Riserva naturale dell’assenza

Foto di Kookay, da Pixabay

di Dario D’Amato

Una parte della città in cui continuavo a vivere si presentava completamente frantumata al mio sguardo; come se non potessi più fare caso alla geometria delle cose. Cercavo nei luoghi gli spazi vuoti della memoria. Ogni tanto mi fermavo col motorino ai bordi delle strade più trafficate per osservare meglio la grafica scadente dei cartelloni pubblicitari con i colori che sbiadivano alle prime piogge, che divenivano il vero elemento cromatico. La città mi appariva sempre più come una riserva naturale dell’assenza. Il punto di ingresso lo conoscevo solo io, non facevo entrare nessuno. Una volta chiuso quello che c’era da chiudere, i suoni divenivano evidenti, inequivocabili. Mischiavo il ricordo del cannone del gianicolo, dove andavo con mio nonno, al clangore delle lamiere smembrate negli sfasciacarrozze. Lamiere di macchine morte a causa degli incidenti stradali o di qualche impiccio con le assicurazioni. Un colpo di cannone di cui avverto tuttora l’eco sommersa che affiora, quando vuole lei. Quando hanno cominciato a chiudere molti cinema a Roma, nel delirio dei primi tempi credevo fosse un segno di partecipazione, come dire che i luoghi che avevamo abitato, dovevano rimanere in lutto per sempre? Come un fatto fisico che non si sente più, come a depredare i sentimenti.

Academy Hall di via stamira, quello anni ‘50, il Capitol al villaggio olimpico, il Capranichetta e quella lunga passeggiata prima e dopo, i due Cinestar (quello della cassia) e quello nuovo all’appio.

Il cinema delle Arti a via sicilia, dove alla fine quei tuoi amici non vennero perché non trovarono parcheggio, e poi Embassy, Empire, andati per sempre; pure l’Excelsior, quello che stava a via beata vergine del carmelo, e dove noi – non ci facemmo mai domande a proposito – ci inginocchiavamo sempre davanti. Evaporato. L’Airone di via lidia, dove andava mia nonna Ines quando abitavano ancora all’alberone. Mi raccontava che camminava fino a lì, a uno degli ingressi della caffarella e di ritorno, se era febbraio, si prendeva la cannonata da Antonini. L’America, l’Apollo, l’Archimede (dove vedemmo Western quel film francese che ci fece sobbalzare di risate); l’ Astor e l’Astra che confondevamo sempre, quello in fondo a vigne nuove, come si chiamava? L’ Aureo? L’Augustus di corso vittorio dove vedemmo Smoking di Resnais in quel dicembre euforico, e poi passammo il resto della serata a infilarci tra le librerie a specchio di via del governo vecchio e Fahrenheit a campo de’ fiori, l’Avorio dove alternavano i porno alle retrospettive di Matthew Barney, con le balene smembrate nei mari del Giappone. Il Belsito dove ci portarono i nostri padri da piccoli dopo la gita allo Zodiaco a monte Mario. L’Horus! Ti ricordi l’Horus che poi l’occuparono, e una sera ci andai a vedere Damien Rice, che non lo conosceva ancora nessuno, ed eravamo forse in trenta, pure mezzi distratti. Poi il cinema Impero, con quel nome fuori contesto a via dell’acqua bullicante. Il Metropolitan, che ci piaceva tanto, il Missouri, il New York, che poi ci avevano fatto un enorme posto dove mangiare solo dolci americani, per coerenza, ma che probabilmente sarà chiuso, non ci passo da una vita. Il cinema Palazzo è una storia lunga e te la racconto un’altra volta, il Paris a Via Magna Grecia, dove si andava pure in galleria, il piccolo Apollo, che in realtà hanno riaperto e ci fanno un sacco di documentari, che ti piacerebbero. Preneste, Puccini e Quirinale dove non siamo mai stati, al Quirinetta invece ci abbiamo visto un sacco di cose, a memoria mi ricordo Lezioni di piano della Campion, il grande cocomero della Archibugi e forse pure Nightmare before Christmas durante quelle feste di natale. Quello col nome stupendo, che già aveva una programmazione scarna ai nostri tempi, il Montaggio delle Attrazioni sulla cassia, ci andammo in motorino, era gennaio. Il Rubino a san saba, il Rialto, ti ricordi che poi andammo alla prima occupazione di quella scuola a via s.ambrogio. Il Ritz dove noi volevamo mangiarci ritz, in pieno periodo dadaista, o forse demenziale. Il Rivoli che se non ricordo male, tu dicesti che era quasi psichedelico con le poltrone blu. Il Roma, la Sala Troisi che ha riaperto con una generazione nuova di innamorati, il Tristar (che nome) di via collatina e l’Ulisse, perso sulla tiburtina. Ma pure la Sala Umberto ha chiuso, dove vedemmo Heavenly Creatures, con una giovanissima Kate Winslet diretta da Peter Jackson.

Ma quello che vorrei dirti di peggiore e ancora non ti ho detto, è che ci hanno chiuso il Labirinto, il nostro palazzo d’inverno, dove ci sedevamo al tepore delle nostre rivoluzioni dell’immaginazione.

Un giorno d’estate, ad agosto a Roma, ho fatto questa cosa morettiana; girovagando in motorino ho cominciato a documentare con foto e riprese video tutti i cinema chiusi, li ho fatti mischiando le parole che ci eravamo detti, ricordandomi quelle che erano rimaste lì, appese come molecole, in mezzo ai biglietti che cadevano dalle tasche, le cicche delle sigarette e altre cose che si sono mischiate al tessuto organico della città. Proprio quando stavo di fronte al Labirinto è arrivato un riverbero improvviso di luce, che subito ha annunciato il temporale che si stava avvicinando. Mi sono messo lì ad aspettare le prime gocce di pioggia, e poi non ho fatto altro che starmene fermo per tutto quel tempo. Un tempo esile, in cui non c’era nessun desiderio di riparo. Quel territorio tra il marciapiede e l’ingresso è dove abbiamo seminato la nostra storia d’amore, forse è proprio in quello spazio senza nome che ci siamo ogni volta ritrovati. Nessuno può chiudere quello a pensarci bene. Non ci saranno tasse da pagare, conti sospesi, more con interessi maggiorati. Non sarà possibile perderlo di vista. La pioggia mantiene l’attitudine del silenzio.

Adesso, non ho altro da fare che restare qui, persino le braccia se ne stanno ferme, come sotto controllo. Un vecchietto passeggia con il cane, che si ferma per annusarmi le caviglie e mi guarda. Faccio quel pat pat sotto il muso che so che apprezzano. Il signore, pantaloni avana e camicia a maniche corte, mi dice eh sì, così si lascia fare tutto. Questa è la sua passeggiata preferita, aggiunge. Anche la mia, dico al signore mentre mi accendo una sigaretta, che per essere la giornata che è, è la prima ed ha proprio quel gusto lì.

Tornato a casa, la sera controllo le riprese. Faccio un montaggio alla buona, senza troppi tagli, tengo persino i rumori del cavalletto del motorino, le poche macchine, l’abbaiare di qualche cane, eppure per qualche strano motivo – nelle visioni ravvicinate che ho fatto per mettere in evidenza quelle porte chiuse – quello che ne viene fuori è un silenzio che somiglia molto al nostro shhhh che facevamo comunque, anche se prima che cominciasse il film stavano tutti zitti, o a parlare magari eravamo solo noi.

Per un periodo ho dato una mano a sistemare l’archivio del Filmstudio, e le sere che mi trovavo lì poi vagavo per i vicoli di Trastevere; ripensavo spesso al fatto che uno dei luoghi più significativi della mia città fosse stretto tra l’ospedale pediatrico e il tribunale per i minorenni. Un’ infanzia quindi malandata o dannata in ogni caso. Ho sempre pensato a quella sala nei vecchi orti del conte d’Alibert, un nobile che venendo dalla Francia, aveva costruito il primo teatro pubblico in Italia, nel 1600, poi sposandosi con una della famiglia Cenci, aveva preso possesso di questa stupenda casa con giardino a via della lungara, dove correvano questi orti lungo il perimetro. E a me pareva di percepire l’humus dei secoli trascorsi camminando nei paraggi. Passavo le ore migliori dei pomeriggi lì, ben sapendo che il resto di Roma mi stava divenendo ostile. Eppure lì percepivo una densità di ricordi che conferivano al tempo una diversità di vedute, come un microcosmo geografico fatto di cose da fare senza che nessuno lo venisse a sapere. Leggevo molto e prendevo appunti su cose che riaffioravano di tanto in tanto, come le foglie dei platani che mi sembravano le stesse di anni prima. Era una teoria che condividevo con Otello, un pensionato che frequentava un bar scamuffo dalle parti di via Benedetta. Era lì che mi fermavo a prendere un caffè, perché era un bar, anzi uno snack bar immobilizzato negli anni ottanta, con la promessa di snack mai del tutto mantenuta. Facevo delle pause con Otello che mi raccontava la rovina della sua vita, con un umorismo lieve, immaginando che tutti i suoi parenti potessero morire prima di lui, e soprattutto un figlio in particolare, che viveva a Vicenza, e aveva preso persino quell’accento. Era un’aggravante, e io lo ribadivo con forza, che forse quello era l’aspetto peggiore. Ma per lo più mi raccontava degli alberi, di come secondo lui erano cambiati poco, impercettibili derivazioni organiche che non sarebbero state notate da nessuno, a meno che non ti fossi fermato a toccarli. Lui lo faceva ogni giorno, soprattutto con la pioggia. Con l’acqua piovana gli alberi respirano in modo diverso. Pare che la città intera si dia da fare per loro. Il cielo sopravvive alle nostre intemperie interiori forse, pensavo io. Lui voleva sapere i miei programmi per la giornata, inventava cose che aveva fatto alla mia età e tentava di vendermi oggetti desueti, arrugginiti e privi di qualsiasi utilità. Qualcosa compravo, o al massimo gli offrivo un quartino di vino. Quando gli raccontai la storia degli ulivi che avevamo preso con  mio padre nel viterbese, si mise a ridere forte, che pareva esplodesse da un momento all’altro. Era un fatto suo personale – si scusò – gli ricordava molto una cosa simile che aveva fatto anche lui non so quanti anni prima. Mi raccontava di questa sua moglie straniera, che era sparita un giorno di febbraio, e che tutti gli avevano detto, vabbè dai però tirati su, la vita continua anche senza di lei; era come se fosse morta, non aveva saputo nulla, e ovviamente la morte era la cosa più probabile, ma invece lui non credeva a questa cosa, era più propenso a considerare la questione dal punto di vista degli alberi. Avevano marcato il territorio in quegli anni – amava compiacersi raccontando –  non sai i baci che le ho dato spingendole la schiena sui platani lungo gli argini del lungotevere; e in un certo senso toccarli ogni giorno, era un modo per tenere fermo, da qualche parte, l’odore.

In lui non c’era nessuna forma di disagio nel vedermi silenzioso a non rispondere alle sue domande. Continuava a chiedere per il gusto della conversazione innato. Eppure, a distanza di anni , potrei dire con certezza che Otello capiva l’assenza che percepivo camminando per Roma. Non conosceva quasi nulla del quartiere da dove venivo, e quando gli parlavo degli acquedotti, sembrava descrivessi un posto esotico impossibile da raggiungere per lui, con l’età che aveva oramai. Si vantava di aver conosciuto Roma percorrendola a piedi. Dove non si poteva arrivare, pazienza. Non era un suo problema.

Gli raccontai dei cinema chiusi con un trasporto immaginifico, che non pareva comprendere. Per un momento sospettai che mi stesse compatendo, con un disincanto che non mi ci voleva proprio. Allora parlavamo dei posti che nella sua vita erano divenuti ostili, se c’era qualche ricordo che emergeva brusco da chissà dove, e lo lasciava per un po’ senza fiato. Mi parlava di animali randagi, quelli sì, a quelli si affezionava, e quando gli capitava di cercarli per tutto il rione nei posti abituali, si accorgeva troppo tardi che chissà come e quando erano spariti. Ma forse anche per loro vale la regola degli alberi, mi veniva voglia di suggerire.

Ma poi non dicevo mai niente. Era un rapporto del tutto sporadico il nostro, ci incontravamo per il caffè. Forse ognuno parlava  a se stesso. Certi snack bar, soprattutto se non sono invasi dalla frenesia di apparire, credo esistano apposta per nascondersi.

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2 Commenti

  1. Le ho contate. Quaranta sale cinematografiche. Tutte chiuse nell’arco di trent’anni o poco più. Sostituite da cosa? Chi o cosa ha preso il posto nel nostro immaginario? Certo, la televisione, poi internet, i telefonini, le piattaforme. Abbiamo barattato l’immaginazione fatta di carne e ossa con l’immateriale solitudine egocentrica della comodità. Non è stato nemmeno un baratto. Magari. E’ stato solo il lento inesorabile accecante avanzare del capitalismo rapace. Che si è mangiato tutto, e continua a farlo. Il capitalismo uccide l’amore. Alla fine, uccide tutto.

    Grazie a Dario D’amato per aver scritto questo articolo e a Davide Orecchio per averlo scelto.

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