Nella città più fredda, di Elisa Davoglio

Questa è una guida turistica, queste sono città immaginarie, questa è la stessa città, così dettagliata, così intima a quella che conosciamo. Un luogo caldo e dolce che diventa un luogo freddo e inospitale: lo conosciamo, dunque. Anzi: un luogo pronto a ospitare solo malati di mente, disperati in fuga, detenuti in attesa di sentenza capitale. Cosa è accaduto alla città morbida, al suo tepore? È tutta colpa dello Storming, questo singolare fenomeno climatico che forse non è un fenomeno, visto che non ha spiegazione scientifica o corso razionale. Forse è un assurdo, forse è un’idea: “Dove iniziano i confini dell’idea, dove finiscono i confini, inizia e termina il calore.” Ho in mano un libro sul collasso del clima, sul crollo di un mondo personale, sullo straniamento emergenziale, sull’alienazione da conformismo, sulla scrittura? Prose in prosa dell’apocalisse? Inclusi: un test per capire se si è malati a sufficienza, un manuale di istruzioni per scrivere una storia d’amore nella città più fredda. Tkuskya, Austkyk, Kauktys, Kuystak, qual è il suo vero nome? Tanto misterioso questo oggetto, quanto duttile la scrittura di Davoglio, che per impercettibile scivolamento sposta la sintassi comune, la pacata economia del linguaggio, verso l’orlo di un cedimento irrazionale, come al confine di una esplosione nervosa, che una soggettività sommersa rattiene. Un modo molto sofisticato per parlare di come la crisi stessa – che la leggiate nel senso più ampio o nel più personale – non sempre erompe, più spesso ci racchiude. (rm)

 

*

 

Da Nella città più fredda, di Elisa Davoglio (Tic Edizioni, Roma 2021)

La città è nata calda, morbida da poter tagliare, attraversarne i rami in sicurezza, con assegnazioni di posto e indicazioni infallibili verso tutte le direzioni. Cautele verso gli spifferi e le cadute, insegne, luoghi di ricovero, è nata intatta ed esatta nelle sue previsioni, nella crescita del primo centro e poi via via i quartieri si sono fatti pieni e alti, coerenti con i progetti e la premura di renderli presto accessibili, vivibili ai più.

Quando la città è nata, non è stato necessario annunciarla, l’entusiasmo è salito con il calore della costruzione, in movimento, insieme agli abitanti che ne hanno calcolato il valore, apprezzato l’aspetto dell’architettura e la funzionalità generosa dei rubi- netti che generano vapore caldo invece che dolorosi getti d’acqua.

La città appena nata, calda di fermento, si accende e cresce nella sua misura ebbra di febbre, incantevole, fervida, attiva.

Gli abitanti si consolidano in gruppi concordi e coerenti. Chi deciderà, lo farà sorretto dalla capienza degli assenti, di chi si è assuefatto prontamente all’idea di abitare in un luogo giusto e superiore.

Nella città calda, non esistono ancora i rumori della protesta; tutti sono convinti di poter un giorno ricomporre la coesione, rovesciare le ingiustizie, attendono di riempire le falle, mentre si creano spazi e limiti, dentro la loro libertà.

Nel punto più alto della città calda, una grande ruota panoramica permetterà a tutti di osservare ogni cedimento, per denunciarlo insieme a ogni debolezza, a ogni distrazione degli idoli che rassicurano: persino, speciali tendoni proteggeranno da un’eventuale tempesta quando si vorrà marciare, rovesciare l’ordine costituito.

Subito diversi amori nella città calda, sono scivolati fino ad arrivare alle periferie ancora in costruzione, a far nascere nuovi bambini intatti che si sono rovesciati nell’immagine tiepida di una cartolina illustrata; nella città appena nata è ogni cosa neces-saria, predisposta per allestire feste, parchi e nuclei familiari sostenibili, si procurano palloncini che a richiesta volano fino ad adagiarsi sui tetti, a creare una manciata di colore ancor prima che la città si definisca, si alimenti da sola.

La città è nata appena, e già si sono consolate le prime perdite, i primi affettuosi assassini, la caduta di un filo rosso lungo il margine del suo nome, a renderla già autorevole, quasi vecchia, assertiva nei luoghi della sua prassi. Si progettano teoremi e larghe costruzioni, concepibili come vetro ed essenza; le rughe sulla sua faccia, le crepe dei primi distacchi, si formano mentre cresce il vento, per il quale vengono prontamente adibite porte con sigilli, segnate siepi di confine, per proteggersi dal movimento e dai brividi che minacciano l’equilibrio della struttura.

[…]

Sulla grande ruota panoramica ancora inaccessibile, si pensa che si addensi il maggior tepore, dove tutto è tiepido, anche l’attesa della pioggia e del freddo.

La guida turistica presenta sezioni differenti per parlare di un luogo; ci sono parti da destinare agli indirizzi fisici, a dove trovare un aiuto di prima necessità, mappe per riconoscersi e orientarsi.

Obbligatoriamente conterrà sezioni da dedicare alla meraviglia, per incitare al viaggio e alla scoperta.

Il calore fluisce a causa di una differenza di tempera- tura tra il sistema oggetto di studio e l’ambiente, oppure a seguito di una transizione di fase, e quindi non è in alcun modo riconoscibile all’interno del sistema e dell’ambiente come proprietà intrinseca degli stessi.

Nella città nata da poco, non si alternano le consuete stagioni, nello sgomento crescente di un caso stra- ordinario. Ogni goccia trasformata in ghiaccio ha segnalato la spinta di un nuovo sforzo del calore, che fa sempre più fatica a propagarsi.

Lo hanno chiamato, un caso straordinario, Storming. Ogni giorno, nella città nata da poco, calda, la temperatura ha iniziato a decrescere di un decimo di grado, senza alcun tipo di ritorno alle consuete attese. Il calore dei corpi, la sua caduta, è saggiato, misurato con strumenti di precisione.

All’inizio, la perdita di calore è consumata da un vento verticale, che ha ricacciato giù aria pesante e densa, sempre più livida, implacabile e senza storia.

L’aria che torna, non ricorda niente della nascita della città, si deposita e affonda inesorabilmente sopra e dentro il terreno, rendendolo ottuso, morto, duro. Qualsiasi cosa che cada adesso, riproduce lo stesso suono metallico, senza eco.

[…]

All’inizio dello Storming, l’ordine ha preso il sopravvento su ogni piano, aggredito dallo stupore, dalla necessità di trovare soluzioni rapide per l’essiccamento e la durezza della terra, l’eccessivo bisogno di coprirsi e arrendersi, dormire molto.

Gli abitanti sono stati classificati per sigle più essenziali dei nomi. Ogni carattere vive meglio in un punto della città, che viene circoscritto da aghi di ghiaccio. Gli abitanti, vengono confinati come parte dello stesso incantesimo.

I ribelli senza metodo, che vogliono scappare semplicemente, graffiando e mordendo, hanno perso sangue dal naso, rallentato il battito, sono stati medicati e rassicurati che il movimento sarebbe proseguito, sarà trovata una cura, un modo per uscire, intatti.

I più preparati, i più intelligenti, hanno iniziato a vivere nell’ombra, a rilasciare comunicati indecifrabili ai più, incitando alla rivoluzione, mimetizzandosi in scantinati sotto la terra, scomparendo dalla superficie.

Intanto, la città deve essere amata. Hanno conti-nuato, sforzandosi, a costruire diversi palazzi dedicati all’onore, alla saggezza e al culto. La città si cristallizza man mano con il freddo, si rassicura.

Un drugstore, un fiocco, un cavatappi.

In mezzo alla città, c’è una piazza con un nome e una statua, diversi difetti sono stati corretti, quasi subito, celati alla visione di chi continua a muoversi, a camminare.

L’ospedale pubblico accoglie i malati e li nasconde. Chi appare vecchio, viene preparato distrattamente a morire, addormentato dal freddo.

A destra, nelle facciate dei palazzi, i vetri. Man mano che il calore si è allontanato, i vetri sono stati abbandonati, coperti da tende lunghe e pesanti. Dalle fine- stre non è più possibile sbirciare figure.

Appare naturale che gli uomini siano diventati sempre più piccoli, in modo che la superficie da destinarsi al calore fosse limitata e vi fosse minore dispersione.

[…]

Una certa tendenza all’essere assorti, al pensare, mentre si cammina dritti e veloci, verso la propria mansione quotidiana. Nessuno rischia di far troppo rumore, per non interrompere la creazione del cristallo di ghiaccio che sovrasta la città, come un artificio fiabesco. Si evita qualsiasi rumore, al suo cospetto.

Pian piano, l’artificio la chiuderà, esattamente come un incantesimo straziante e imponderabile; al di fuori, già i bambini conoscono le fiabe e il dramma della città che diventa sempre più fredda, senza riuscire a morire.

Print Friendly, PDF & Email

1 commento

  1. Un nuova dimensione di viaggio, una nuovo modo di vedere un mondo che difficilmente ci apparterrà più, un nuovo modo di essere così vicini a Georges Perec.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Come fossimo il fuoco

- va a finire sempre così - uno si immagina enormi apparati, strutture gigantesche, ordini di enti dalle dimensioni e dai poteri immani - e poi li vede sfaldarsi, li vede come li vedo io adesso, dissolversi in un niente, un momento di indecisione - palazzi enormi, strade infinite, milioni di persone al sevizio, impilarsi e inciampare gli uni sugli altri - da sé - senza che uno abbia fatto chissà cosa - ...

Nelle città occupate il tempo non esiste: conversazioni con scrittori di Bucha

Testimonianze, informazioni, brandelli di esperienza, il bisogno di gridare, "l'ultimo stadio della lirica": sei scritture da Bucha, Ucraina, raccolte da Ilya Kaminsky.

Aborto 2022, o “Canti di Natale”

[...] Questa si è infilzata con degli spiedi d’acciaio, è morta dissanguata su una tovaglia di plastica unta, pur di non averne un altro ancora e oltre il sopportabile. Perché c’è un limite, ma chi può sapere quando sopraggiunge?

“Corpo di buio” – da The European Eel, di Steve Ely

di Stefania Zampiga
The European Eel, di Steve Ely: poesia all’incrocio fra biologia marina, cartografia e protezione ambientale, per avvicinarci al misterioso ciclo vitale fra due continenti e ricordarci connessioni e responsabilità etico-ecologiche.

Dare figura alle cose. I disegni di Lorenzo Mattotti

di Daniele Barbieri
[...] Fare arte è invece utilizzare questo spazio umano del controllo (la parola, il racconto, l’argomentazione, ma anche le regole metriche, il disegno, le geometrie…) per ritrovare la sintonizzazione senza perdersi nella natura (ovvero disfarsi, morire).

Orrore, vergogna, odio.

Di Sergej Gandlevskij
Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: