La coda

di Tito Sdralevich

Oggi a pranzo, mia madre, appurato che quel non-so-cosa di viscido attorcigliato intorno alla caviglia era davvero la coda di un rettile, è svenuta tirandosi dietro la tovaglia e tutta la cristalleria. Mio padre, intravedendo la coda arretrare tra le gambe di Johanna e pensando a uno scherzo, si è precipitato a sollevare le gambe di sua moglie e a ricoprirmi di ingiurie.

– Lo sai che tua madre ha la fobia dei serpenti: a trent’anni ancora con ’sti scherzi!?

Johanna è scattata in piedi: un istante prima mi carezzava furtiva la gamba sotto il tavolo, ora gli occhi le traboccavano di lacrime, lo sguardo era inchiodato a terra mentre torceva le pieghe della gonna come se volesse strangolarla.

– Non vuoi entrare in azienda? – ha ruggito ancora mio padre rovesciando tutto il secchiello per lo champagne sulla faccia smorta di sua moglie – E va bene, fai il diavolo che vuoi, ma sappi che da noi non avrai più un soldo.

Io volevo rispondere, ma non me ne ha lasciato il tempo: puntava il dito contro Johanna.

– Lo sai che è colpa sua, vero? È da quando l’hai sposata che ti comporti in maniera assurda.

– E tu – rivolgendosi direttamente a lei – come ti permetti di venire in casa mia a tormentare mia moglie, tua suocera, con i tuoi scherzi idioti?

Io sono rimasto lì impalato. Morivo dalla voglia di confessare tutto a mio padre: le visite specialistiche, l’espressione crucciata dei luminari nei loro studi tappezzati di diplomi mentre esaminano Johanna, tutti che scuotono il capo e tutti – dico “tutti” – che se ne escono con lo stesso «non ho mai visto nulla di simile in tutta la mia carriera», le parcelle che si accumulano, lo stipendio che non ci basta più, sprofondare nel buio di tutte le notti insonni… come avrei voluto inginocchiarmi ai piedi di mio padre e raccontargli di tutte le nostre notti insonni, inchiodati al letto dall’angoscia, in un labirinto lastricato di cartelle mediche e bugiardini di pillole, svegliarsi dagli incubi e abbracciare Johanna, «adesso basta, dobbiamo chiedere aiuto, mio padre ha un amico che fa il chirurgo a NYU, ci aiuteranno», e lei che mi stringe a sé, «i tuoi già non mi sopportavano prima, figurati se lo scoprono; e se questa cosa non si può curare? a quel punto vedrai che faranno di tutto per separarci», e io che passo quel che resta della notte a cercare altri luminari su internet, finché la mattina non crollo sfinito. E dopo la confessione avrei aggiunto «ma non vedi che non ce la facciamo più? che padre sei che non ti accorgi di nulla? io non posso dirtelo, Johanna non me lo perdonerebbe mai, ma tu devi arrivarci da solo».

Invece mio padre mi stava ancora urlando addosso.

– Cos’è questa storia che adesso servi ai tavoli? E non negare perché ti ho visto io in persona, passando davanti alla vetrina, con il grembiule e tutto il resto; mi sarei sotterrato dalla vergogna; se hai deciso di rinunciare all’accademia, allora vieni a lavorare con me. Ti vergogni di essere il figlio del padrone? che assurdità.

Invece di confessare, ho preso a urlargli di non usare mai più quel tono con Johanna, che non ho bisogno dei suoi soldi e che presto un amico mio avrebbe pagato l’anticipo di due quadri. Intanto erano mesi che non prendevo più un pennello in mano. Da quella notte in cui avevo portato Johanna al pronto soccorso con un febbrone da cavallo e il giorno dopo le era spuntata quella maledetta coda da varano: «Intossicazione alimentare», ci aveva detto il medicuccio del pronto soccorso, sprofondato in un camice di due taglie più grande di lui. «Ha mangiato pesce crudo, di recente?». A Johanna non l’avevo detto, ma da fine mese avevo iniziato a farmi invitare a cena dai miei. Alla fine della cena mi toglievo il cappello e chiedevo soldi in prestito. In cambio sostenevo i loro sguardi sarcastici, ma non mi pesava, perché sapevo che con quei soldi avremmo pagato almeno un mese d’affitto, e l’ennesima visita dall’ennesimo specialista.

A quel punto mia madre, come resuscitata dall’acqua gelata, si è diretta barcollando verso la presunta artefice dello scherzo. Johanna, più pallida di mia madre, non osava indietreggiare troppo (aveva paura di inciampare su sé stessa). Prima, però, che riuscissi a mettermi di traverso, mia madre ha afferrato la coda che spuntava da sotto la tovaglia:

– I soldi per lo studio te li puoi anche scordare – mi ha sibilato, e ha strattonato la coda con tutte le sue forze.

Johanna, che ha una soglia del dolore molto bassa, è caduta all’indietro, cacciando un urlo bestiale e lacerandoci i timpani. A quel punto mia madre, trovandosi in mano la punta di una vera, fredda, squamosa coda di varano, è svenuta di nuovo. L’acqua, questa volta, non è bastata a rianimarla, così è finita trasportata in ospedale: due giorni in osservazione.

Io e mio padre siamo rimasti in piedi a guardarci negli occhi, sospesi, come quando da bambino mi lanciava in aria e poi mi riprendeva al volo. Tutti e due abbiamo le pupille asimmetriche – è genetico – anche se la sue adesso sono un po’ intorbidite dal tempo. Ci scherza sempre: «con quegli occhi sghembi, non potevi che fare il pittore». In realtà, da quando sono entrato in accademia, quasi non mi parla più. L’ultima volta che siamo andati al museo solo io e lui è stato per una mostra sul realismo magico a Palazzo Reale. Volevo fare degli schizzi di Cagnaccio e gli ho chiesto di accompagnarmi. Ha insistito per pagarmi il biglietto e, con il cappotto sottobraccio, mi ha seguito. Io mi aggiravo incerto tra le stanze mentre, schiarendomi la voce, a ogni quadro cercavo di spiegargli quanto meglio potessi Cagnaccio, la Neue Sachlichkeit, Oppi. Non mi giravo mai a guardarlo, ma sentivo il suo respiro asmatico sulle mie spalle e il suo odore pungente, tipico di un esemplare adulto. Sapevo che non ci capiva niente e, soprattutto, che non voleva capirci niente, però sapevo anche che mi ascoltava con estrema attenzione. Soppesavo attentamente ogni parola, sapendo che mi sarebbe potuta tornare indietro riveduta e corretta; cercavo di semplificare le mie spiegazioni, a tratti mi limitavo a snocciolare piccoli avvenimenti della biografia del pittore – date, numeri, fatti concreti – per cercare di intercettare il mondo in cui viveva mio padre, una sorta di mondo gnostico, creato da un demiurgo pigro e incapace, gettato agli uomini con il solo scopo di implementarlo.

Ho sistemato il mio sgabellino davanti a Dopo l’orgia di Cagnaccio e ho cominciato a tracciare qualche schizzo. Con gli occhi fissi sul quadro, facevo correre le mani sul foglio, affidavo a loro la comprensione di quel mondo nuovo che mi si apriva davanti: un mondo in cui le gambe nude delle donne, i loro sessi ancora fradici si facevano calzare dai simboli del potere – la bottiglia di Champagne, i guanti bianchi degli alti quadri fascisti – senza forzature, come una mera conseguenza fisiologica, immanente a ogni rapporto fra uomini, come la schiuma deve per forza di cose formarsi sulle onde nere; un mondo che mio padre non avrebbe esitato a definire osceno, davanti al quale io invece rimanevo stregato. Concentrarmi però mi riusciva difficile: mio padre, in attesa, si era a messo a girare tra i quadri e l’eco dei suoi passi pesanti rimbombava cupa per tutta la stanza. A volte si fermava dietro di me in silenzio. Sentivo il suo sguardo posarsi prima sui miei schizzi, poi sul quadro, e la sua bocca tremare e contrarsi in una smorfia impercettibile. Poi riprendeva il suo giro. Dopo non so quanto tempo, ho rialzato la testa, e con lo sguardo l’ho cercato nella stanza: lui se ne era andato. Da quella volta non siamo più usciti insieme. Non gliene faccio una colpa. Forse è il suo modo per farmi capire che mi stima, o non mi chiederebbe di entrare in azienda nelle rare occasioni in cui ancora mi rivolge la parola. Certo, mi è dispiaciuto vedere i disegni che gli regalavo da bambino sparire dal frigo uno dopo l’altro.

Adesso siamo ancora in piedi l’uno di fronte all’altro. Mio padre ha smesso di urlare, in mano ha ancora la flûte di champagne, si festeggiava la nuova acquisizione di una controllata o qualcosa del genere: passa il pollice sull’alone di sporco lasciato dalla sua bocca sul cristallo, altrimenti perfettamente limpido: prova a pulire via la macchia. Più ci prova più l’alone si espande offuscando sempre di più la superficie del cristallo, rendendo lo champagne luccicante al suo interno come una poltiglia irriconoscibile. Johanna intanto piange rannicchiata sul pavimento finché, esausta, non si addormenterà.

 

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