L’arte di sopravvivere al dolore: ‘Drive My Car’ di Ryusuke Hamaguchi

di Daniele Ruini

Viaggia e troverai un’altra piacevole compagnia
che sostituirà chi a malincuore hai abbandonato.
(Le Mille e una notte)

«Tu non hai avuto gioie in vita tua, ma vedrai, zio Vania, vedrai… Ci riposeremo… Ci riposeremo!»: è con la battuta finale dello Zio Vania di Čechov, pronunciata dal personaggio di Sonia, che si conclude Drive My Car (Doraibu mai kā), l’ultimo film del regista giapponese Hamaguchi Ryusuke. E prima di giungere a questa conclusione, che vale come un monito soprattutto per il suo protagonista, il film si concede ben tre ore di tempo: una durata in fondo non sproporzionata per un’opera che riflette intorno alla mortalità e al senso di sopravvivere ai propri cari.

All’origine di tutto c’è l’omonimo racconto di Murakami Haruki (contenuto nella raccolta del 2014 Uomini senza donne), che Hamaguchi, anche sceneggiatore, ha amplificato aggiungendovi elementi da altri due racconti dello scrittore giapponese (Shahrazād e Kino) tratti dalla stessa raccolta. Lo sforzo è valso al film il premio per la sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes; ma Drive My Car è stato apprezzato anche oltreoceano e, dopo aver ottenuto il premio per miglior film in lingua straniera ai recenti Golden Globe Awards, sarà protagonista –con ben 4 candidature– ai prossimi Premi Oscar.

È possibile continuare a vivere dopo un grave lutto famigliare? Come si può guardare avanti senza sprofondare sotto il peso del passato? Farsi assorbire dalle storie può essere una strategia di sopravvivenza? E l’arte può avere una funzione consolatoria? Sono queste alcune delle questioni poste dalla pellicola di Hamaguchi, il cui obiettivo sembra essere stato, prima di tutto, quello di sottolineare l’importanza di creare degli spazi di ascolto: come dichiarato dallo stesso regista, la possibilità di trasmettere storie, e soprattutto di trasmettere la propria storia personale a qualcuno disposto ad ascoltarla, è uno dei nuclei fondamentali della vicenda descritta nel film.

Nel prologo, della durata di 40 minuti, ci viene raccontata la relazione tra il regista e attore teatrale Kafuku Yūsuke (Nishijima Hidetoshi) e la moglie Oto (Kirishima Reika), sceneggiatrice per la televisione nazionale. Il loro bell’appartamento, all’undicesimo piano di un moderno palazzo di Tokyo, è il luogo in cui essi coltivano il loro amore, fatto di un’appagante intesa sessuale, di reciproche cure amorevoli e di una divertita complicità: quest’ultima è evidente nel modo in cui Kafuku aiuta la moglie a completare le trame per le sue sceneggiature televisive (l’ispirazione per le quali le giunge sempre in prossimità dell’orgasmo). Ma scopriamo ben presto che si tratta anche di un rapporto in cui non mancano i non-detti, e in cui le infedeltà della moglie vengono (tristemente) tollerate dal marito per consentirle di elaborare sia le sue storie sia il terribile lutto che la coppia ha subìto diversi anni prima: la perdita della figlia di quattro anni.

Dopo una svolta nella vicenda, il film prende, letteralmente, un’altra strada: trascorsi due anni, ritroviamo Kafuku in viaggio sulla sua amata Saab rossa per Hiroshima, dove è stato chiamato a mettere in scena una versione multilingue dello Zio Vania di Čechov per un festival teatrale. Il ritmo rallenta e lo spettatore sprofonda nel generale senso di spaesamento del protagonista: durante i due mesi a disposizione per il casting e le prove dello spettacolo Kafuku deve fare i conti non solo con un posto che non conosce, ma anche con la difficoltà di creare un’intesa tra attori di varia provenienza e che usano lingue diverse (giapponese, indonesiano, filippino, cinese mandarino), compresa un’attrice muta coreana che si esprime nella lingua dei segni. E per di più dovrà accettare, suo malgrado, l’imposizione di una giovane autista che avrà il compito di condurlo quotidianamente dalla sua residenza al teatro: lasciare ad altri il volante di quella che per lui è un vero e proprio rifugio, da sempre usata anche per ripassare le battute dei copioni (grazie all’ausilio di cassette registrate dalla moglie), non sarà semplice; e tuttavia la relazione tra Kafuku e Misaki (Miura Tōko) da freddamente professionale si farà, via via, sempre più intima, fino ad essere sigillata da un lungo viaggio –sempre a bordo della Saab rossa– verso l’isola di Hokkaidō, per visitare il villaggio in cui la ragazza è cresciuta.

Il legame tra Kafuku e la sua autista Misaki è certamente il fulcro della seconda parte del film: anche nel passato della ragazza c’è un lutto che continua ad ossessionarla, e anche lei, esattamente come il protagonista, ha bisogno di qualcuno che si conceda all’ascolto dei suoi sensi di colpa. La sua guida morbida conquista Kafuku, il quale a sua volta sembra ritrovare per lei –che significativamente ha l’età che avrebbe sua figlia– quell’affetto di cui, al suo arrivo ad Hiroshima, sembrava del tutto svuotato.

Ma il protagonista esercita una funzione paterna anche nel suo ruolo di regista, che interpreta senza alcun istrionismo ma con una calma devozione al lavoro quotidiano. Se il suo metodo, che prevede un lungo tempo dedicato alla semplice lettura del copione, sembra essere perfetto per infondere fiducia all’attrice muta che interpreta il personaggio di Sonia, più problematico risulta invece per il giovane Takatsuki Kōji (Okada Masaki), scelto per impersonare zio Vania. La relazione con questo attore, celebre star televisiva, è d’altra parte viziata dal fatto ch’egli era stato uno degli amanti della moglie di Kafuku; e quando quest’ultimo decide non solo di scritturarlo ma di affidargli pure la parte principale –che il regista era solito riservare per sé– sembra volerlo mettere alla prova verificandone la capacità di sostenere un ruolo più grande di lui[1]. Come Kafuku ribadisce nelle frequenti conversazioni tra i due, il problema di Takatsuki è la scarsa capacità di autocontrollo, quella stessa capacità di cui invece è padrona Misaki con la sua guida priva di asprezze. Non è un caso, allora, che il viaggio a Hokkaidō in compagnia di Misaki serva a Kafuku per superare uno stallo nella messa in scena dello spettacolo causato proprio da un comportamento avventato di Takatsuki, che ha dimostrato una volta di più la sua difficoltà a controllarsi.

Per il protagonista di Drive My Car, affrontare il testo di Čechov significa farsene completamente assorbire ricevendone in cambio la possibilità di imparare qualcosa su sé stessi: solo questa disponibilità, tutt’altro che scontata e non priva di ricadute dolorose, può a suo avviso giustificare lo sforzo di un gruppo di attori che lavora insieme per offrire a un pubblico, ancora una volta, la messinscena di un classico della letteratura. Se Takatsuki non riesce a staccarsi dal suo ruolo di giovane star e a scavare più in profondità dentro di sé, Misaki rivela, anche in virtù delle sofferenze sperimentate nella sua giovinezza, tutt’altra maturità: lo sa bene Kafuku, che le concede la sua confidenza e a un certo punto le permette anche di assistere alle prove dello spettacolo.

Solo chi è passato attraverso una perdita, sembra infine dirci Hamaguchi, può davvero immergersi nelle storie, con una predisposizione a mettersi in ascolto e a farle proprie: è dalle storie, infatti, che si può ottenere un riscatto, o quanto meno la forza pacificatrice in grado di farci sopportare il dolore e continuare il nostro viaggio. Le parole di Sonia nel finale dell’opera di Čechov («E noi vivremo, zio Vania. Vivremo una lunga, lunga fila di giorni, di lunghe serate; sopporteremo con pazienza le prove che ci manderà il destino; lavoreremo per gli altri così adesso come da vecchi, senza fermarci un momento, e quando sarà la nostra ora, moriremo in pace») acquistano allora nel film di Hamaguchi un senso diverso: non più di dimessa rassegnazione quanto di speranza nel sapere lasciarsi il passato alle spalle e iniziare un nuovo percorso, più consapevoli e più leggeri.

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[1] Nel racconto di Murakami Drive my car il protagonista parla esplicitamente del desiderio di punire Takatsuki («Per dirle tutta la verità, avevo pensato di punire quell’uomo. Quell’uomo che era andato a letto con mia moglie […] Di farlo soffrire in qualche modo, soffrire terribilmente»: Murakami Haruki, Uomini senza donne, Torino, Einaudi, 2015, p. 34). Un altro elemento esplicitato nel racconto è la circostanza per cui la giovane autista ha l’età che avrebbe la figlia di Kafuku, così come quest’ultimo ha gli stessi anni del padre di lei.

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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