PIER PAOLO PASOLINI 1. Il tempo dell’innocenza. Il Friuli e Roma

Pier Paolo Pasolini con la madre Susanna

di Luca Vidotto

0. Introduzione

Da un amore incondizionato per il mondo contadino friulano a una disperata vitalità nelle borgate romane. Dal riconoscimento di una perdita culturale e fisica di quel mondo, all’imporsi di un abbrutimento psichico e morale, conformista e piccolo-borghese. Da una realtà differenziata e multiforme a un’irrealtà omologata.
Ecco la parabola che vive Pasolini tra le strade italiane, e che lo porterà all’abiura radicale di tutto ciò che ha dato forma a un’intera stagione della propria vita – la più felice. Perché sapeva fin troppo bene che “solo l’amare, solo il conoscere | conta, non l’aver amato, | non l’aver conosciuto”1.

Pier Paolo Pasolini a Casarsa

1. Il tempo dell’innocenza. Il Friuli e Roma

Pasolini ebbe una doppia appartenenza: una legata agli ambienti cittadini bolognesi e di altri centri urbani, soprattutto veneti, in cui visse da ragazzo con la famiglia seguendo gli spostamenti del padre, e una totalmente differente nelle campagne casarsesi, a stretto contatto con il mondo contadino. Fu proprio quest’universo povero, molto devoto alla Chiesa cattolica – pur con delle varianti legate alla cultura millenaria fondata sul lavoro della terra, sui campi, che introiettava nelle persone una visione del mondo imbevuta di una sorta di paganesimo, come ad esempio la concezione della vita in base alla ciclicità del tempo, e di un “certo luteranesimo per cui c’era sempre un dio disposto a premiare o a castigare con l’abbondanza o la penuria dei raccolti”2 – a colpire in profondità il giovane Pasolini, che fin dall’adolescenza sembrava votato a una brillante carriera nel campo della pittura e della letteratura.

Manoscritto di “Poesie a Casarsa”


È questo mondo a ispirare molte delle sue poesie giovanili in dialetto friulano e la maggior parte delle tematiche raffigurate nei suoi dipinti: i paesaggi erano sempre gli stessi, così umili e così espressivi, legati alla quotidianità spesa nei campi, coi suoi rituali e i suoi gesti sempre uguali, nei quali erano incisi i caratteri dell’eternità, dove gli stessi figli erano destinati a reincarnare in tutto e per tutto la vita dei padri e dove certi profumi e certi colori sembravano durare dalla notte dei tempi sempre uguali a se stessi – aspetti della vita che facevano tutt’uno con la coscienza della morte, di cui era intrisa una vita misera e antica, fragile nella sua povertà. L’arcaica bellezza che si rifletteva negli occhi di Pasolini costituisce il corpo delle Poesie a Casarsa, che concentrano il suo amore per una lingua vitale, come vitale è ogni dialetto3: il furlano4. Erano parole e modi di dire vivaci, non meramente comunicativi, appartenenti a una lingua libera5, reinventata di giorno in giorno, perché in fondo vitali erano le persone che la parlavano, soprattutto i ragazzi, la cui espressività si imprimeva nel loro parlare e nel loro agire. E sarà proprio tra questi giovani che prenderà forma la coscienza della propria omosessualità, tenuta sempre viva da una carica erotica e passionale che lo getta nel mondo contadino da diverso. Diverso nel diverso.
Immersi nella lettura di queste poesie, riusciamo anche noi a incontrare David, che si gira e c’intravede.

 
Pognèt tal pos, puòr zòvin,
ti voltis viers di me il to ciaf zintíl
cu’ un ridi pens tai vuj6
 
 

E possiamo anche sentire le parole di una giovinetta che vedendoci tornare, stranieri ma fratelli, ogni estate in questo mondo in cui il vivere è sicuro, perché il suo è il luogo della certezza, ci rivolge queste parole:

 
Ti vens cà di nualtris,
ma nualtris si vif,
a si vif quiès e muàrs
coma n’aga ch’a passa
scunussuda enfra i bars7
 
 

E ci ricorda che tra questi campi:

 
Il timp a no’l si mòuf:
jot il ridi dai paris,
coma tai rams la ploja,
tai vuj dai so frutíns8
 
 

Le poesie sono tutte molto intime, ma di un’intimità che non esclude il lettore. Chiunque abbia avuto la fortuna di aver prestato il proprio sguardo e il proprio corpo alla fatica e alla lentezza della campagna le può rivivere, ne può sentire le vibrazioni, gli odori, i colori.

Le poesie giovanili di Pasolini non vogliono aumentare il bagaglio di conoscenze di chi le legge, ma piuttosto riportarlo nella vita e nelle sue sfumature, rievocandola.

 
Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di buio in cui si fa luminosa

la vita: un pianto interno, una nostalgia
gonfia di asciutte, pure lacrime.9
 
 

Questa raccolta di poesie dialettali fu scritta durante il ventennio fascista, quando ogni particolarismo linguistico era scaduto ed evitato, in nome del mito dell’italianità, e con la loro stessa esistenza, che scorre attraverso la memoria delle estati passate in Friuli, fanno emergere lo iato tra la realtà dei vari particolarismi dialettali e la mera formalità di un potere che non è riuscito a imporre la propria volontà omologante. La ritualità di regime imposta agli italiani e costruita su di un modello rigido, nato morto, in quanto monotono e non vitale poiché imposto e non vissuto, si infrange infatti di fronte la pur povera quotidianità delle campagne, capace di emanare, nei suoi gesti, la luce dell’eternità.

Autoritratto 1946
La leggerezza e la musicalità, mai scevre da tinte cupe e funerarie, che si sentono durante la lettura delle Poesie a Casarsa, se per un verso ci costringono a scoprire quei luoghi impregnati di povertà e miseria, dall’altro ci fa comprendere l’atteggiamento che Pasolini aveva nei loro confronti. Gianfranco Contini ha sottolineato che “la qualità che Pasolini possedeva in rara misura era […] non l’umiltà, ma qualcosa di molto più difficile da ritrovarsi: l’amore dell’umile e vorrei dire la competenza in umiltà”10. Pasolini, infatti, nonostante la sua primissima infanzia passata in ambienti piccolo-borghesi e il futuro successo, anche economico, che è arrivato in seguito ai romanzi romani e soprattutto al suo lavoro nel cinema, ha conosciuto da molto vicino la povertà, in quanto ha vissuto in prima persona l’indigenza economica.
Casa Colussi bombardata
Nell’autunno del 1944, infatti, si dovette trasferire, a causa degli attacchi e dei rastrellamenti nazisti che distrussero Casarsa, in un piccolo paese vicino, Versuta, dove abitò con la madre in affitto, in un’unica stanza di un vecchio casolare contadino, vivendo ai limiti della sopravvivenza. Prima del trasferimento insegnava ai ragazzi che a causa della guerra non riuscivano a raggiungere le scuole di Udine e, successivamente, con la madre, che di professione faceva l’insegnante, diede vita ad un piccolo istituto nell’unica stanza che avevano a disposizione, cioè quella in cui mangiavano e dormivano quotidianamente, dividendo i ragazzi in base all’età con Susanna: con lei stavano i bambini che avrebbero dovuto frequentare le elementari, con Pier Paolo i ragazzi più grandi. Tutt’altro dall’essere un insegnante la cui voce cadeva autoritaria ex cathedra, applicava metodi di insegnamento attivi, facendo partecipare i suoi alunni e favorendo la rielaborazione personale delle cose studiate, tenendo, per quanto possibile, un rapporto paritario, e introducendo tutti i suoi ragazzi nel mondo della poesia, che in fin dei conti è quello della vita. Ma questa sorta di idillio deformato si frantumerà velocemente. Nel 1949 Pasolini viene denunciato per atti osceni e corruzione di minori e, nel momento stesso della formulazione di tale accusa, la notizia rimbalzò su tutti i giornali locali, decretando lo scandalo: il maestro Pasolini, che passava ore e giornate intere con i ragazzini, militante di spicco della sua sezione del PCI, era ora etichettato come pedofilo e omosessuale. La sezione del PCI di Udine, non considerando l’antagonismo che probabilmente aveva mosso cattolici e fascisti a gridare allo scandalo e a gonfiare la notizia, senza approfondire la questione, quindi limitandosi a un aprioristico perbenismo, decretò la sua espulsione. A ciò si deve aggiungere la drammatica situazione che Pasolini visse tra le mura di casa: il padre, tornato dalla prigionia che aveva dovuto subire in Kenya, malato nella carne, a causa del cattivo vino che aveva iniziato a bere in gran quantità, e nello spirito, a causa del rapporto tra sua moglie e il suo figlio maggiore, così intenso da tagliarlo fuori dall’intimità familiare, si abbandonò, come racconta nella sua biografia Nico Naldini, “a terribili sfuriate senza causa apparente, ossessive, interminabili, anche nel fondo della notte”11. Lo scandalo di Pier Paolo fu l’evento che segnò definitivamente l’invivibilità all’interno della casa di Casarsa, in cui la famiglia era tornata a vivere nel 1947, dopo la fine della guerra, e tra la notte e l’alba del 28 gennaio 1950, madre e figlio partirono segretamente per Roma, senza un soldo, a causa dell’amara scoperta che fece Susanna quando, al momento di cambiare in denaro tutti i gioielli che Carlo Alberto le aveva regalato durante il corteggiamento, scoprì che non erano altro che bigiotteria, quanto di più lontano dall’oro e dalle pietre preziose che credeva di possedere.
Roma anni ’50, con un bambino in una borgata

A Roma, la povertà costringe Pasolini e sua madre a vivere, inizialmente, “in una stanza d’affitto in piazza Costaguti, nel cuore del ghetto ebraico. Vicino scorre il Tevere, e lungo i viali alberati che lo fiancheggiano si svolge una vita giovanile allegra e spregiudicata che promette facili conquiste”. Qui stringe un rapporto col poeta Sandro Penna che con “lietezza e armonia” gli offre la “complicità dei reietti”12, di coloro i quali vivevano distanti dal centro della città in un ambiente abitato soltanto dai disadattati e dagli esclusi, in cui la vitalità era il risultato di una composizione di sottoproletari romani che convivevano con molti emarginati che arrivavano a Roma in seguito all’emigrazione dai luoghi del Sud più profondo. Emarginazione che Pasolini vedrà, nella sua luce più autentica, spostandosi a vivere in un’abitazione a ponte Mammolo, vicino al carcere di Rebibbia. Ancora una volta, ha un approccio che si pone al di là di ogni apriorismo morale e, con questo presupposto, guarderà alle borgate e alla loro realtà, in cui la vita è totalmente altra rispetto a quella del centro urbano. Qui vi sono agglomerati di casupole, spesso baracche, misere e miserabili, tutte uguali, invischiate nel fango e nella terra polverosa, che sostituisce l’asfalto che si può incontrare percorrendo le vie principali delle città. Paradossalmente, fu grazie alla ristrettezza economica e a questa stupenda e misera città che poté fare esperienza di quella vita ignota in cui era inserito.

 
Povero come un gatto del Colosseo,
vivevo in una borgata tutta calce
e polverone, lontano dalla città

e dalla campagna, stretto ogni giorno
in un autobus rantolante:
e ogni andata, ogni ritorno

era un calvario di sudore e ansie.
[…]

Un’anima in me, che non era solo mia,
una piccola anima in quel mondo sconfinato,
cresceva, nutrita dall’allegria

di chi amava, anche se non riamato.
E tutto si illuminava, a questo amore
Forse ancora di ragazzo, eroicamente,

e però maturato dell’esperienza
che nasceva ai piedi della storia.
Ero al centro del mondo, in quel mondo

[…] Quel borgo nudo al vento,
non romano, non meridionale,
non operaio, era la vita

nella sua luce più attuale:

[…]

Un uomo fioriva.13
 
 

Come nelle sue esperienze in Friuli, anche a Roma il perno attorno a cui prende forma la sua opera sono i luoghi abitati dagli ultimi e dai disadattati. Nella borgata vicino a ponte Mammolo “c’è un fiume, l’Aniene, e i ragazzi vi fanno il bagno nudi, violenti e ironici, estroversi ed esibizionistici. Una sorta di rovesciamento del carattere dei ragazzi friulani, timidi e intensi nei loro rapporti d’amicizia; ma Pasolini ha già sostituito questi ultimi, allontanandoli in un alone mitico e nostalgico”14.
Ancora una volta è la sua passione che da vita alla tensione conoscitiva.

 
Se mi accade
di amare il mondo non è che per il violento
e ingenuo amore sensuale
[…] Vivo nel non volere
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria
sprezzante e perso – per un oscuro scandalo
della conoscenza…
[…] è per me religione
la sua allegria, non la millenaria
sua lotta: la sua natura, non la sua
coscienza; è la forza originaria
dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,
a darle l’ebbrezza della nostalgia,
una luce poetica.15
 
 

È questo il mondo che si trova davanti agli occhi Pasolini ed è qui che vivono i personaggi dei suoi due primi romanzi, Ragazzi di vita e Una vita violenta, e dei primi film che girerà a partire dagli anni Sessanta, Accattone e Mamma Roma, i quali sono tutti un’imperterrita dichiarazione d’amore.
Ma questo, tutt’altro che un periodo di vita idilliaco, si macchierà ben presto di accuse rivolte al poeta soprattutto a causa del marchio infamante della sua omosessualità, accuse che segnarono l’inizio di una serie di processi che darà vita a un unico, lungo processo, durato una vita intera: d’ora in avanti accuseranno ogni sua opera di pornografia o di oscenità o di vilipendio alla religione. Ma scoprirà presto che l’angoscia più struggente sarà quella causata dall’imminente avvento della società del benessere, tutta incentrata sul feroce edonismo dei consumi.

Autoritratto 1947

PIER PAOLO PASOLINI 1. Il tempo dell’innocenza. Il Friuli e Roma

PIER PAOLO PASOLINI 2. Il tempo del disincanto. L’avvento della società dei consumi

PIER PAOLO PASOLINI 3. Il tempo della caduta. L’omologazione antropologica degli italiani

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NOTE
  1. P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, cit., p. 70.
  2. N. Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, Parma, 2009, p. 13.
  3. Che osa ci dice la lingua? Una cosa ben precisa: esistono differenze linguistiche che corrispondono a differenze sociali e quindi psicologiche, che individuano culture particolari differenziate le une dalle altre, e ogni universo linguistico che viene a crearsi ha una sua propria “realtà reale, inalienabile e irripetibile in altre situazioni” e determina una particolare “esperienza vitale”, un particolare “sentimento delle cose” (P.P. Pasolini, Empirismo eretico, cit., p. 94).
  4. Lingua che si riferisce alla “parlata dei contadini usata […] per le loro essenziali comunicazioni, o per recitare fiabe, indovinelli, ninne nanne, tramandati oralmente” (Ivi, p. 23), parlata soprattutto in Friuli, che, come tutti i dialetti, aveva la caratteristica di adattarsi ai diversi luoghi della regione, subendo variazioni anche da paese a paese.
  5. “Il popolo è sempre sostanzialmente libero: può essere messo in catene, spogliato, aver la bocca tappata, ma è sostanzialmente libero; gli si può togliere il lavoro […] ma è sostanzialmente ricco. Perché? Perché chi possiede una propria cultura e si esprime attraverso essa è libero e ricco, anche se ciò che egli è e esprime è (rispetto alla classe che lo domina) mancanza di libertà e miseria. […] Una cultura povera (agricola, feudale, dialettale) conosce realisticamente solo la propria condizione economica, e attraverso essa si articola, poveramente, ma secondo l’infinita complessità dell’esistere” [P.P. Pasolini, Scritti corsari, cit., p. 181.]
  6. “Appoggiato al pozzo, povero giovane, volti verso di me il tuo capo gentile, con un greve riso negli occhi” [P.P. Pasolini, La nuova gioventù, Einaudi, Torino, 1981, p.16].
  7. “Tu vieni qui fra noi, ma noi si vive, si vive quieti e morti, come un’acqua che passa sconosciuta tra le siepi” (Ivi, p. 18).
  8. “Il tempo non si muove; guarda il riso dei padri, come nei rami la pioggia, negli occhi dei fanciulli” [Ibidem].
  9. P.P. Pasolini, Poesia in forma di rosa, Garzanti, Milano 2015, p. 8.
  10. P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N. Naldini, vol. I, Torino 1986, p. LXI.
  11. P.P. Pasolini, Lettere 1940-1954, a cura di N. Naldini, vol. I, Torino 1986, p. LXI.
  12. Ivi, pp. 51-52.
  13. P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, cit., pp. 74-81.
  14. N. Naldini, Breve vita di Pasolini, cit., p. 56.
  15. P. P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, cit., pp. 55-56.

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