Nel cuore inestinto del genere umano – leggendo “Così per sempre” di Chiara Valerio

 

di Edoardo Pisani

Il nuovo libro di Chiara Valerio, Così per sempre, ha per protagonista il conte Dracula, che vive a Roma e si chiama Giacomo Koch. È un romanzo ambizioso, polifonico, originale nella sua impensabilità, probabilmente il libro più riuscito di Valerio, un racconto che spazia dalla Roma e dalla Venezia dei giorni nostri all’Inghilterra dell’Ottocento, dalla Vienna di Schrödinger al villaggio svizzero in cui viveva Carl Jung; è un viaggio nel tempo umano – e quindi scientifico e filosofico – degli ultimi due secoli, la storia di un conte Dracula riflessivo e malinconico (e consapevole della sua stessa finitudine) e del suo gatto, Zibetto, di Mina Monroy e Ion Tzara e Renato Campi e William e Cecilia e Luisa e di innumerevoli altri personaggi e voci e pensieri che si susseguono negli anni. Ogni capitolo del libro è anticipato da una nota del narratore, come nei feuilleton ottocenteschi, narratore che è o forse non è Chiara Valerio, l’autrice, che compare come un fantasma nel negozio di Ion Tzara e poi nei pensieri di Cecilia, verso la fine del romanzo, rivolgendosi – con infinito amore – al bambino a cui sarà dedicato il libro.

Valerio si muove da sempre fra autobiografia e fabulazione. Nelle prime pagine di Spiaggia libera tutti, per esempio, un libro pubblicato oltre dieci anni prima di Così per sempre, racconta un giorno di ottobre del 1983, a Scauri, quando l’acqua del mare si era fatta gialla per via dello scirocco, e l’immagine di un mare giallo o giallastro deve aver colpito molto la bambina-monella Chiara Valerio, che infatti la ripropone oltre trent’anni dopo, ormai donna e scrittrice, nel romanzo Il cuore non si vede, con una frase che suona come un verso: “Sei del colore del mare quando c’è scirocco e su tutto soffia la sabbia gialla dell’Africa.”

Lo spirito indomito della poesia soffia su tutti i libri di Chiara Valerio; molte frasi dei suoi romanzi sembrano dei versi, e ciò impreziosisce i suoi dialoghi spesso serratissimi e sempre ben ritmati, anche perché nello scrivere Valerio si affida di continuo al proprio istinto, alla purezza del suono e talora allo scandire armonico del “parlato”, oppure alla velocità del pensiero che si sublima sulla pagina e che diviene racconto e poesia. Così i suoi saggi possono essere definiti dei pamphlet o delle conferenze, come alcuni brani dei suoi romanzi possono essere dei saggi in forma di conversazione, come in molti dei suoi libri si nascondono delle frasi che potrebbero essere messe in versi – come questa: “Mi manchi tu, e mi manca la parte di me che sei tu”, da Almanacco del giorno prima, libro che non a caso contiene epigrafi di Lord Byron e di Patrizia Cavalli e che può essere letto come il romanzo di un poeta (e lettore di poesia) che si rifiuta di scrivere in versi (proprio perché ama troppo la poesia).

In Così per sempre tuttavia c’è un cambio di passo; lo stile di Valerio si fa meno impulsivo e più elaborato, pur restando poeticissimo tanto nei dialoghi e nei pensieri quanto nelle scene, fra la malinconia delle città italiane del presente e del passato e le campagne e città inglesi di fine Ottocento, fra Roma e Venezia e Napoli e Bollingen e la Romania e l’Inghilterra e via di seguito; si sente che Chiara Valerio struttura il suo romanzo, la polifonia di una narrazione che – come Dracula – attraversa il tempo e lo spazio, i pensieri e i corpi umani, i luoghi e i cuori, librandosi meno che negli altri libri all’istinto della scrittura, da cui pure Valerio trae la sua forza.

Dicevamo della poesia. Leggendo Chiara Valerio ci si può divertire a trovare echi di altri autori, come in questa frase pensata da Mina mentre veglia il cadavere di una donna che ha amato, Agnese: “Che disgrazia questo somigliare o non somigliare all’immagine che di noi si fanno le persone che ci amano”, frase (o frase-verso) ritmata sul che, simile sonoramente a questo brano di Amelia Rosselli, da La libellula: “Che strano questo mio riso da pipistrello, che strano questo mio farneticare senza orecchio, che strano questo mio farneticare senza augelli. Che strano questo mio amare le amare ozie della vita.” Rosselli non è fra gli autori elencati da Valerio nella nota finale di Così per sempre (che rimanda alla “postilla” di Ognuno sta solo, il suo primo romanzo, come chiudendo un cerchio letterario e affettivo), però La gioia piccola d’esser quasi salvi, un suo romanzo del 2009, deve il titolo a un brano rosselliano, “E tutt’intorno ancora travasa la gioia piccola d’esser quasi salvi”, quindi la frase pensata da Mina Monroy può essere un’eco de La libellula, consapevole o meno. Analogamente, nel romanzo ci sono dei versi di Patrizia Cavalli (un esempio: “Amore mio, cos’è successo?”) o persino dello Shakespeare di Javier Marías – oltre che di Romeo e Giulietta e di Amleto –, quando Zibetto viene morso da Mina e diviene dunque Zibetto, rivelando una macchia bianca a forma di cuore fra le zampe posteriori, cioè “un cuore così bianco”, a heart so white, un corazón tan blanco, da Macbeth.

Ma Chiara Valerio è innanzitutto una romanziera, una narratrice. Due ossessioni a un tempo distanti e connesse tra loro si contendono i suoi romanzi, l’ossessione per l’amore e l’ossessione per la morte, e con il mondo romantico e mortifero – e mortale – del dotto vampiro Giacomo Koch ci sembra che la sua immaginazione, come i suoi ritmi, come la sua poesia, abbia trovato il suo scenario migliore, un abito immaginario e immaginifico che veste al meglio il demone talvolta bambinesco e adolescente – per quanto erudito – che da sempre la fa scrivere e leggere. La morte è ciò che ci definisce in quanto esseri umani, distinguendoci da cose e dèi, e anche Giacomo è a suo modo umano, giacché lo tiene vivo il sangue degli uomini, la loro vita e la loro morte. Tutto prima o poi deve finire e il Conte lo sa. “Io non sono morto, sono inestinto” dice a Carl Jung, e l’inestinzione – parola che deriva dalla traduzione di Tommaso Pincio del Dracula di Bram Stoker (e nel romanzo c’è di certo l’influenza del Pincio de Lo spazio sfinito: “Il cerchio più piccolo del bersaglio salito dalla pipa di Jung era il tempo che non era ancora giunto”; e il titolo del romanzo di Chiara Valerio deriva da un pensiero di Mina: “è vero che i classici sono così per sempre, ma vanno ritradotti perché il contesto non è così per sempre”; e questo pensiero diventerà da ultimo un luogo, un salone di bellezza, o meglio un salone di vampirismo: Così per sempre) – l’inestinzione, dicevamo, riporta l’inumanità di Giacomo all’umanità di ognuno, perché “siamo accomunati tutti dalla medesima condizione”, scrive Valerio, la condizione dei vivi.

La cultura del conte Dracula, che risponde alle ossessioni scientifiche e filosofiche di Chiara Valerio, sulla pagina diventa energia, ritmo, perfino malinconia, senza mai scadere nella supponenza o nel didascalismo. Giacomo Koch è un personaggio che attraversa i secoli e legge, studia, un vampiro che si coltiva filosoficamente e scientificamente, come la stessa Valerio, giunta alla stesura di questo romanzo dopo una vasta preparazione letteraria e scientifica e filosofica, come spiega nella nota finale del libro, un compendio di quattro pagine che sembra rifarsi agli appunti di Marguerite Yourcenar che seguono Memorie di Adriano (e a questo punto ne approfittiamo per chiederci: Valerio ha conservato la lettera che scrisse a dodici anni a Yourcenar, come racconta in Spiaggia libera tutti? – ci piacerebbe leggerla).

L’universo di Chiara Valerio è adulto e infantile al tempo stesso; le sue storie e la sua voce – energica, sdegnata, innamorata, civile – ci affascinano e commuovono e istruiscono e rendono più umani, più consapevoli di noi stessi e della nostra finitudine; il suo è un mondo immaginario e non che comprende Walser, Kafka, Cavalli, l’amore per la matematica, l’amore per l’altro (è struggente la lettera di Agnese a Mina), Scauri, il mare, la scuola, molti e molti libri amati, l’istruirsi e il cambiare, il confrontarsi con gli altri, l’ascolto e la passione e la rivoluzione, i formicaleoni di Renato Campi e di Giorgio Vallortigara (“dai formicaleoni aveva intrapreso le ricerche sulla coscienza degli insetti, per capire qualcosa sulla coscienza sua e degli esseri umani”), le formiche di un suo articolo su Proust, gli esseri umani e gli animali, Marx citato in una locanda nel 1867 – l’anno di pubblicazione del Capitale, e il Conte riceverà in dono da Engels una copia del libro –, Roma e Venezia, la Londra di Woolf, i ricordi d’infanzia, lo scirocco che ingiallisce il mare e che meraviglia una bambina, Chiara Valerio che ama Woolf e Yourcenar e Rosselli e Ramondino e che ce lo dice, le parole e i numeri che alle parole e al pensiero rimandano, i versi letti e amati che divengono memoria e incanto e che nella scrittura si tramutano.

Così per sempre è il libro più importante e maturo e forse più bello di Chiara Valerio, un’opera che travalica il tempo e i luoghi e gli animi e che si legge con malinconia e con gioia, con meraviglia e affetto – affetto per un racconto che ci conduce altrove pur riportandoci al presente, a questi tempi bui, di guerre non lontane, che il Conte avrebbe vissuto più con dolore che con disgusto per la terribilità e l’assurdità del genere umano. Concludiamo questo breve “esercizio di ammirazione”, come lo definirebbe Emil Cioran, con un passo del romanzo, le parole di Carl Jung a Giacomo alla fine degli anni Cinquanta. Valerio scrive:

Puntiamo telescopi nello spazio, che però è il fondo del tempo, ma non vediamo il futuro, vediamo il passato, ci raggiunge luce lei sì estinta, milioni di anni fa, e insieme a essa nessun messaggio che assomigli a noi o ai nostri linguaggi, che delusione amico mio, e dunque finora sappiamo che dall’inizio del tempo, sempre che il tempo abbia avuto un inizio, esseri che ci assomigliano non ce ne sono stati o non abbastanza per raggiungerci. Andremo a cercarli a un certo punto per capire se ci sono adesso e non lo sappiamo, la luce di stelle estinte ci raggiunge e ci obbliga a interpretazioni come voi mi raggiungete e mi date occasione di pensieri, Non ammazzerò più nessuno per mangiare, Dunque ammazzerete come tutti, per vendetta, crudeltà, capriccio e conquista. Carl non sorrideva più.

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ornella tajani
Ornella Tajani insegna Lingua e traduzione francese all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di studi di traduzione e di letteratura francese del XX secolo. È autrice del saggio Tradurre il pastiche (Mucchi, 2018). Ha tradotto e curato: Il battello ebbro (Mucchi, 2019); L'aquila a due teste di Jean Cocteau (Marchese 2011 - premio di traduzione Monselice "Leone Traverso" 2012); Tiresia di Marcel Jouhandeau (Marchese 2013). Ha inoltre tradotto le Opere di Rimbaud (Marsilio, 2019). Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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