L’ideale e il tempo: “Pensa il risveglio” di Alessandro Cinquegrani

di Simone Rizzi

Tête-à-tête sombre et limpide
Qu’un coeur devenu son miroir!
Puits de Vérité, clair et noir
Où tremble une étoile livide

 Charles Baudelaire, da L’Irrémédiable

A volte, nella fredda morsa dello sconforto, ci si aspetta, in buona o cattiva fede, un minimo miracolo che convinca a perseverare tra le intemperie. Non serve per forza credere in un dio (o nel diavolo, probabilmente): il medesimo meccanismo si verifica in molte occasioni della vita di chiunque, incluso il rapporto con quella che chiamiamo letteratura. Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani, edito ad ottobre 2021 dagli alchimisti di TerraRossa Edizioni, è il prodigio di cui si sentiva il bisogno per proseguire il cammino, certi almeno per qualche tempo che qualcosa si possa ancora dire, lontano dalle estreme e bulimiche derive post-postmoderne di romanzi monstre o dai lidi iperrealistici e sempre più triti di saghe familiari diluite attraverso il Novecento. Già con Cacciatori di frodo (Miraggi, 2012), Cinquegrani aveva stupito per controllo della trama (sempre incentrata su una nevrosi) e duttilità di scrittura, ma questa seconda prova stacca anche la precedente e supera le aspettative già alte che l’ottimo esordio aveva ingenerato.

Pensa il risveglio è una fuga dalla e nella realtà costellata di rovine (quelle della Storia e del passato di ciascuno) ma è al contempo fuga dalla e nell’“irrealtà”, dove il sogno si mescola all’ossessione e l’ideale inteso come meta perfetta e durata eterna si realizza in forme meravigliose, aberranti o semplicemente ineffabili, prima di crollare sotto i colpi di un altro terremoto e frangersi di nuovo in rovine. Cosa salvare, come salvarsi, o non è vero forse che salvarsi non conta?

Non a torto si potrebbe descrivere la trama del romanzo come la sovrapposizione di più linee narrative (almeno tre), ma Cinquegrani riesce a riprodurre, pagina dopo pagina, l’assurda consequenzialità del sogno ad occhi aperti o di una sorta di fatalità preordinata che agisce nella mente del protagonista Alberto. Si avverte così la claustrofobica iterazione di una catena di eventi senza scampo, dove la banalità e il caos della quotidianità convivono con visioni angosciose o surreali senza soluzione di continuità, sebbene siano comunque disposte da Cinquegrani all’interno di un disegno narrativo preciso che soltanto negli ultimi capitoli si rivela pienamente.

La prima parte del romanzo è incentrata su uno scambio di persona: la voce narrante, l’attore e sceneggiatore Alberto, collabora alla stesura di un film distopico con l’amico di una vita, il regista Lorenzo (“… Lorenzo non è tollerante, non è comprensivo, non media, è tutto lì, in quelle sue decisioni improvvise e assolute, quelle decisioni assolutamente prive di contraddittorio.” p. 24). La pellicola descrive un futuro letteralmente disidratato (l’acqua è scomparsa dal pianeta Terra) e governato da un regime dispotico che più fili legano al Terzo Reich hitleriano. Tuttavia, Lorenzo scompare all’improvviso e Alberto, dopo una sommaria ricerca sulle Alpi svizzere, si trova a vivere in vece del suo amico più caro, a prendere possesso della sua casa, dei suoi vestiti, ad amare sua moglie Caterina che sembra da subito ricambiarlo. Si crea così la prima crepa nella tessitura logica in cui Alberto tenta di ricondurre quello che gli sta capitando. Da sempre, infatti, quello di scomparire è il suo desiderio più grande, la sua intima aspirazione. Alberto desidera scomparire perché non accetta lo squallore e la banalità di ciò che lo circonda e più in generale una vita dimidiata con cui ha sempre dovuto mediare, fare i conti, incassare i colpi. Lorenzo è riuscito dove lui ha fallito, e la posizione che Alberto ricopre in qualità di suo sostituto bene rappresenta un certo tipo di stanchezza paranoide mista a voyeurismo (tanto distaccato quanto compiaciuto, applicato alle abitudini della vicina di casa come alle tragedie orecchiate durante un telegiornale) e condita con una violenta ipertensione del pensiero: un ritratto umano in cui, a queste latitudini, ci si rispecchia sempre di più. Alberto inizia a sospettare di tutto, sottopone ogni istante della propria giornata ad un minuzioso quanto paranoico scandaglio alla ricerca di “crepe” in un supposto disegno preordinato che lo vede schiacciato sul polo della vittima. Cinquegrani tratteggia le figure di Alberto (e di Lorenzo, suo opposto e complementare) senza cedere al troppo facile lusso di rappresentare personaggi sì imbrigliati nell’assurdità del quieto vivere, ma pur sempre vincitori morali in nome dell’autoironia e dell’autocommiserazione.

Nella sua indagine privata, infatti, Alberto scopre che alla costruzione del film di Lorenzo soggiace un capillare studio del regime nazista, e in particolare delle due opposte figure di Joseph Mengele e di Albert Speer, architetto del regime, scampato per un soffio al processo di Norimberga in virtù di un doppiogiochismo viscido elevato ad arte. Alla voce di Alberto e agli stralci di sceneggiatura si mescolano così interi capitoli di un ibrido a metà strada tra saggio e racconto. Cinquegrani sfrutta le sue vaste conoscenze su nazismo e Shoah per sovrapporre il temperamento e le vicende dei due criminali di guerra a quelle dei suoi personaggi (e non solo):

“Non è vero che il male è banale (…). Il male ha mille facce (…). Quella di Mengele è la faccia del male assoluto, estremo, è vero. (…) Ogni gesto di Mengele è intriso di male. (…) Se esiste una perfezione crudele nel male, questa è incarnata da Mengele. Ma è Speer che non mi dà pace. Il male che Speer incarna è subdolo, schifoso. È come se il male che rappresenta fosse uno specchio nel quale ognuno di noi vede se stesso. (…) Speer è il vigliacco, l’approfittatore. (…). Mengele è l’uomo tenace che crede in ciò che crede e che resta semplicemente se stesso fino alla fine a costo di morire. (…) Speer è un calcolatore, un approfittatore, è il costante compromesso, stare un po’ nella luce e un po’ nell’ombra, dire molta verità e un po’ di menzogna: piacere, a tutti. (…) Lorenzo sta parlando di noi, di me e di lui, lo so. Con le sue parole mi tiene sotto scacco e ha la sfacciataggine, l’immoralità di firmarsi Joseph Mengele: vuole dirmelo (…), vuole farmi sentire una merda, farmi sentire, forse, quello che sono. (…) Perché parlare di queste persone, di questi mostri, anziché di persone normali, perché? (…) Perché (…) dallo scandalo dell’estremo emerge la verità.” (pp.79-81)

Il parallelo che Cinquegrani propone non ha nulla di astratto, moralistico o blandamente esemplare, ma al contrario è costruito sulla carne dei personaggi e quasi dei lettori. Impossibile, al netto delle molte differenze, non pensare ai grandi romanzi bolañiani che si occupano di nazismo storico e di “nazismo” come contenitore di ogni forma di scarto, dolore, frustrazione, vendetta, aberrazione (penso in particolare a La literatura nazi en Ámerica e a Estrella distante). Attraverso la lucida follia di Lorenzo, Alberto riformula il postulato harendtiano sulla banalità del male: il male è anche banale, ma ridurlo alla sola banalità significa ignorare le infinite, aberranti e persino seduttive forme in cui il male si manifesta. In una società che pare e per certi versi è costruita sul “modello Speer”, ovvero sul più bieco trasformismo ed opportunismo non solo nella vita pratica, ma anche a livello filosofico, epistemologico, di gestione delle informazioni (cos’è vero se tutto è ritrattabile?), l’ombra di Lorenzo/Joseph Mengele agisce su due fronti, distinti e complementari. Da un lato, infatti, “avere a che fare con i cattivi assoluti è consolante, poterli condannare senza riserve, poter dire che loro sono il male” (p.114). Tutti cerchiamo un nemico “puro”, disumano, senza redenzione per poter scagionare noi stessi, per evitare di assumerci almeno in parte le nostre responsabilità. Tuttavia, dall’altro lato, è proprio la consapevolezza con cui Alberto si identifica come “il trasformista, il camaleonte, l’omino sempre-in-piedi. Io sono la vita che si trasforma impunemente solo per conservare se stessa.” (p.115) ad illuminare per contrasto Mengele di una luce oscura ma affascinante. Mengele così, nonostante sia e rimanga il male assoluto, assume i connotati ideali dell’uomo saldo, ancorato ai propri principi che gli permettono di trovare sempre una via, lo orientano nel mondo e gli permettono di vivere, e non semplicemente di esistere. Soprattutto, come Lorenzo, Mengele è l’uomo del non-compromesso: se le cose non vanno come devono, Mengele non media, scompare senza macchiarsi di collaborazionismo con la realtà, fedele ad un ideale fino alla morte.

Mengele e soprattutto Speer diventano tasselli fondamentali del labirinto paranoico in cui Alberto si muove lungo tutto il corso della narrazione. Per di più, la sua nuova vita nei panni di Lorenzo viene periodicamente scossa da una serie di veri e propri terremoti che mettono in pericolo prima Caterina e poi lo stesso Alberto. È l’inizio di un febbrile alternarsi di sonno e risvegli in diverse realtà complementari: il “mondo di sopra” (la realtà a grado zero, ma non per questo più vera dell’altra) e “mondo di sotto”, allegorica rappresentazione in bilico tra stati della mente e deliri surreali. Se è vero che Speer è la massima rappresentazione della canaglia, è anche vero che ha salvato i ponti di Berlino, il Reich è crollato ma la città è stata ricostruita perché le connessioni hanno retto. E allora come districarsi tra le rovine che il tempo lascia? Si può vivere oltre Mengele, oltre Speer? Cinquegrani rappresenta una possibile via, non certo definitiva, ma non arretra difronte all’onere che ogni romanziere sente pesare sul capo: non dare risposte, ma inchiostrare possibilità e chiamare alla scelta, alla fine dell’immobilismo in ogni senso possibile; ciascuno poi si scelga il proprio.

Fin dal titolo (una citazione tratta da Neve di Umberto Saba), Pensa il risveglio è quello che Roland Barthes avrebbe chiamato un testo scrivibile, vale a dire massicciamente incentrato (anche) sullo stile, che poi è una marca di comodo per dire voce, scrittura, visione. La prosa di Pensa il risveglio, come il suo protagonista, cerca le crepe, la massima tensione del linguaggio e spesso riesce ad intercettare il punto esatto in cui la parola significa al di là di se stessa, prima cioè che si spezzi e non significhi più nulla, e tutti abbiamo spesso esperienza di questa insufficienza del linguaggio cui tentiamo di sopperire. E così basta sfogliare le pagine del romanzo per imbattersi, ad esempio, in questa descrizione di Rodi e della vacanza di Alberto e Caterina:

“Rodi se ne sta inopportuna e riarsa in mezzo al mare, quasi a negare o a contraddire se stessa. Un taglio, una cicatrice verticale tra le onde blu e bianche. Un bottone di terra riarsa. I gabbiani che garriscono la rendono una cartolina sonora, abitiamo uno stereotipo. Caterina indossa un costume azzurro, i capelli rossi riflettono la luce, la sabbia è morbida, il mare sterminato. (…) Mi sento così, in questa vacanza: immerso in quella perfezione irripetibile delle cose ultime.” (p.110)

“I giorni passano così, con questa specie di felicità inscalfibile, questo sorriso di plastica sui nostri volti, questo amore definitivo che leva il fiato. Solo di tanto in tanto, improvvisamente, senza preavviso, mi coglie una nausea violenta, un desiderio di vomitare tutta questa bellezza, renderla bolo e putredine. Dura un attimo, per lo più, ma in quell’attimo temo di perdere i sensi, di fare atti sconsiderati. Provo un fastidio fisico per questa vita.” (p.113)

La tensione linguistica tra l’andamento paratattico e le improvvise impennate metaforiche o gli scarti di registro immergono la scena in una calma solo apparente, già foriera di tempesta ma proprio per questo sublime e magnifica nonostante i paesaggi da cartolina, nonostante l’angoscia che riaffiora. Persino una scena come questa, non fondamentale ai fini stretti della vicenda, riesce a racchiudere i nuclei fondanti su cui si regge Pensa il risveglio e che deflagrano nelle scene maggiori, come il lettore sperimenterà da sé.

Pensa il risveglio è davvero un piccolo/grande miracolo della narrativa italiana contemporanea. Dal tema del doppio a quello del Male, dalla paternità al desiderio di non compromissione con il mondo passando per le ossessioni individuali e collettive, c’è tutto quello su cui si è sempre scritto e sempre si scriverà. Non aveva torto Baudelaire quando diceva che infondo, tutta l’arte si basa sull’invenzione di nuovi cliché, utilizzando il termine nel senso insieme più basso e più alto possibile: così abusato e così puro, così umano e inumano, contingente e universale, artificiale perché alchemico, sempre identico e sempre nuovo. Un coeur devenu son miroir.

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2 Commenti

  1. Complimenti, Simone, ben scritto e (libro) ben scandagliato. Io ho trovato e trovo difficoltà a scriverne, è talmente ricco di stimoli che mi ci perdo, quasi mi ci “affogo”

  2. Condivido pienamente: uno dei migliori romanzi di autori italiani usciti negli ultimi anni (che ho letto, ovviamente).

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