Le storie, la storia. “Le rovinose” di Concetta D’Angeli

di Raffaele Donnarumma

Le rovinose (Il ramo e la foglia 2021) inizia con un’ingiunzione alla memoria e procede nella difficoltà di ricostruire il passato, la vita degli altri, la propria. Dopo molti anni, Silvana riceve un messaggio di Clara, di cui era stata amica ai tempi dell’università: «Non mi dimenticare». Lontana da tutti, preda dei propri desideri di autoannullamento, Clara si è consegnata al marito Lorenzo, che proprio Silvana le ha presentato e che ha costeggiato il terrorismo rosso. Silvana, intanto, ha cercato l’affermazione di sé nel lavoro e nella scoperta del proprio lesbismo. Ma le vicende delle due donne, per lungo tempo separate e opposte, torneranno a incontrarsi in una necessità postuma di comprensione e di riconciliazione, quando Silvana sarà ferita dalla scomparsa di Lea, che ha amato, e dai sensi di colpa.

Questo terzo romanzo di Concetta D’Angeli è un libro più insolito di quanto possa sembrare a prima vista. Per struttura, anzitutto. La storia è costruita su una doppia fiducia: quella nel personaggio, visto che tutte le figure, dalle due protagoniste, ai comprimari, alle comparse, sono tridimensionali e plastiche, riescono perfettamente riconoscibili per psicologia, attitudini, traiettoria sociale; e quella nella trama, visto che da un lato D’Angeli cerca una relazione fra le vicende singole e la storia pubblica, dall’altro costruisce la narrazione su eventi forti, senza timore di ricorrere al romanzesco degli eventi inattesi e delle rivelazioni ritardate o all’immaginario melodrammatico, cioè all’estroflessione dei caratteri nelle azioni compiute e nei fatti capitati. Questa solidità da romanzo classico (che forse solo in un certo gusto per il colpo di scena e la precipitazione narrativa può avere un retrogusto di manierismo, ma senza intenzioni citazionistiche o ironiche) ha però il controcanto in una specie di scomposizione della trama operata dalla scrittura: così, la narratrice può cedere la parola a Silvana, drammatizzare il racconto prestandogli la forma del dialogo, inserire pagine di diario e lettere, concedersi il lusso di una «parentesi metanarrativa», concludere con una scrupolosissima Cronologia sui «crimini politici e mafiosi» che si sono consumati nel nostro paese tra il 1976 e il 1988. Il racconto come atto naturale o macchina che va avanti da sola, per il proprio piacere, e insieme la consapevolezza della costruzione e degli artifici del romanzo: in questa doppia articolazione, come in altre cose, D’Angeli ripensa a modo suo Elsa Morante, ed è così ovvio che se ne faccia erede, avendo scritto su di lei bellissimi saggi, che proprio per questo bisognerebbe chiedersi meglio cosa torni e cosa no da Menzogna e sortilegio, dalla Storia o da Aracoeli. Anche nello stile si può registrare una duplicità simile: perché da un lato la scrittura di D’Angeli procede come vorremmo sempre procedesse una scrittura narrativa, senza intralci e con la sua dose giusta di mimetismo, ma dall’altro è – a differenza di troppa romanzerìa di oggi, che per darsi l’aria dell’attualità oscilla tra lo sciatto e lo strambo estemporaneo – calcolata e pesata (un esempio minino: «Era irrequieta, incostante, scontenta», a p. 10: per precisione, asciuttezza e sonorità una frase del genere viene da qualcuno che sa scrivere, perché ha saputo leggere).

Ma Le rovinose è un libro insolito anche per le sue scelte di tema, o meglio per il modo in cui articola i suoi temi. La narrativa italiana (e forse, non solo) non sovrabbonda di storie di amicizia tra donne: può sembrare strano, se si pensa alla quadrilogia di Elena Ferrante; eppure, anche quel successo può dimostrarlo, se almeno in parte si fonda su un’eccezionalità. Men che meno è comune incontrare storie che ospitino vicende lesbiche (non è certo a torto che si parla di lesbian ghosting: tanto rappresentata è l’omosessualità maschile quanto, ancora oggi, quella femminile resta seminascosta). D’Angeli sceglie di dislocare il tema: non è infatti con la deuteragonista Clara che Silvana vive il proprio lesbismo, ma con Lea, che se non è proprio un ‘personaggio positivo’ (quanto è difficile costruirne uno?), poco ci manca; ed è una scelta felice, perché come conserva al tema dell’amicizia una sua autonomia, senza negare l’erotismo o la sublimazione di erotismo che l’amicizia implica, così permette la costruzione di un Bildungsroman pienamente credibile anche per le incertezze identitarie della protagonista. Un problema opposto pone la relazione fra vicende individuali e storia, o se si vuole fra invenzione narrativa e cronaca. Qui, infatti, D’Angeli si è trovata di fronte non a un tema poco frequentato, ma a una moda persino un po’ logora. Soprattutto dagli anni Novanta, il romanzo italiano è stato invaso da un dilagare di trame ispirate al terrorismo rosso e nero – con risultati, a essere sinceri, poco esaltanti. Si sono battute diverse strade. Le rovinose scarta da subito quella di maggior appeal commerciale e, alla fine, più prevedibile: quella cioè del complotto giallo o nero, in cui il narratore ci rivela chi davvero abbia messo la bomba di piazza Fontana o come veramente sia andato il caso Moro. Ma Le rovinose lascia da parte anche lo schema del terrorismo come conflitto generazionale (sebbene Lorenzo abbracci il sogno sanguinario della rivoluzione comunista anche per rivolta contro la famiglia aristocratica, ricca e losca); semmai, si avvicina a un modo che definirei metaforico o sineddochico, che ha avuto una delle realizzazioni più riuscite nell’Odore del sangue di Parise. Tra la violenza politica e una violenza vissuta nella vita privata, e più precisamente nella sessualità, viene istituita un’omologia che non pretende di spiegare davvero nulla (sarebbe, siamo onesti, ridicolo), ma che accosta le due serie mostrando le loro relazioni («Sono lettere degli anni Ottanta, con la violenza allora ci si aveva a che fare tutti, ogni giorno; si respirava nell’aria, ti sfiorava di continuo, se ne parlava come del tempo che fa»; p. 183) e insieme lasciando una zona di incomprensibilità e di stupore. Se infatti il sadismo e la volontà di dominio di Lorenzo hanno un corrispettivo nel suo passato pseudorivoluzionario, il masochismo e il desiderio di annullamento di Clara stanno nella natura del personaggio, non possono essere interpretate con uno storicismo alla buona e per questo riescono narrativamente più efficaci – posto che in tutto il migliore romanzo contemporaneo, dagli inizi del Novecento a oggi, il sesso sta sempre per sé e per altro, è parte per il tutto di una condizione antropologica. La cronaca, la storia e la politica restano così, in senso proprio, lo sfondo delle Rovinose, emergono nelle conversazioni e nelle vicende per frammenti, come un paesaggio intravisto oltre muri e finestre senza aprirsi alla vista tutto intero (la stessa esperienza terroristica di Lorenzo è allusa, senza essere raccontata per esteso): non un romanzo storico, dunque, ma un romanzo che rende ragione del nostro modo prevalente di vivere la storia – da lontano, dai margini, come soggetti trascinati via o che a fatica oppongono resistenza, anziché come attori padroni della scena. Ma proprio con questa scelta di lateralità Concetta D’Angeli individua lo spazio che il romanzo può legittimamente occupare oggi, ciò il suo senso e la sua necessità. Il vero luogo del romanzo è, credo, la vita psichica: non solo la vita individuale, contro l’allucinazione del protagonismo o persino del vittimismo solenne nella grande storia (e anche qui, il rapporto di D’Angeli con Morante è meno lineare del prevedibile), ma il modo idiosincratico, irripetibile anche se tipico in cui dentro ciascuno di noi gli eventi collettivi si rifrangono. E credo pure che in questo punto di vista ci sia un elemento specifico della cultura delle donne (dell’autrice, voglio dire, come dei suoi personaggi femminili): c’è qui la capacità di raccontare la vita di tutti senza l’arroganza predicatoria (e ammettiamolo, tipica di un certo immaginario maschile) di chi deve farci una lezione sulle cose serie, ma con in più la percezione più esatta dello sfalsamento che esiste fra destini singoli e destini generali. La storia non è insomma la risposta alla domanda sul senso delle esistenze, ma quello che pone il problema del loro senso. Se a interessarci non fossero proprio le vicende di Silvana e di Clara, se a scuoterci non fossero le morti accidentali e spaventose di Lea e di Lorenzo, se tutto si risolvesse nella vicenda di “un decennio che ha segnato la storia della repubblica”, come direbbe la retorica giornalistica, il romanzo non avrebbe fatto il suo lavoro e non servirebbe; e invece, Le rovinose, per i destini che racconta e per quello che non può chiudere in una spiegazione, serve.

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