si è affezionata per la sua mitezza e la sorridente timidezza. È diventato un amico e lei ne intuisce il desiderio, mortificato, di dedizione e di amorevolezza; un desiderio senza destinatario: solo un gatto scostante e un bambino sprezzante. Il desiderio di prendersi cura di un “vivente”, represso e deriso, si ingorga ed è, forse, la causa del gesto automatico di Jean-Lino: dopo una discussione aspra, nata dalla permalosità di sua moglie Lydie, la soffoca fino a farla tacere e morire.
Elisabeth non si sottrae allo smarrimento di Jean-Lino, entra nella scena tragica, (contro l’opinione del marito Pierre che, constatata la morte di Lydie, torna a dormire), è disposta a compromettersi in un tentativo sconclusionato di occultare ciò che è accaduto. Ma, tra lo slancio verso l’amico e la tutela di sé, si fa strada il pensiero di abbandonare Jean-Lino al suo destino giudiziario.
Interrogata più volte dalla polizia, dal giudice e dagli psicologi, Elisabeth si trova a ricomporre la propria autobiografia, ritrovando immagini che credeva abolite; sono tutte immagini di situazioni, in situ, di paesaggi con figure; se scontorna le figure dal paesaggio esse si dissolvono; è un modo per dire che la vita è implicazione e interazione, e che la memoria è spaziale. Questo romanzo è dedicato, implicitamente, a due grandi fotografi di strada americani, citati ad apertura di libro: Garry Winogrand e Robert Frank! Il paesaggio illumina il personaggio, scrive Yasmina Reza.
La conclusione di Babilonia è una meticolosa ricostruzione, a fini giudiziari, della notte in cui Jean-Lino strangolò sua moglie, di ritorno dalla festa di compleanno di Elisabeth, al piano di sotto. È una replica maniacale, ricostruita fino all’eccesso, come se l’identico svelasse il vero. La replica del delitto viene fotografata con diligenza e didascalie, a fini processuali; ogni elemento di questa simulazione ne aumenta l’aspetto artificioso e surreale; la scena non è più tragica né comica; è solo non-umana, è un evento dissanguato, marionettesco. Jean-Lino, sensibile al “paesaggio”, sembra “impagliato”; questo è l’effetto della parodia quando non sa di essere tale!
Ma nello sguardo di Jean-Lino che viene riportato in carcere, ammanettato, nell’auto della polizia, e che ha giocato all’automa fino a quel momento, brilla una scintilla di malizia: è uno spiraglio di vita, momentaneamente interrotta ma non estinta. Valeva la pena di essere amica di Jean-Lino!

Infine, Serge: è il romanzo di una fratria, di tre fratelli ebrei non religiosi. Dietro di loro ci sono i genitori e davanti i nipoti, le tre generazioni necessarie per un romanzo familiare. I tre fratelli sono Serge, Jean e Nanà.
Jean osserva, aiuta, ironizza e racconta.
Nanà rispetta le regole della commozione, delle buone pratiche e del turismo della Shoà.
Serge: un uomo difficile, in difficoltà sentimentali, fisiche, economiche, è fobico, superstizioso, infingardo, bulimico, irritabile, incontinente, atterrito dall’ignoto che lo circonda e lo tiene in pugno, perdente senza gloria, guastafeste, e indimenticabile.
Una grande scena del romanzo è il viaggio collettivo ad Auschwitz, in pieno orrore turistizzato; il viaggio racconta molto più dei tre fratelli che non del campo di sterminio. Di quelle pagine ne segnalo due, perfettamente flaubertiane, sul disagio di una giornata passata in una Cracovia affollata, multietnica, turistica e canora. Un’ordinaria banalità con lampi di desolazione.
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Capri
Certosa di san Giacomo
3 Ottobre 2021

 

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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