Verso il Sahara

 

di Nick Casini

“L’Africa è una droga che prendi per non ammazzarti, un’evasione”, diceva Pasolini, che in Uganda era andato in cerca di luoghi e di volti per un film (mai fatto) e ne era rimasto folgorato. Ti seduce e poi non ti lascia più andare. Africa significa avere a che fare ogni giorno con qualcosa di inaspettato, vivere alla frontiera del mondo.
Ogni essere umano è in fuga da qualcosa; c’è chi cerca sicurezza e tranquillità, chi proprio da quelle vuole allontanarsi il più possibile.

***

Sul van che da Marrakesh ci sta portando verso il Sahara siedo accanto ad Oscar, uno svizzero che ogni inverno si avventura nel continente africano per quattordici giorni e nei restanti trecentocinquantuno (ne sono sicuro) ne parla a chiunque gli capiti a tiro. Discorriamo per una buona mezz’ora e ci diamo ragione a vicenda come si fa tra sconosciuti. Poi mi fa l’elenco dei paesi africani che ha visitato (un elenco lungo, da vero tossico) e io snocciolo controvoglia i miei (una lista corta, macchiata dall’invidia). Per risparmiarmi delusioni, si offre di darmi delle dritte su dove valga e non valga la pena andare, ma poi perde il filo e finisce a lamentarsi della moglie che l’Africa nemmeno la vuol sentire nominare e gli ha fatto sprecare anni preziosi in villaggi vacanze nel Delta del Po.

“Per fortuna”, mi dice in un italiano tagliato con l’accetta, “adesso i figli sono grandi e ognuno va per conto suo. Lei con le amiche in Provenza, io dove l’essere umano deve ancora preoccuparsi di non farsi mangiare dai leoni sulla strada di casa. Un uomo che vive di come e non di perché”.

Non so a chi si riferisca perché qui di leoni non ce ne sono, ma ha l’aria seria. I suoi occhiali da sole riflettono la neve che luccica sulle vette degli Atlas. Tremano, mentre il nostro van si arrampica verso i duemiladuecento metri del passo Tizi n’Tichka, passaggio obbligato per chi da Marrakesh vuole raggiungere il deserto. L’orizzonte assomiglia ad un’Austria inaridita e sprofondata nella miseria, ridotta a vendere frammenti di quarzo e bottigliette di olio d’Argan a bordo strada. Land Rover (di un’altra epoca) cariche di turisti sorpassano gli affannati automobilisti locali senza nessun riguardo per chi viaggia sull’altra carreggiata. Bassi cespugli polverosi punteggiano un panorama dominato dal grigio delle montagne e dal blu del cielo. I tornanti, accerchiati da massi e pezzi d’asfalto sgretolato, sembrano non finire mai; si attorcigliano uno sull’altro come serpenti in una cesta e si fanno sempre più stretti. Come il mio intestino.

Ieri era l’ultimo dell’anno e Marrakesh era divisa in due schieramenti identici: da una parte noi turisti disperatamente sobri (il Marocco è un paese musulmano e l’alcol, ufficialmente, non si può vendere) e dall’altra la popolazione locale, altrettanto sobria e disperata. Per fortuna, in Marocco come ovunque le leggi esistono per essere aggirate.

Mentre l’oscurità si stringeva su Jamaa el-Fna, e le scimmie ammaestrate se ne andavano in spalla ai padroni e i serpenti tornavano nei sacchi di juta, mi sono avventurato in una strada secondaria. Le mie sneakers scivolavano sulle pietre consunte del Suq, mentre un fumo appiccicoso si alzava in cielo dalle bancarelle su cui cuocevano gli arrosticini di montone. Senza che dovessi chiedere nulla, due adolescenti mi hanno indirizzato verso un locale senza insegne dove turisti bianchi e circospetti stavano trangugiando birra. Bottiglie nascoste sotto tavoli di plastica tintinnavano colpite da piedi irrequieti, e schiene si sovrapponevano una all’altra davanti ad un frigorifero presidiato.

“If it’s a cocktail you’re looking for”, mi ha consigliato un americano buttato su un divanetto, “take a cab to l’Hivernage (il ricco quartiere internazionale di Marrakesh dove si trovano tutti i grandi hotel). If you want some hashish, stick around. The kid said he’ll be back.”

L’ho ringraziato e ho girato i tacchi.

 

In Marocco, come in tutti i paesi che gli occidentali considerano poveri, i grandi hotel svolgono lo stesso ruolo delle ambasciate. La legge che vige al loro interno non dipende da nessuna coordinata geografica e avere la pelle bianca significa libero accesso.

Supero le camionette con i mitragliatori parcheggiate sotto le palme senza esser degnato d’uno sguardo e mi trovo circondato da palazzi moderni, auto di lusso e ragazze in minigonna. Nessuno finge più che i vizi e i bisogni umani qui funzionino diversamente che altrove. Incontro un nano vestito da soldato francese in groppa ad un poveraccio nascosto sotto un costume da dromedario e, al loro fianco, un enorme Mickey Mouse che sembra essersi perso. Entro nel primo bar che trovo. Le luci sono basse e calde, le pareti vetrate, la musica soffusa, il fumo dei narghilè occupa la sala come una foschia. Al bancone, tra la nebbia, sono sedute due prostitute meticce che si scattano selfie senza sosta. Ai tavoli, i figli dei boss locali si mescolano a turisti in ciabatte già sbronzi. Una dozzina di camerieri vestiti in full black e una caposala con un fisico da top model si assicurano che i bicchieri e le bottiglie viaggino veloci e i narghilè non si spengano mai. Dopo mezz’ora, le sostanze e la confusione mi hanno già intontito. Guardo le escort pavoneggiarsi con gli altri avventori ed è come guardare Federer giocare a tennis mentre si è troppo storditi per seguire la traiettoria della pallina. Non capisci bene quello che sta succedendo, ma ne vieni comunque rapito.

***

Il primo vero stop lo facciamo al villaggio fortificato di Aït Benhaddou. Scendo dal van a ruota di So-Jung, una ragazza sudcoreana che ha tenuto la testa appoggiata sul finestrino e lo sguardo fisso sul telefono per tutto il tragitto. È avvolta in un cardigan nero che la copre fino alle ginocchia, e mi sorride da sotto un paio di occhiali da sole spessi un dito. La sua pelle ha il colore e l’odore chimico della cipria, i suoi lineamenti la rotondità e la grazia di un merletto di Burano. Ahmed, l’autista del van, che dalla partenza non ha mai smesso di fumare e parlare al telefono da un auricolare a filo, ci tiene aperta la portiera e ci indica la strada.

Attraversiamo un torrente riarso saltando da una pietra all’altra tenuti per mano da bambini del luogo e, dopo avergli lasciato la mancia, tiro fuori la macchina fotografica e cerco di immortalare l’unica cosa autentica rimasta ad Aït Benhaddou: i venditori di cianfrusaglie. Questi però si negano o mi chiedono soldi in cambio. Le donne, invece, scappano via come mi fossi messo a mangiare pagine del Corano davanti ai loro occhi. L’autista, che adesso fa anche da guida, mi chiede con gentilezza di lasciar perdere. Mi spiega che gli uomini del luogo hanno l’abitudine di setacciare il web in cerca di immagini delle mogli e, se ne trovano, le usano come pretesto per cacciarle di casa e risposarsi con donne più giovani. Non gli credo, ma desisto lo stesso. Deluso, me ne vado in un bar polveroso a bere tè alla menta, mentre lui racconta agli altri che proprio qui a Aït Benhaddou sono state girate scene de Il Gladiatore. Mi siedo al banco e il barista, un ragazzo con gli occhi neri e i baffetti da adolescente, mi serve il tè nel solito bicchierino di vetro e mi allunga un biscotto alla curcuma. Bevo e mangio. Al momento di pagare i nostri sguardi si incollano uno sull’altro. Mi fissa tenendo in mano i miei soldi come se si aspettasse almeno una protesta. A ragione, non ritiene possibile che non mi sia accorto che gli altri avventori del bar, suoi compatrioti, hanno pagato un quarto di quel che ha appena chiesto a me per lo stesso servizio, così come non ritiene possibile che essendomene accorto non voglia almeno protestare. Quello che non sa, è che essere derubati di pochi soldi è un toccasana per l’umore di qualsiasi turista occidentale, che in cambio di una cifra insignificante ha l’occasione di voltarsi verso la moglie e dirle:

“Ne hanno più bisogno loro di noi, cara. Non facciamo una scenata.”

Lo penso anch’io che una moglie non ce l’ho e, anzi, gli lascio pure la mancia. Poi torno fuori. Sono arrivati altri van stipati di turisti e la cima di Aït Benhaddou adesso ha l’aspetto di un formicaio color ocra. Venditori ambulanti poliglotti, musicisti stropicciati e occidentali tarantolati si muovono a macchie da un lato all’altro del villaggio, circondano la kasba per fotografarla, cercano riparo all’ombra delle mura in terra battuta. Due signore sovrappeso fanno capolino dalla finestra di una stalla in disuso. Un uomo avvolto in un caffettano color ocra suona la lira seduto su un sasso. La neve degli Atlas e il deserto del Sahara si guardano da lontano come vecchi amici che hanno appena litigato. Un ragazzo siciliano cerca di attirare la mia attenzione facendo la faccia annoiata.

“L’anno scorso siamo stati in Tanzania”, mi dice quando lo guardo, “è stato fantastico. Altro che questo polverone.”

Il noi si riferisce alla fidanzata, che sta scattando foto ad uno steccato. Annuisco. Sembra abbia voglia di dire qualcos’altro, ma si prende una pausa e io ne approfitto per immortalare un panorama da mandare ai parenti.

Gli italiani all’estero si dividono in due categorie: quelli che odiano incontrare altri italiani e quelli che ne sono entusiasti. Quelli che odiano incontrare altri italiani sperano che i loro viaggi siano unici ed autentici, e pensano che incontrare dei compaesani mandi tutto al diavolo e allora si comportano da stronzi. Gli entusiasti, invece, di solito non spiccicano una parola d’inglese e allora non vedono l’ora di parlare italiano con qualcuno. Sono ossessionati dal cibo di casa e dai bidet, ma almeno non fingono che tutto quello che gli viene messo sotto il naso sia incredibile perché diverso. Il siciliano è uno degli entusiasti, e appena si riprende dalla pausa mi chiede se è la mia prima volta in Africa. Se hai la pelle bianca, è la prima domanda che ti viene rivolta ogni volta che metti piede in un luogo dell’Africa che non sia Hurghada o Marsa Alam. È come se tutti dessero per scontato che se sei venuto quaggiù una volta è impossibile che torni, a meno che tu non sia un grande avventuriero come loro. Io scuoto il capo e faccio per allontanarmi, ma il siciliano non mi molla.

“Ti ho visto dare la mancia al ragazzo del bar”, mi dice. “L’hai fatto contento, puoi giurarci. Mica come in Italia che mandi mille euro ad una onlus e ti tornano indietro una mail automatica e un abbonamento ad una rivista che ti fa passare l’appetito ogni volta che la apri. Qua la gente dà valore alle buone azioni, ti sorride. Devi solo imparare a non farti prendere la mano o finisci a dare più mance che in uno strip-club di Las Vegas.”

Mi fa l’occhiolino, prima di raggiungere la fidanzata che sta contrattando con una bottegaia il prezzo di una sciarpa. Gli sorrido, e dev’essere l’aria fresca che viene dalle montagne che mi mette di buon umore visto il mal di testa che ho.

Il sole sta tramontando e il cielo dietro al minareto di Merzouga è una grande macchia rossa. Oscar e So-Jung, abiti al vento, guardano verso est dove adesso è rimasto solo il Sahara. Non riusciamo ancora a vederlo, ma la sua immensa assenza incombe come una minaccia. Anche se ridotto a una toccata e fuga di sedici ore nel nostro programma congestionato si sente il suo richiamo ogni volta che si alza lo sguardo. La sua sabbia è poggiata ovunque: copre le case, le macchine, gli alberi, gli animali e le persone.

Il tratto di strada da Aït Benhaddou, infinito e desolato, è stato una sequenza ininterrotta di città cresciute lungo la carreggiata e posti di blocco presidiati da soldati armati. Donne con fascine di legna sulla schiena e ragazzini in cerca di un passaggio ci guardavano passare senza reagire. Più il buio si avvicinava, più i loro passi si facevano concitati. Adesso che il tramonto è vicino, in giro non c’è più nessuno.

Le guide berbere che ci prendono in consegna ci caricano sui dromedari appena in tempo per colmare la distanza che ci divide dal deserto. Guardati a vista, dondoliamo per mezz’ora in groppa a quelle bestie ispide e maleodoranti, poi saliamo a piedi sulla sommità di una duna per ammirare il sole sprofondare nella sabbia. Il senso di meraviglia, solitudine e impotenza che provo di fronte a quel mare di sabbia mi stordisce. Il mio sguardo si perde mille volte, e ad ognuna ho il timore che possa non tornare indietro. Anche i berberi si godono lo spettacolo in silenzio, seduti uno accanto all’altro con le mani nascoste nella sabbia.

Avvolti in coperte intrise di mille odori ceniamo tra le tende di un accampamento, intorno ad un fuoco che avvampa in un bidone di latta che i berberi tengono vivo con olio da motore esausto. Beviamo tè alla menta e mangiamo una zuppa ai cereali, poi quando anche l’ultimo bongo dello spettacolo serale si è acquietato e molti sono già a letto, le guide radunano quelli di noi ancora svegli e ci propongono una passeggiata nel deserto. Usciamo in silenzio, come fuggiaschi, senza torce e con i telefoni spenti. Ci lasciamo alle spalle i gelidi bagni da campo con le taniche d’acqua mezze vuote e i dromedari che, pancia nella sabbia, rilasciano peti fragorosi ad intervalli regolari. Nel buio riconosco Oscar, ma lo perdo di vista appena anche l’ultima luce dell’accampamento scompare dietro una duna. All’improvviso, mi trovo avvolto dall’oscurità completa. Solo i contorni sfocati del berbero che cammina davanti a me mi guidano lungo un sentiero che non c’è mai stato. Il resto è il nero profondo di una stanza buia, senza spiragli di luce o spie accese. Sopra la mia testa, fin dove gli occhi mi permettono di vedere, brilla un alveare scintillante. Le stelle coprono il cielo dalla sua sommità fino alla sabbia, scendono così in basso da dare l’impressione di affondarci dentro. Non c’è altro rumore a parte quello del vento che fischia tra le dune. Ci teniamo vicini, mentre il freddo si insinua sotto i nostri abiti e la sabbia ci entra nelle scarpe. Parliamo a bassa voce come avessimo paura di svegliare chissà chi. Qualcuno si stende a terra, ma riesco appena a vederlo. Della luna non c’è traccia. Una guida mi tocca la spalla, poi indica un pezzo di buio qualunque.

“That is Algeria. Beautiful, right?”

Ride. Poi riabbassa la mano. Guardo l’oscurità che mi ha indicato, distante dieci come diecimila passi. La mancanza di riferimenti mi sbilancia, mi toglie l’equilibrio. Allora chiudo gli occhi e d’improvviso tutto si acquieta. La mia testa smette di girare. Per la prima volta dall’inizio del viaggio, affogato in una doppia oscurità, sento che nulla mi divide più dall’Africa: non le leggi dell’uomo, non la paura, non il senso di colpa.

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Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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