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da “L’avversario” di GIOVANNI TUZET

[ in questi versi il presente di cose minute – a volte anche banali e sgradevoli – si compenetra – si mescola – si confonde con il presente storico – il passato remoto di vite – città – evi – ere e attimi ]

di Giovanni Tuzet

Le mura
 
Queste case abitano un confine.
Posano su mura dal corpo disfatto
in pietrame e mattoni,
ora in erba immersi, ora
coperti d’asfalto. C’era una guerra
se c’era un confine; e un nemico se
c’era una cinta. O la sola
paura vinceva.
È la casa dei miei ad Aquileia
lunga e stretta come la gente
in Friuli, spunta da mura
romane presso un dissepolto
anfiteatro che fu prima
distrutto dagli unni, rastrellato
per elevare un campanile
ora è una conca coperta di vigna.
La casa a Ferrara dove ho vissuto,
compreso e scritto sta nel castro
bizantino, s’innesta in uno storto
quadrato di vie acciottolate dove
i militi d’oriente scremavano.
Nella corte alta e stretta di rossi
mattoni un papale silenzio, un profumo
di gardenia in maggio e un treno
nelle notti d’estate quando
stavo alla finestra, nudo
d’amore e malinconia.
Questa casa a Milano sovrasta
le mura spagnole. Un alto
palazzo dagli anni Sessanta, pulito,
distinto, che mi riserva una
chiusa mansarda da cui, in punta
di piedi, puoi vedere la punta
del Duomo. Mentre le mura
si stendono ai lati, di stanchi
mattoni rossicci e un traffico
le striscia ed erode incessante.
Un altro inutile confine
dove resto senza un nemico
e il mattino ascolto i cassonetti
per la raccolta differenziata del vetro
svuotati di botto. Più oltre ci
sono gli eventi, c’è la città
ci sono gli stilisti, ci sono i gay c’è tutto
ma i versi indifesi mi legano qui
felicemente
a cantare e ridere solo
come un raro felino
che sulle mura ci piscia
e gode e a volte lacrima.


Souvenir
 
Ricordi che ci misero una pannocchia
bruciata a Parigi davanti all’uscio
per i nostri urli innamorati?
 
Ora scommetto che non lo fate,
tu e il tuo fringuello,
e fate i bravi
e i vicini vi salutano.


I sogni
 
Cosa sognano i feti?
Non hanno mica evidenze empiriche
di com’è fatto il mondo:
certamente non sanno se il fiume
resti verde, la trota scivoli nel lago
una rampa costruiscano le ruspe
e la Foresta nera
al cadere della luce, si popoli
di streghe. I loro sensi tabula rasa –
eccetto il fluire del cibo
e le filtrate percezioni.
I feti sbadigliano addirittura
e ti chiedi che motivo ne abbiano;
al che felpata la scienza risponde
immaginando: che serva a impaurire gli animali
come il cane
che si blocca se la bocca nella culla
si spalanca.
O forse i loro sogni speculari
a testa in giù, fanno la strega
popolata di foreste,
le ruspe costruite da una rampa
e il lago scivolato sulla trota –
senza che il fiume contenga un colore.
Dormi, bambino, che c’è tempo
per apprendere l’ordine. Aspetta
e sbadiglia se t’annoi, che c’è tempo
d’arrivare alle maniglie. Dormi
e sogna ciò che vuoi.



Affreschi

1.
Nelle lunette s’accucciano rapaci
(falchi e gufi) che catturano le prede
e appena al di sotto
le scritte latine
maestose, dai saloni alle cappelle.

2.
Rivedo il vecchio appoggiato al sasso
che accoppa le formiche
seguendole seduto
le calpesta in punta.

3.
Ebbe piacere e stupore per la gru
che si libra ad altezze vertiginose.
Stupore che una cosa così grande,
dotata di lance-zampe
che in un soffio fugge fra i nuvoli,
fosse abbattuta da una punta.
Piacere per la bellezza della caduta:
cadeva volteggiando, la gru, in una danza,
scoprendo ora il ventre, ora le ali chiuse.



Autunno

Cammina un’ape sull’ocra pavimento
indotta forse dallo scirocco ubriaco
a penetrare un altro mondo
verso il nocciola della lisca a piastrelle
intorpidita.
Sarò veloce, efficace più di te
ape tardiva
perché natura me lo impone
specie in giornate remissive come questa
se la specie dorme su deboli polpacci
e chiede il suo gene di essere difeso
e se anche non fosse non avrei esitazione
ad usare una ciabatta legnosa
contro la tua insistenza di reduce,
ape tardiva che ti ostini, come un relitto
incapace d’affondare fino al giorno dei giorni
quando il miracolo si scarta e le foglie
da gialle tornano tenere e verdi
e anche il tuo tornio rinasce.


Bebelplatz
 
Cercavo tre cose distinte: dei libri
che parlassero di te in una lingua spenta;
una chiesa dove al buio
posare e sentire la luce;
dei bunker o falangi di muro
per avere alle nari la polvere
dell’ostinato.
Invece, benché in progress
ho trovato una limpida piazza
e da una gru, canarina, suoni
da fermarsi e guardare in cima
vedendo un numero biblico
d’uccelli di varia specie e dimensione
accorgendomi allora che il cielo non è altro
che il loro concerto:
verso il tramonto corrono al metallo dei rami
e in file perfette preparano il dormire
senza una pausa di note finché dura la luce
e piccoli gruppi vengono e vanno da altre
altezze ma tutti attirati, come avessero
una fibra di ferro, dal cuore di magnete
s’infilano nel gotico degli ingranaggi
come un nido da sempre esistito
a un’altezza proverbiale, celeste,
celata ai sordi e che vale
tutti i dorsi, le cupole e i muri
che il mondo trattiene precario.


da L’avversario di Giovanni Tuzet
con uno scritto di Raffaello Palumbo Mosca
collana di poesia Nereidi
pagg.88 – euro 10
ISBN: 978-88-97374-57-2
(anno di pubblicazione: 2021)
Vydia Editore

Nato a Ferrara nel 1972, Giovanni Tuzet vive fra Aquileia (Udine) e Milano. Si è misurato con diversi generi e discipline, fra cui il contrabbasso jazz, credendo in una circolarità virtuosa.
Come poeta, oltre a testi sparsi, ha pubblicato: 365-primo (Liberty House 1999), 365-secondo (Liberty House 2000), 365-terzo (Raffaelli 2010), Logiche e mancine (Giuliano Ladolfi Editore 2017) e L’avversario (Vydia 2021).
In un friulano improbabile e ibridato ha scritto le Male lingue (Circolo culturale Menocchio 2009), mentre le Trazioni (Christophe Chomant Éditeur 2010) sono testi francesi di fine Ottocento e inizio Novecento (Apollinaire, Cendrars, ecc.) trasformati e collocati nel nostro tempo e spazio.
Come narratore ha pubblicato La città ideale (Marietti 2017), dove idee di vario ordine – filosofico, politico, giuridico – si innestano su tracce di viaggio, spunti di cronaca e brevi racconti.
Non sa cosa scriverà prossimamente ma, oltre a una sintesi poetica, vorrebbe compilare una raccolta di “Pensieri” à la Pascal o Leopardi. Sul mondo, sulla vita.

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,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.
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