Comme une étoile tombe dans la nuit. La poesia di Mathilde Vischer in italiano

 

A cura di Luciana Cisbani e Natalia Proserpi

Geneviève Asse, “Trace stellaire”, 2001, Huile sur toile

 

Composta da brevi prose poetiche, Comme une étoile tombe dans la nuit di Mathilde Vischer (Samizdat, 2019) tratteggia due storie: quella di una donna che si rivolge al figlio che sta crescendo nel suo grembo e quella di un bambino che in un paese in guerra perde la madre proprio nel momento in cui questa dà alla luce un secondo figlio. Costruendosi attraverso frammenti poetici, le due storie si intersecano in una struttura originale che costituisce uno dei tratti salienti del libro.

Nel primo racconto, la voce di Myriam esprime la paura e le preoccupazioni provate di fronte all’arrivo di un figlio. Attraverso testi meditativi di un marcato lirismo, questa donna forte e decisa, astronoma di professione, dichiara con grande sincerità le angosce e le preoccupazioni di una madre che si scopre inerme di fronte all’evento della vita, dando voce al tempo stesso ai sentimenti che accompagnano la paura: la curiosità, il desiderio della scoperta, lo sconcerto, l’amore. Evolvendo nel corso del libro, questi sentimenti raccontano il momento della gravidanza, trasformando i pensieri intimi e personalissimi dell’io in una riflessione dal valore universale.

A questa parte più meditativa si alterna il racconto – riportato in terza persona – della tragedia vissuta da Jeiran, un bambino che in un paese devastato dai conflitti segue e aiuta la madre nel suo lavoro di ostetrica. Quando, divenuto grande, decide di andare a studiare in Europa per seguire le sue orme e diventare ostetrico, i percorsi dei due personaggi si incrociano e la parte lirica-riflessiva si fonde con quella narrativa.

Alternandosi per tutta la durata del libro, le due vicende dialogano tra loro ponendo al centro della raccolta il contrasto tra vita e morte, forza e fragilità, resistenza e abbandono, felicità e sofferenza. Se attraverso il tema della maternità e della nascita la vita è al centro dei racconti, la morte e il dolore sono a loro volta presenti in entrambe le vicende. Accomunate dalla ricorrenza di medesimi motivi e nuclei tematici, le due sezioni vanno pertanto lette come parti di un’unica riflessione, la quale, se si concentra su questioni ampie e complesse, mira al contempo a problematizzare il nostro presente. Tra un Occidente privo di valori che si costruisce sulle “macerie del senso” e un paese distrutto da una guerra insensata e violenta che lascia dietro di sé macerie concrete, il mondo dipinto dall’autrice si presenta infatti come un mondo vuoto e impoverito.

[Seguono alcuni frammenti della raccolta tradotti da Cisbani e Proserpi; per il testo francese si ringrazia la disponibilità dell’editore. ot]

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Mi rivolgo a te, della cui esistenza ignoro tutto, a te che ignori tutto di qui, persino l’aria che respiriamo (o forse meglio di me sai misurare la pulsazione delle cefeidi?), a te che dei gesti decisi dovranno coprire, custodire. Sussurro, cerco parole che potresti comprendere, un linguaggio che ti dia una chiave per un mondo ferito, in sorda rivolta.

 

Come dirti che ho bisogno di tempo, che qualcosa in me si aggrappa a queste stelle che credo di conoscere, a questi oggetti e parole circoscritti che rivedo ogni mattino. Come dirti che tutto il mio corpo si adopera per accettare quel che è, nel flusso dell’inatteso, dell’insperato, che tutta la mia mente cerca di agire là dove può e non dove vorrebbe. Come dirti che ho paura di tutto quel che non sei, di tutto quel che non so di te, della mia inadeguatezza a riconoscerti. Come dirti che per la prima volta intravedo i contorni della mia stessa morte.

 

Come dirti che nel movimento della vita ti potrai appoggiare anche alla luce tra le foglie del salice, alla sensazione dell’acqua sulla nuca, al canto del merlo, dei libri, dei violoncelli, e a quel che troverai essere tuo, i gesti del lavoro che sosterranno i tuoi mattini, chissà, la vita dello spirito. Come dirti che dovrai diffidare delle paure, senza averne paura. Accettarle. Lavorarle. Come dirti che un solo amore non conosce possesso, intenzioni proiettate, ed è il più difficile. Come dirti di non cercare di stringere l’altro nel tuo sogno, di lasciarlo libero, nell’enigma della sua forza e della sua miseria.

 

Come dirti che la tristezza, quando si effonde nelle note dell’oud e della fisarmonica, diventa profondità dolce che si insinua in una solitudine viva, si apre, si espande, diventa le lacrime di tutta la terra, ricerca la pena di coloro che non possono piangere, che trattengono il fiume del dolore nella sopravvivenza, sospesi dietro la corteccia nera di un tronco che li trattiene. La tristezza, quando si effonde nelle lacrime d’altri, è una profondità dolce che si insinua nella quiete del silenzio divenuta luogo di un segreto.

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Je m’adresse à toi dont j’ignore tout de l’existence, à toi qui ignores tout d’ici jusqu’à l’air que nous respirons (mais peut-être sais-tu mieux que moi mesurer la pulsation des céphéides ?), à toi que des gestes nets devront couvrir, garder. Je marmonne, je cherche des mots que tu pourrais comprendre, un langage qui te donne une clé pour un monde heurté, à la révolte sourde.

 

Comment te dire que j’ai besoin de temps, que quelque chose en moi s’accroche à ces étoiles que je crois connaître, à ces objets et mots circonscrits que je revois chaque matin. Comment te dire que tout mon corps travaille à accepter ce qui est, dans le mouvement de l’inattendu, de l’inespéré, que tout mon esprit cherche à agir là où il peut et non là où il voudrait. Comment te dire que j’ai peur de tout ce que tu n’es pas, de tout ce que j’ignore de toi, de mon insuffisance à te reconnaître. Comment te dire que pour la première fois, je distingue les contours de ma propre mort.

 

Comment te dire que dans la vie qui se meut, tu pourras t’appuyer aussi sur la lumière dans les feuilles du saule, la sensation de l’eau sur ta nuque, le chant du merle, des livres, des violoncelles, et ce que tu trouveras qui t’est propre, les gestes du travail qui soutiendront tes matins peut-être, la vie de ton esprit. Comment te dire qu’il faut se méfier des peurs, sans en avoir peur. Les accepter. Les travailler. Comment te dire qu’un seul amour est sans possession, sans intentions projetées, qui est le plus difficile. Comment te dire de ne pas chercher à prendre l’autre dans ton propre rêve, de le laisser libre, dans l’énigme de sa force et de sa misère.

 

Comment te dire que la tristesse, quand elle s’ouvre dans les notes de l’oud et de l’accordéon, devient une profondeur douce, qu’elle se creuse dans l’intériorité d’une solitude vive, s’ouvre, se répand, devient les larmes de toute la terre, cherche le chagrin de ceux qui ne peuvent pas pleurer, qui retiennent le flot de la douleur dans leur survie, maintenus derrière l’écorce noire d’un tronc qui les garde. La tristesse, quand elle s’ouvre dans les larmes de l’autre, est une profondeur douce, elle se creuse dans la quiétude du silence devenue le lieu d’un secret.

 

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice dei libri Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018) e Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS, 2021). Ha tradotto, fra vari autori, le Opere di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato i volumi: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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